Lettura

“Ora basta importare teoria economica made in Usa”

Franco Mosconi

Sull'onda del dibattito aperto dalla lettera in cui Guido Roberto Vitale chiede agli eredi della scuola di Chicago di ammettere errori di valutazione sul funzionamento del mercato, interviene l'economista Franco Mosconi, con un editoriale su Il Corriere di Bologna. «Un tempo - scrive- c'era l'orgoglio dettato dall’appartenenza a una tradizione culturale importante, dalla forte impronta umanistica e che tanto aveva contribuito all’edificazione dell’Europa unita. [...] Cammin facendo è subentrata la tendenza a piegarsi alle mode altrui, importando a scatola chiusa dal mondo anglosassone (in primis, dagli Stati Uniti) teorie economiche all’apparenza perfette. Questo sia nell'accademia sia nella business community: abbiamo visto com’è andata a finire». Come "scelto per voi" pubblichiamo il suo editoriale. 

C'era una volta un Paese, il nostro, dove gli abitanti vivevano animati dalla voglia di sperimentare cose nuove; da questo spirito di intrapresa nacque quella moltitudine di imprese – dalle grandi fino agli artigiani – capaci di conquistare il mondo con la bellezza e precisione dei propri manufatti. Laddove c'era il Belpaese oggi c’è un'Italia che vive all'ombra della «montagna indebitata», che fa la fortuna dei rentier.

I dati di fatto di questa storia sono assai noti: il debito pubblico ha raggiunto la stratosferica cifra del 123 per cento rispetto al Pil, la ricchezza prodotta. Ancora: la recentissima indagine su «Le principali società italiane» (oltre duemila) dell’Ufficio studi di Mediobanca ci dice che nel 2011 investire in Btp decennali ha reso di più dell’attività d’impresa, con una differenza quantificata in 1,5 punti percentuali a favore dei Btp.

Siamo insomma ben lontani da quel lieto fine che, anche dopo le avversità, non manca mai nelle fiabe che leggiamo ai nostri figli. Nonostante ciò, è possibile intravedere nel Paese alcuni segni di vitalità. La stessa indagine di Mediobanca pone in evidenza come il macro-settore Made in Italy (alimentare, mobili, piastrelle, meccanica, elettrodomestici e tessile abbigliamento) sia l’unico a realizzare un rendimento ampiamente superiore (+6 punti percentuali) rispetto ai titoli di Stato decennali. Ancora: «Il viaggio in Italia» che Il Sole 24 Ore sta realizzando attraverso i 65 distretti industriali già visitati nel 1991-‘92 (7 in Emilia-Romagna) descrive, accanto ai punti di debolezza, non poche storie imprenditoriali e/o territoriali di successo pur in presenza di una globalizzazione dei mercati che non dà tregua.

Più volte, su queste colonne, abbiamo discusso la nuova politica industriale, che dovrebbe condurre anzitutto alla riorganizzazione – anche su base regionale - degli strumenti per la R&S, l'innovazione tecnologica e la formazione del capitale umano: quelli che Ignazio Visco in un suo bel libro del 2009 (Il Mulino) ha chiamato gli «investimenti in conoscenza»: vi ritorneremo sopra.

Oggigiorno la gravità della crisi chiama in gioco, crediamo, qualcosa di ancor più profondo: la cultura economica dominante e il processo di selezione della classe dirigente (delle élite, se vogliamo). Un tempo c'era l'orgoglio dettato dall’appartenenza a una tradizione culturale importante, dalla forte impronta umanistica e che tanto aveva contribuito all’edificazione dell’Europa unita, fonte di pace e prosperità: chiamiamolo il «Regno della Bandiera Dorata a Dodici Stelle». Cammin facendo è subentrata la tendenza a piegarsi alle mode altrui, importando a scatola chiusa dal mondo anglosassone (in primis, dagli Stati Uniti) teorie economiche all’apparenza perfette. Questo sia nell'accademia sia nella business community: abbiamo visto com’è andata a finire.

Ne hanno parlato di recente due personalità non certo sospettabili di nutrire sentimenti anti-mercato, come Guido Roberto Vitale («Il mercato ha fallito, liberisti ammettete i vostri errori», Linkiesta.it) e Giovanni Sartori («Il lavoro che dà ricchezza», Corriere della Sera, 10 agosto). Da qui occorre ripartire, eliminando gli attuali squilibri finanziari e ridando valore all’economia che produce beni e merci, ossia quella che davvero «fabbrica» la crescita. Sul piano scientifico e culturale tutto ciò significa - come osservato da Romano Prodi all’«East Forum» di UniCredit – attribuire nuovamente la dignità che avevano un tempo agli studi economici empirici, frutto di «ricerche sul campo» sui settori industriali e volti a conoscere «dal di dentro» come le imprese nascono, crescono e a volte muoiono.

