Oltre la Torre Galfa: a Milano gli edifici abbandonati sono 115
Paola Giudiceandrea
Milano ha bisogno di spazi da usare, ma al momento ci sono ben 115 luoghi abbandonati, oltre tre mil
Oltre tre milioni e mezzo di metri cubi abbandonati. Per avere un’idea delle dimensioni, basta immaginare uno spazio grande circa otto volte il Duomo di Milano. Otto volte. Sono uffici pubblici e privati non più utilizzati, ex fabbriche e scali ferroviari, cascine immerse nel verde dei parchi, con grandezze che vanno da una singola stanza di 20 metri quadri a interi edifici a più piani.
Alcuni sono inutilizzati da tempo immemore e fanno ormai parte dello skyline della quotidianità dei milanesi. Come l’edificio in via della Palla, bombardato durante la seconda Guerra Mondiale e mai sistemato. Altri esteriormente non saltano all’occhio per il loro degrado, ma si notano quando vengono occupati perché compaiono scritte, disegni e striscioni sui muri. L’ultimo, in ordine di tempo, è la torre Galfa, l’ex sede della Banca Popolare di Milano tra via Galvani e via Fara, 31 piani vuoti da 15 anni. Lo scorso week il primo piano dell’edificio è diventato la sede di Macao, il nuovo centro per le arti di Milano nato da un gruppo di lavoratori del mondo dello spettacolo e delle arti proveniente da tutta Italia che punta alla sperimentazione dal basso di nuove forme e linguaggi culturali.
E ancora: l’ex deposito delle Poste in piazzale Lugano, l’ex sede del Pci in via Volturno, l’ex cinema De Amicis in via Caminadella, la palazzina liberty di via Molise 68. E centinaia di spazi commerciali sfitti, sia di proprietà privata sia pubblica. Persino nella moderna stazione Centrale ci sono negozi ancora vuoti.
Luoghi pubblici e privati che compongono un immenso patrimonio inattivo. E una città alla costante ricerca di spazi di aggregazione che vuole fare sentire la propria vivacità, messa a dura prova dalla crisi economica. Milano rivuole i suoi spazi. Ma come restituirli alla collettività? Ci sta provando l’amministrazione comunale con un protocollo d’intesa che punta a promuovere progetti di riuso temporaneo di spazi inutilizzati destinati a realtà associative, imprenditoriali e giovanili.
Il protocollo d’intesa coinvolge gli assessorati all’Urbanistica, al Decentramento, al Demanio, al Tempo Libero e alla Cultura, il DiAP – Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano – e l’associazione Temporiuso.net, che dal 2009 collabora attivamente con il DiAP e i ricercatori e i tirocinanti del laboratorio multiplicity.lab e con diverse realtà a livello internazionale su progetti di riuso temporaneo di spazi in abbandono. «Questo protocollo ci permetterà di avere un quadro il più preciso possibile della situazione, sia per quanto riguarda gli immobili comunali sia privati», afferma Daniela Benelli, assessore all’Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici. «Vogliamo individuare delle linee guida per l’assegnazione temporanea degli spazi abbandonati semplificando le procedure di assegnazione, anche per gli immobili di proprietà privata, e privilegiando le destinazioni d’uso per il mondo dei giovani: spazi di aggregazione per le associazioni, luoghi di sperimentazione per i gruppi creativi, attività in co-working per gli imprenditori, studenti fuori sede».
Il primo passo è mappare i luoghi abbandonati e sottoutilizzati della città. Lavoro tutt’altro che semplice. Temporiuso.net ha messo a punto due tipologie di mappature per gli edifici. «La “mappa dei vuoti” è in costante aggiornamento grazie alle segnalazioni quotidiane dei cittadini e, ad oggi, contiene 115 luoghi non utilizzati. La “mappa dei luoghi”, invece, è più stabile e viene aggiornata periodicamente. Alla fine del 2011, i volumi abbandonati mappati ammontavano a oltre 3 milioni e mezzo di metri cubi», spiega Isabella Inti, docente del DiAP e coordinatrice di Temporiuso.net.
Il secondo passo è studiare le popolazioni destinatarie di questi spazi e le loro esigenze. La domanda è molto ampia e articolata e le necessità di utilizzo di spazi vanno da un minimo di una settimana/dieci giorni a un massimo di cinque anni. «Ci sono, ad esempio, gli artisti che hanno bisogno di luoghi anche solo per una sera o qualche mese per esporre le loro opere – continua Inti – Le associazioni locali di genitori, anziani, stranieri, che possono volere una sede temporanea per promuovere le loro attività; artigiani, imprese start up, gruppi di creativi, che necessitano di spazi per un periodo più lungo; i giovani turisti che cercano strutture a costi accessibili; gli studenti fuori sede che arrivano a Milano per frequentare l’università».
