Analisi

La politica è servizio: la lezione di Obama ai nostri governanti

Pochi ricordano che Obama è un volontario della politica, che ha costruito la sua carriera lavorando

Barack Obama stanotte a Chicago

Ho appena ascoltato il discorso di Obama dopo una notte passata a trepidare per lui. La capacità che hanno i leader americani di trasfondere nel discorso pubblico valori e promesse è ineguagliabile. Obama ha raccolto il meglio di questa tradizione. La sua è una bella storia non solo perché è il primo afro-americano che vince e rivince, ma perché c’è nella sua vita di giovane leader una lezione di apprendistato politico che può servire anche a chi lo guarda dalla vecchia Europa. Noi siamo abituati a pensare alla politica americana nei suoi aspetti colorati, negli slogan brucianti, nelle battaglie televisive, negli scontri senza risparmio di colpi.

Pochi ricordano che Obama è soprattutto un volontario della politica, un uomo che ha costruito la sua fortuna e la sua carriera lavorando alla base, costruendo solidarietà, facendo quel lavoro certosino che nei quartieri di Chicago lo ha segnalato come giovane politico in ascesa. Stamane, cioè stanotte per loro, Obama ha intessuto un elogio della politica come servizio e della politica come condivisione, di razze, di idee, di solidarietà. Tutto ciò che stiamo smarrendo qui, in questa parte di mondo da cui molta storia della democrazia ha preso origine.

Obama è un esponente democratico. Se possiamo dirla tutta è un uomo di partito. Ma sta qui la differenza che emerge nella sua vittoria. Noi siamo abituati ormai da decenni a leader che svalutano la politica praticandola, che inventano partiti denigrandoli. Obama fa politica esaltandola, espone le ragioni del suo partito ostentandole. Il partito nell’accezione che si coglie nelle parole del presidente, e nella sua pratica politica, è una organizzazione che raccoglie gente che ha ideali comuni e una identica visione e prassi. Il suo partito è leggero e pesante. È fatto di apparati mobili, di volontariato diffuso, di carriere votate professionalmente al bene pubblico, di severità, di progetto. Anni fa ci provò Ross Perot a scardinare tutto questo con un movimento antipolitico che ebbe un certo successo ma non scalfì il sistema americano, Spesso i leader in ascesa proclamano la loro diversità e lontananza da Washington. Tuttavia la politica torna a riempire la scena perché è costruita attorno a partiti veri.

Qui da noi dell’esempio americano abbiamo cercato di copiare il bipartitismo, le primarie e persino un modello organizzativo, penso al partito che si dice democratico. Non ci siamo riusciti. Ora sembra che ritorni un mutipartitismo sfrangiato, una diffusione di nuovi partiti personali mentre i grandi partiti sembrano doversi trasformare ancora e uno di questi, quello che si chiama democratico, sembra refrattario a convivere con uno scontro intestino assai duro. Dovremmo cercare, invece, di prendere un po’ di questa lezione americana. Innanzitutto la forza e il valore della competizione. Lo scontro fra partiti e nei partiti non è un danno o un disvalore ma una risorsa eccezionale. Lo è soprattutto se nutrita di un comune amor di patria, sul sentimento dell’ impresa comune. Dovremmo cercare di rubare agli americani questo modo fantasioso di fare politica che vede competizioni spesso troppo dispendiose, slogan talvolta infantili e terribili ma soprattutto vive sull’attivismo di tanti che si mettono gratuitamente in gioco.

Dovremmo cercare di cogliere come laggiù la politica è una costruzione fatta nei territori che si unisce ai nuovi strumenti della comunicazione, internet e il telefono ma anche il porta a porta e il volontariato. I partiti che la vecchia Europa, ma soprattutto quella del Sud, comincia a odiare là sembrano vivere malgrado abbiano centinaia di anni. Vivono così a lungo e vivranno ancora a lungo perchè l’opinione pubblica è severa e i politici non si vergognano di fare questa attività come una professione ma sanno che non possono sbagliare, neppure nella vita privata, perchè altrimenti vengono spazzati via. I politici italiani devono imparare da quelli americani la forza della parola.

Tanti sono discorsi di leader americani che ricordiamo, da Kennedy che chiedeva agli americani quel che potevano fare per il loro paese e non il contrario, a quella frase stupenda e ineguagliata di Martin Luther King: “ I have a dream”, alle parole dense e commoventi di Obama di poche ore fa quando ha detto di quella bambina malata di cancro, dell’amore per Michelle, della necessità di dare lavoro, dello sforzo di costruire una America più forte e giusta. Nessuno dei suoi sostenitori nella grande sala di Chicago che lo festeggiava si sarebbe adombrato se gli avessero detto che era in un raduno festoso di militanti di partito. Perché parliamo di un partito che sa vivere a suo modo fra la gente, ne sa interpretare le esigenze, si sente vincolato a principi saldi e tabu morali. Noi che abbiamo inventato i vecchi partiti, noi della sinistra che abbiamo costruito sindacati e associazioni politiche che hanno trasformato il nostro modo di vivere, dobbiamo forse cogliere dall’esperienza americana la lezione del futuro, cioè che la politica è una bella cosa se fatta da persone ispirate, competenti e oneste e se si impara stare con chi condivide queste idealità, senza paura di scontrarsi, di dividersi, di diventare l’uno competitor dell’altro avendo chiaro in testa, però, che “questa terra è la mia terra”.