Ora, ben vengano i piani per ridurre la montagna indebitata vendendo e valorizzando sia gli immensi possedimenti e palazzi che l’argenteria di famiglia del Belpaese. Tuttavia la ricchezza tornerà a crescere in maniera non effimera solo se la manifattura – con tutto ciò che essa muove nei servizi (trasporti e logistica, banche e assicurazioni, telecomunicazioni e informatica, ricerca e formazione, etc.) - riconquisterà il posto che le spetta. Compito difficile - al limite dell'impossibile, con la sfida asiatica dentro le mura di casa - eppure indispensabile nell'Italia d'oggi. Da un'Emilia Romagna gravemente ferita dal terremoto in alcune delle sue strutture produttive di punta, l'Italia ha tratto l'immagine di una comunità molto di più che laboriosa: che non si arrende.

Ma non possiamo fermarci qui. È un tempo, questo, nel quale una comunità fatta così deve essere in grado di far sentire la sua voce anche sui piani, più profondi, prima evocati: la cultura economica e il processo di formazione delle élite. Possiamo permetterci, non tanto come Regione ma come Paese a tuttotondo, un discorso pubblico stretto fra l'emergenza finanziaria e la politica politicante? Ha scritto giustamente Corrado Stajano: «La dignità ritrovata con Monti e i giochini dei vecchi partiti» (Corriere della Sera, 2 agosto).

E di ciò che sta nel mezzo – l’economia «reale», fatta di persone e famiglie, imprese, imprenditori e lavoratori – chi se ne occupa? Chi ha idee e coraggio è su questo che dovrebbe cimentarsi, lasciando ad altri i vecchi discorsi sui «nuovi» contenitori politici che mai nulla hanno spostato nelle condizioni di vita e lavoro della generalità dei cittadini.

 

Comments

serafino's picture
Inviato da: serafino
17 August 2012 - 15:25

pezzo privo di contenuti.

sta dicendo che il declino ventennale dell'italia e' causato da teorie economiche anglosassoni? Che il debito pubblico creato dagli italiani e' dovuto a teorie anglosassoni? che il 52% del PIL di consumo pubblico e' stato 'conslgiato' dall'uso di teorie economiche USA?

se questi sono gli economisti in italia allora non c'e' proprio nessuna speranza.

Franco Mosconi's picture
Inviato da: Franco Mosconi
15 August 2012 - 16:08

Caro Direttore,
ringraziandola per l’ospitalità, provo a rispondere ai commenti a tutt’oggi pubblicati.
Cominciamo col dire che nessuno ha la verità in tasca, questo almeno la gravissima crisi che viviamo dal 2008 dovrebbe averlo insegnato. Non l’hanno in tasca i “liberisti duri e puri” né gli “statalisti di ritorno”, per fissare due estremi: leggendo alcuni commenti non ne sarei più così sicuro giacché alcuni pensano ancora che ci sia un’unica verità (la loro, naturalmente).
Che gli Stati Uniti siano la capitale mondiale della cultura economica (e non solo) è fuori discussione, non credo ci sia bisogno di ripeterlo ogni volta. Il caso ha voluto che nelle stesse ore in cui alcuni commenti venivano pubblicati, usciva l’annuale classifica sulle 500 migliori Università del mondo predisposta dalla Shanghai Jiao Tong University, che conferma la leadership americana. Ma il punto non è questo: è chi e con quali idee – all’interno di quello che genericamente chiamiamo il mondo anglosassone – ha avuto il predominio intellettuale negli ultimi decenni, e con quali esiti sulle reali dinamiche economiche. Di questo si dovrebbe parlare e saremmo – possiamo starne certi - in buona compagnia. Non voglio citare unicamente il celebre Paul Krugman, che però non va assolutamente saltato. Pensiamo altresì agli ultimi due libri dell’altro Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz: “Freefall” e “The Price of Inequality” ; pensiamo ancora a due bellissimi libri recensiti insieme dall’«Economist» di poche settimane fa: R. e E. Skidelski, “How Much Is Enough?”; M. J. Sandel, “What Money Can’t Buy”; pensiamo infine al bestseller di Ian Bremmer, “The End of the Free Market”; e l’elenco è puramente indicativo e minimo.
Un ultimo punto sulla materia che insegno, Economia e Politica Industriale: Harvard ha meritatamente vinto la graduatoria prima ricordata della Shanghai University. Ebbene, Harvard vuol anche dire la John Kennedy School of Government ove insegna il professor Dani Rodrik, autore dal 2004 in poi dei più influenti paper sulla (nuova) Politica industriale e vincitore – assieme ai tre-quarti dei lettori del settimanale londinese - del dibattito promosso dall’«Economist» (www.economist.com) proprio sull’utilità della Politica industriale; ne scrissi nell’edizione on line della rivista «Il Mulino» e a quell’articolo del 21 luglio 2010 rinvio (www.rivistailmulino.it ), mentre su LINKIESTA il 6 settembre 2011 commentai il dibattito, promosso sempre dall’«Economist», sul ruolo della manifattura nello sviluppo economico, dibattito anche in questo caso ampiamente vinto da coloro che ritengono che questo ruolo vi sia e sia fondamentale.
Ora, è sì vero che nel dibattito politico ed economico si tende ad avere la memoria corta: ma non sono lontani i tempi in cui parlare di Politica industriale e Manifattura era considerato – come minimo – fuori moda, non al passo coi tempi. Una cosa insomma marginale – per usare un educato eufemismo – e ciò sia nell’accademia (teoria economica) sia nella business community (prassi). Oggi un movimento d’opinione, con in testa il presidente Obama, si batte per il «revival» della manifattura made in USA. E’, credo, un positivo segno dei tempi. Per un Paese come il nostro e una regione come l’Emilia-Romagna (non si dimentichi che quest’articolo è stato originariamente scritto per il “Corriere di Bologna”, dorso cittadino del “Corriere della Sera”) è dunque un qualcosa a cui guardare con interesse al fine di trarne la giusta ispirazione per la crescita qualitativa della nostra manifattura, che resta fra le migliori d’Europa, e non solo. Primariamente di questo scrivevo nell’articolo ripreso su questo quotidiano on-line.
E da qui dunque il richiamo alle iniziative – anche su base regionale – per la riorganizzazione degli istituti dediti agli investimenti «in conoscenza»: (i) ricerca applicata, (ii) capitale umano. Sul “Corriere di Bologna” ho più volte proposto, sotto il primo profilo, un Fraunhofer Institute e, sotto il secondo, la costituzione di centri di eccellenza fra i quattro Atenei emiliani per tutto il post-laurea (Scuole di Dottorato, Master, Incubatori per la nascita di nuove imprese). Vogliamo dire che il primo richiama il modello tedesco e i secondi l’esperienza americana? Possiamo certamente farlo, a dimostrazione che, intorno a noi, vi è del buono da prendere in tutte le esperienze di successo.
Grazie per l’attenzione.
Franco Mosconi

