Analisi

Il nuovo Egitto può cancellare l’Italia

Arduino Paniccia*

Mentre torna la calma in Iran, si intravede sempre meglio che se, a causa della crisi egiziana, il passaggio nel Canale di Suez diventasse per gli armatori e i loro assicuratori un azzardo insostenibile, la via del petrolio potrebbe tornare ad essere quella della circumnavigazione dell’Africa. Con un conseguente slittamento verso altrove del baricentro economico, diplomatico e strategico dell’intero Mediterraneo. Il ruolo dell’Italia cambierebbe, ritrovandosi nel bel mezzo di un’area priva di rilevanza. Proiettata geograficamente, culturalmente e diplomaticamente verso un mondo periferico a cui nessuno più guarderebbe.

Canale di Suez
Una petroliera attraversa il Canale di Suez

La sensazione, piuttosto avvilente, è che in Italia ed in Occidente si stia guardando senza la necessaria apprensione agli accadimenti egiziani, non capendo cosa stia succedendo e soprattutto senza che si prefigurino i futuri assetti di quella importantissima regione. Ancora una volta Usa, Ue, Nato e perfino l’Onu non sembrano avere una strategia, un piano diplomatico e non solo che ci preparino a trattare col futuro governo egiziano, secondo un infausto modello di “inadeguatezza strategica” che già ci ha colto impreparati al collasso di un altro regime, quello di Saddam.

Pur con premesse evidentemente assai diverse, l’approccio dell’Occidente al post-rivoluzione è pressoché identico: non esiste un “piano B”, un disegno politico che ci prepari a seguire in maniera adeguata il collasso delle istituzioni ed il vuoto di potere egiziano. Per il momento l’attenzione dell’Italia è comprensibilmente focalizzata sull’urgente contenimento del flusso migratorio tunisino, nel timore fondato che a questo possa seguire l’ondata egiziana. Ma le implicazioni legate al collasso dei governi del Maghreb vanno bel aldilà di un problema per le questure italiane: oggi in Egitto vi sono tutti gli ingredienti necessari alla detonazione di una miscela esplosiva fatta di contrastanti pulsioni rivoluzionarie, di legittime ambizioni democratiche, di latente fanatismo islamico, di militarismo in agguato e anche di retorica populista che rischia, con effetto domino, di contagiare nazioni per ora rimaste illese, fino agli Emirati del Golfo, allo Yemen, alla Giordania o al granitico Iran, già in queste ore scosso da manifestazioni anti-Ahmadinejad. In questo contesto, non del tutto improbabile, diverrebbe a rischio perfino la pacifica gestione delle operazioni nel Canale di Suez, attraverso il quale transitano le superpetroliere vitali alla sopravvivenza dell’Italia e dell’Europa.

Se il passaggio nel Canale diventasse per gli armatori e i loro assicuratori un azzardo insostenibile a causa della turbolenza egiziana e se le acque del Corno d’Africa si confermassero una zona franca in mano a sempre più audaci ed incontrastati pirati somali, la via del petrolio potrebbe tornare ad essere quella della circumnavigazione dell’Africa, con un conseguente slittamento verso altrove del baricentro economico, diplomatico e strategico dell’intero Mediterraneo. In una rivoluzione geo-economica di tale portata il ruolo dell’Italia cambierebbe, ritrovandoci nel bel mezzo di un’area privata di rilevanza, divenuta per forza di cose marginale e di conseguenza abbandonata in balia delle proprie rivoluzioni regionali, di scambi terroristici e dei propri secolari conflitti e lotte tribali. L’Italia, che per decenni ha giocato la sua rilevanza diplomatica proprio in funzione del ruolo di ponte, di anello di congiunzione tra l’Europa e l’Africa, di predestinato mediatore tra l’Occidente e l’Islam mediterraneo, improvvisamente si ritroverebbe a mediare col vuoto, proiettata geograficamente, culturalmente e diplomaticamente verso un mondo periferico a cui nessuno più guarderebbe.

È un quadro che svilirebbe il nostro ruolo nello scacchiere internazionale, e in quest’ottica fondamentale anche per noi è il ruolo dell’esercito egiziano, unico fattore di stabilità e capacità di gestire la transizione. Ma solo nel breve periodo. Si tratta di un esercito forte, armato e ben addestrato dalle diverse amministrazioni americane, a cui è andata una fetta corposa dei 1.3 miliardi di dollari che annualmente gli Usa hanno versato al Cairo, il secondo finanziamento americano ad un governo straniero dopo quello di Israele. Uno sforzo finanziario che Washington ha sostenuto esattamente in funzione della stabilità del Canale di Suez, nei paraggi del quale, a presidio e a prescindere, stazionano sei unità della Us Navy, alcuni sottomarini e almeno 5 mila uomini della Rdf (Rapid deployment forces). Ma se l’intesa con il prossimo governo egiziano dovesse mancare, se il transito per Suez diventasse cosa incerta in mano ai Fratelli Musulmani, l’attuale assetto potrebbe mutare radicalmente, costringendo gli americani ad arretrare e a dedicarsi con maggiore trasporto ad un riscoperto partner arabo, strategico ed atlantico: il Marocco, sul quale potrebbero appoggiarsi le superpetroliere nel loro nuovo percorso extra Suez.