 

Comments

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
7 November 2012 - 20:41

Molti elogiano Obama e ne celebrano la rielezione, dimenticando ciò che ha fatto in questi anni. Eloquenti queste parole del discorso di Obama: "Vogliamo dare ai nostri figli un paese rispettato nel mondo con le migliori truppe militari che il mondo abbia mai conosciuto..."! Condivido le parole di Leonardo Boff circa l'operato di USA e di Obama: Su cosa basa la sua affermazione che gli Stati Uniti sono il grande terrorista mondiale?
Leonardo Boff – In pratica sono il grande terrorista poiché, in America Latina, hanno appoggiato tutte le dittature e partecipato attivamente agli attentati, ai sequestri di persona, fornendo informazioni . E continuano con questa strategia, che è la strategia dell'Impero. Dove c'è una opposizione, la distruggono. Solamente mi meraviglio che non siano riusciti ad eliminare ancora Hugo Chávez, in Venezuela, nè Fidel Castro, pur tentando 17 volte, senza risultato. Gli USA usano sempre la violenza militare per imporsi e lo fanno dappertutto, come hanno fatto in Libia, ad esempio, con i droni. Credo che dopo le elezioni interverranno con i droni anche in Síria.
IHU On-Line – Indipendentemente se Obama sarà rieletto o no ?
Leonardo Boff – Indipendentemente. Anche lo stesso Obama. Perché gli USA non riusciranno a trattenere Israele e, inoltre, non risolveranno i problemi con l'Iran. Quindi l'arma non è la diplomazia e la ricerca di percorsi di pace, ma l'arma è la sottomissione. Essi sono forti oggi, non nell'economia - perché la Cina lo è di più – né nella tecnologia - Giappone e altri paesi lo sono di più -; essi hanno il dominio militare del mondo, con la possibilità di ammazzare tutti. In nome di questo, sottomettono tutto il mondo. Nessuno si oppone all'Impero, tranne il Venezuela, Cuba e la Corea del Nord.Tutti gli altri, compreso il Brasile, si inchinano agli Stati Uniti. Si tratta di un impero il cui imperatore è afroamericano, ma con la stessa perversione di Bush e altri, perché il progetto non è cambiato.

andrea's picture
Inviato da: andrea
7 November 2012 - 17:18

Vorrei mi spiegaste perchè?
1) Se Obama vince con meno del 2% di scarto (rispetto al 7% di 4 anni fa) è una grande vittoria, mentre se Chavez vince col 12% di scarto è una vittoria dimezzata.
2) Se in Sicilia vota meno del 50% degli elettori la democrazia è in pericolo, mentre se negli USA votano 118 milioni di persone su oltre 305 (scusate ma ignoro il dato degli aventi diritto al voto) è una vittoria della democrazia.
In trepidante attesa
Andrea

Andrea61's picture
Inviato da: Andrea61
7 November 2012 - 15:08

Magari incidono alcuni fattori:
1) scarsita' dei soldi pubblici gestiti dalla politica con conseguente estrema difficolta' nel costruire signorie e tesoretti di voti da gestire a vita.
2) ogni carica elettiva di governo e' limitata a due mandati.
3) assenza di societa' pubbliche e paretecipate dove parcheggiare il personale politico temporaneamente fuori dalle varie assemblee.
In questa situazione e' difficile che la politica si riempia di maneggioni e furbacchioni in cerca di una sistemazione e la brevita' della permanenza al potere evita la costruzione di sistemi di potere che alla lunga contaminano anche i politici piu' seri e motivati.

Roberto Orsi's picture
Inviato da: Roberto Orsi
7 November 2012 - 14:29

Mah. L'America va bene? A me personalmente non sembra un paese in ascesa. Anzi. Loro stessi ammettono che il paese è in declino. Qualcosa di grosso non va. Forse è proprio quello che Obama vuole nascondere. Più in generale, pare che le elite occidentali stiano facendo di tutto per assicurare un rapido ed irreversibile declino delle società che dovrebbero governare - basta vedere l'UE. Manca l'ambizione ed il senso di grandezza che a suo tempo face emergere l'Occidente dalla periferia del mondo.

The Jerk's picture
Inviato da: The Jerk
7 November 2012 - 14:07

complimenti. analisi, anzi, riflessione eccellente. grazie

mrai 's picture
Inviato da: mrai
7 November 2012 - 13:47

Non sono nè cattolico nè credente, ma queste sono le parole messe in bocca a Gesù nel vangelo di Marco:
"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti."
Niente di nuovo sotto il sole. Un'etica tutto sommato semplice che basterebbe applicare oltre che predicare.
In fondo è una questione di stile, ... stile di management, che si applica sempre e dovunque.

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