Pedro's picture
Inviato da: Pedro
15 August 2012 - 11:31

Non capisco quale sia il punto dell'articolo. L'autore sta cercando di dirci che importiamo teorie economiche, secondo lui fallimentari, dagli Stati Uniti? Sara' perche', dico io, gli economisti in Italia producono poca o pessima ricerca? (Vedi http://sciencewatch.com/dr/sci/11/sep4-11_1/ e http://sciencewatch.com/dr/cou/2009/09marItaly/)

C'e' sicuramente un problema di selezione delle elite, ma non credo che nell'universita' italiana (si spera che i professori siano parte di un'elite) ci sia tanta voglia di farsi scrutinare. Basterebbero i dati di Reuters per far chiudere i tre quarti delle facolta' di economia, con buona pace dell'"orgoglio dettato dall’appartenenza a una tradizione culturale importante, dalla forte impronta umanistica" dei cattedratici nostrani. Resta un mistero, almeno per me, come questo orgoglio si coniughi col familismo e col clientelismo che hanno caratterizzato la selezione delle classi dirigenti italiane, a tutti i livelli, negli ultimi 60 anni.

Chiudo con un commentaccio di pancia. "Ora basta importare teoria economica made in Usa" ricorda affermazioni ben piu' pericolose ma parimenti sciocche: fa passare il principio secondo cui una teoria ideata negli USA non meriti nessuna considerazione per il solo fatto di provenire da oltreoceano. Ricorda i nazisti quando bruciavano i testi di Spinoza e rifiutavano la teoria della relativita', perche' la Germania aveva bisogno di una filosofia e di una teoria della relativita' ariane. La fine che hanno fatto la conosciamo tutti.

Pedro's picture
Inviato da: Pedro
15 August 2012 - 11:07

Non capisco quale sia il punto dell'articolo. L'autore sta cercando di dirci che importiamo teorie economiche, secondo lui fallimentari, dagli Stati Uniti? Sara' perche', dico io, gli economisti in Italia producono poca o pessima ricerca? (Vedi http://sciencewatch.com/dr/sci/11/sep4-11_1/ e http://sciencewatch.com/dr/cou/2009/09marItaly/)

C'e' sicuramente un problema di selezione delle elite, ma non credo che nell'universita' italiana (si spera che i professori siano parte di un'elite) ci sia tanta voglia di farsi scrutinare. Basterebbero i dati di Reuters per far chiudere i tre quarti delle facolta' di economia, con buona pace dell'"orgoglio dettato dall’appartenenza a una tradizione culturale importante, dalla forte impronta umanistica" dei cattedratici nostrani. Resta un mistero, almeno per me, come questo orgoglio si coniughi col familismo e col clientelismo che hanno caratterizzato la selezione delle classi dirigenti italiane, a tutti i livelli, negli ultimi 60 anni.