Per il momento i segnali non vanno in questo senso, i militari ad interim alla guida del paese sembrano godere dell’appoggio della disorientata amministrazione Obama e una significativa telefonata è stata fatta dal Ministro della Difesa di Tel Aviv Ehud Barak al suo omologo Generale Hussein Tantawi, nel corso della quale il capo delle forze armate egiziane ha rassicurato i preoccupati israeliani. La triade Suleiman-Tantawi-Anan (vicepresidente, ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore) potrà però gestire solo una supplenza breve, viceversa una spaccatura potrebbe insinuarsi all’interno delle stesse forze armate. Ad esse infatti è demandato il formidabile compito di disegnare il panorama post-rivoluzionario, nella speranza che nel frattempo non nasca al loro interno una fazione militarista con ambizioni di governo. Anche in questa occasione l’Occidente ed il Presidente americano sono stati colti impreparati, costretti a fare da spettatori senza che a monte fosse stata disegnata una ipotesi di intervento che prefigurasse il nuovo quadro, prevedibile non fosse altro per ragioni anagrafiche: i regimi hanno un loro ciclo vitale di 25/30 anni e Mubarak non è un giovanotto, tant’è che al momento risulta in coma a Sharm el Sheik.

Se si tratti di una svista dei servizi segreti occidentali, piuttosto che di una dimenticanza di Washington e Bruxelles totalmente assorbite dalle vicende di economia interna, è cosa che non ci interessa stabilire, resta il fatto che adesso è indispensabile, per la sicurezza del Mediterraneo e per la stabilità dell’intera macro-regione, che si torni a focalizzarsi sul come mantenere l’Egitto nella sfera di alleanze da tempo consolidate, senza assistere passivi ad una possibile deriva che potrebbe sottrarlo al consesso dei paesi arabi cosiddetti moderati, pur rispondendo alle sacrosante istanze democratiche dei suoi cittadini. E senza che il crollo di Mubarak, relativamente indolore, ispiri, in una versione libica più sanguinosa, lo standard col quale estromettere dal potere il vicino Gheddafi, la cui leadership viene già in queste ore messa in discussione da alcuni gruppi, plausibilmente destinati ad essere i pionieri di un più vasto movimento popolare al quale il Colonnello potrebbe replicare in maniera assai più violenta rispetto a quanto è accaduto al Cairo.
 

*Docente di Studi Strategici presso l’Università di Trieste

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Commenti

ipotesi affascinante e condivisibile.Ma era neccessario partire da lontano via egitto con l'unico scopo di estrometterci dal petrolio libico? Siamo sicuri che....

Cara Inkiesta, le analisi di questi gioni sulla rivoluzione egiziana mi sembrano costantemente viziate da un pregiudizio di fondo: il cambiamento di orientamento politico dell'Egitto post-Mubarak porterà a ripercussioni negative. In conseguenza di questo pregiudizio tutte le analisi sono tendenziose, ovvero tendono verso una direzione, quella di tratteggiare un futuro fosco, agitando lo spauracchio islamista.

Ipotizziamo che l'Egitto diventi democratico (cosa per ora lontana) e che la popolazione si esprima per un governo filo-islamista. C'è un qualunque indizio che indica che il canale di Suez verrà chiuso? Per quale motivo i regimi dittatoriali islamici più repressivi e meno rispettosi dei diritti umani continuano a permettere delle petroliere davanti ai loro mari? Per quale motivo l'Iran degli ayatollah non ha mai interrotto il flusso della navigazione dello stretto di Hormuz (a meno di non venire attaccato da Israele/USA, naturalmente)? Perché l'Arabia Saudita, culla dell'estremismo islamico, permette i passaggi nel Mar Rosso? L'interdipendenza economica, ovvio.
Chi ha interrotto le esportazioni petrolifere dell'Iran? L'embargo, prima occidentale, poi ONU.
Prodi aveva firmato fior di contratti con gli iraniani, e questo nelle pause della lunga guerra per l'egemonia sul medioriente: il commercio procede senza intoppi in assenza di guerra. Più legame, minor minaccia.
Linkiesta sta forse dicendo che si prevede una guerra che coinvolga l'Egitto? Chi i contendenti?

L'analisi è accattivante, ma meriterebbe approfondimenti. Il traffico di prodotti energetici nel Canale di Suez rappresenta circa il 30% del traffico globale. Altra gran parte delle forniture energetiche passa per gasdotti e oleodotti. Dunque una chiusura del Canale avrebbe certo un forte impatto, ma non sarebbe esiziale per l'Italia. Sarebbe interessante approfondire cosa succederebbe per l'intera Europa se si interrompessero anche le forniture via "tubo" dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo (Tunisia, Algeria). Quali gli effetti geopolitici di interruzioni anche per brevi periodi?
D'altra parte, altrettanto interessante sarebbe verificare quali potrebbero essere in positivo le conseguenze di una "cascata democratica" che inondasse Egitto, Tunisia ( e forse Algeria e forse ancora Iran)?
Forse l'Italia dovrebbe immaginare anche questo scenario.

Così come succede da sempre, nel corso dell'evoluzione di ogni specie che ha popolato questo pianeta, coloro che non si sanno adattare ai cambiamenti (atmosferici, sociali, ecologici, politici) sono destinati a scomparire.
Italia, ONU, EU, USA, NATO, Chiesa, etc, sono organizzazioni ed entità che, finché guidate od influenzate da gente della mia generazione, sono destinate a divenire irrilevanti od a scomparire del tutto.
Peccato, perché di bene potrebbero farne

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