Terzo: mettere a punto le “buone pratiche del riuso” per affidare gli spazi. La formula adottata da Temporiuso.net, già attiva in città come Amsterdam, Berlino, Bruxelles, prevede l’assegnazione degli immobili attraverso un bando pubblico con “invito alla creatività”: «Significa – spiega la docente – che chi si aggiudica gli spazi si impegna a restituire alla collettività locale un servizio, un “baratto creativo” di tempo e attività che gli usufruttuari dedicheranno una volta al mese al quartiere. Gli spazi vengono assegnati alle varie realtà in comodato d’uso temporaneo o in concessione d’uso temporaneo e, a seconda dello stato di abbandono o sottoutilizzo dell’immobile, si realizza un piano economico che definisce quali siano gli oneri e le spese a carico del locatario».
Temporiuso.net l’ha già sperimentata con successo a Sesto San Giovanni. Nel 2009 con il progetto ex-Breda Greenhouse, dove l’edificio della portineria della ex fabbrica è stato trasformato in una serra vivaio per ospitare attività creative legate all’arte, ai temi del verde e del territorio. E dal 2011 con “Made in MaGe”, dove negli ex magazzini generali della Falck hanno trovato casa una quindicina tra realtà artigianali e creative legate ai temi della moda e del design sostenibile che una volta al mese organizzano incontri e attività sul territorio.
«Oltre agli incontri, il 22 aprile abbiamo iniziato in zona 4 il “Temporiuso Bike Tour”: un giro che coinvolgerà le nove zone di Milano alla scoperta dei luoghi in abbandono e dei progetti di riqualificazione già iniziati, realizzato insieme ai consigli di zona e alle associazioni cittadine. Il 16 maggio esploriamo la zona 3, per poi proseguire il 20 in zona 2, il 27 in zona 8, il 30 in zona 6, il 13 giugno in zona 9, il 17 in 7, il 20 in zona 5 e si conclude il 23 o 24 giugno nella zona centrale della città». E a fine settembre è in programma una tre giorni del riuso temporaneo: nove spazi da restituire alla collettività, uno per zona, attraverso progetti creati dall’incontro tra pubblico e privato.
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Comments
Vorrei, gentilmente, ricevere una e-mail sull'indirizzo di posta elettronica della TEMPORIUSO.NET, avrei un progetto da proporre
un aspetto che mi sembra in questo articolo non venga riportato è che i palazzi vuoti possono essere comunque una ricchezza.
Ne parlavano, se non ricordo male, tanto per cambiare, in un servizio in Report. I palazzi vuoti vengono iscritti a bilancio come attivo. Se la società chiede un prestito ad una banca valuterà che la società ha un capitale consistente anche se si tratta di un edificio vuoto.
Mi sembra che si faccia grande confusione fra problemi diversi (e comunque molto più diffusi: i casi a Milano sono ben di più).
Una cosa infatti sono gli edifici privati inutilizzati: lì spesso c'è una questione economica-normativa, vale a dire ci sono vincoli e restrizione all'uso che impediscono il riutilizzo, come nel caso di Palla-Lupetta (aspettano da quasi cinquant'anni...), ma anche Galfa e altri. Non vedo proprio che interesse possano avere per la proprietà gli utilizzi temporanei (che rischiano di rallentare ancora più i processi e non danno nessun ritorno), a meno di specifiche richieste comunali all'interno di un processo comunque di riutilizzo economicamente sensato. Un altro caso (meno diffuso) è quando la proprietà privata è fallita o non rintracciabile. Neanche lì (con buona pace del Politecnico) è possibile pensare a qualche forma di utile accordo.
Diverso è il caso delle proprietà pubbliche, ad esempio comunali ma non solo, spesso abbandonate per anni e pur sempre pagate con i soldi dei cittadini: lì sì che si potrebbero affidare anche temporaneamente. Ma la cosa a molti non piace, preferiscono vendere o meglio ancora "valorizzare" (come ad esempio viene previsto dal PGT, vero Giunta Pisapia?).
Insomma, il protocollo citato mi sembra a dir poco dilettantesco. E se il Comune di Milano vuol mettere a disposizione degli spazi, prima di iniziare da quelli privati, cominci dai suoi!
La palazzina Liberty viene costantemente usata per eventi culturali ed è gestita dall'assessorato alla Cultura...
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