Chiudo con un commentaccio di pancia. "Ora basta importare teoria economica made in Usa" ricorda affermazioni ben piu' pericolose ma parimenti sciocche: fa passare il principio secondo cui una teoria ideata negli USA non meriti nessuna considerazione per il solo fatto di provenire da oltreoceano. Ricorda i nazisti quando bruciavano i testi di Spinoza e rifiutavano la teoria della relativita', perche' la Germania aveva bisogno di una filosofia e di una teoria della relativita' ariane. La fine che hanno fatto la conosciamo tutti.

rob's picture
Inviato da: rob
14 August 2012 - 18:32

La Germania sta facendo affondare l'Europa, mentre la Cina non ha nessuna tradizione democratica, pertanto queste nazioni non possono assurgere a nessuna leadership.
Piaccia o no ai nostalgici sessantottini, ma anche quando sbagliano, gli USA rimangono un passo avanti agli altri.

berto's picture
Inviato da: berto
14 August 2012 - 16:32

>Le università americane sono ai primi posti al mondo, mentre le università italiane agli ultimi??
credo non sappia nemmeno di cosa sta parlando.. le università americane vanno forte nella ricerca (fatta da studenti stranieri, una volta italiani ed europei, ora cinesi ed indiani), ma per quanto riguarda la didattica stendiamo un velo pietoso, negli USA le università non sono altro che dei brand..

>Il mercato del lavoro in Italia è rigido, in America è flessibile.
Si capisce che lei una persona di una certa età (magari con un bel lavoro a tempo indeterminato), ma le assicuro che la flessibilità in italia esiste ed è una delle principali cause del declino.

>il sistema finanziario ecc...
vero, forse fino ad una ventina di anni fa, ma ora tutto il potere è concetrato nella mani di pochi, i self made man sono sempre più rari, chi è arrivato in alto sta "corrompendo" il sistema perchè chi sta in basso ci rimanga.

Il sistema USA è fallito, e lo si capisce da una semplice considerazione: il loro ruolo di superpotenza è già finto, la Cina avanza e gli USA arrancano, e quanto sono durati? 60? si sono "bruciati" in meno di un secolo, hanno brillato ma si sono anche consumati rapidamente, troppa fame, troppo individualismo.. la Cina si sta prestando al sistema "capitalista" perchè ora come ora non ne può fare a meno, ma appena avrà sufficiente potere imporrà il SUO sistema... e basta vedere come tratta il suo popolo per capire che non sarà piacevole.

Gli USA hanno fallito, proviamo a puntare a sistemi che si stanno rivelando vincenti, vedi la Germania..

Paolo S's picture
Inviato da: Paolo S
14 August 2012 - 16:16

Articolo condivisibile

pierrot's picture
Inviato da: pierrot
14 August 2012 - 16:12

da rob il 14 agosto 2012 - 15:38
Che nel Belpaese la classe dirigente abbia colto fior da fiore delle cosiddette "teorie economiche americane" é ovvio.
Che poi negli Usa siano tutte rose e fiori ... beh, lascio a Lei la reponsabilità di questa affermazione temeraria.
Ad esempio, che il sistema sociale Usa sia dinamico ecc.ecc.mi pare una grossa corbelleria
Saluti

rob's picture
Inviato da: rob
14 August 2012 - 15:38

Ma quali sarebbero le teorie economiche americane applicate in Italia?
Magari avessero preso qualcosa di buono da oltreoceano.
In Italia si pagano le tasse più alte del mondo, e negli USA fanno il contrario.
Le università americane sono ai primi posti al mondo, mentre le università italiane agli ultimi.
Il mercato del lavoro in Italia è rigido, in America è flessibile.
Il sistema finanziario in Italia è appannaggio di pochi eletti (poteri forti), mentre in Usa è più accessibile (sebbene con eccessi che conosciamo).
Il sistema sociale in America è dinamico e in continua evoluzione, mentre in Italia abbiano le stesse facce.
Il sistema politico in America prevede candidati che vincono o perdono, mentre in Italia con la proporzionale ci vogliono pure riportare ai tempi del compromesso storico.
E potremmo andare avanti all'infinito.

In Italia certa gente spocchiosa e con i paraocchi da 40 anni ci ripropone le solite teorie fallimentari, mentre il mondo sta cambiando radicalmente.

dd's picture
Inviato da: dd
14 August 2012 - 15:16

Questo pezzo è vuoto. Veramente, non c'è una sola idea. E anche il titolo è puramente destruens, generico e banale.

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