I governi vogliono censurare in rete, per difendersi c’è un sito
Adesso anche Twitter, secondo quando aveva già annunciato, opererà una censura mirata sui tweet. Un
Il referendum sulle impostazioni per la privacy su Facebook. Il Transparency Report sulle richieste governative di rimozione di contenuti. Uno strumento adottato da Google e, per la prima volta a partire da ieri, anche da Twitter. Che ha inoltre annunciato una collaborazione nuova di zecca con Herdict, «che raccoglie e diffonde informazioni crowdsourced (cioè ottenute sulla base delle segnalazioni degli utenti, ndr) in tempo reale su sistemi di filtraggio online, attacchi denial of service, e altre forme di blocco». I colossi del moribondo – secondo Geert Lovink – web 2.0 cercano di rivestire di trasparenza il modo in cui gestiscono i dati dei loro utenti. E, soprattutto, in cui gestiscono l’avidità di informazioni e la prepotenza dei governi. Un trend che vede pressioni restrittive sempre crescenti. Lo ha affermato Google pochi giorni fa, lo ribadisce il rapporto di Twitter: «Abbiamo ricevuto più richieste dai governi nella prima metà del 2012 che in tutto il 2011», scrive la Legal Policy manager Jeremy Kessel sul blog ufficiale dell’azienda.
Ma se la mossa di Twitter è il mantenimento di una promessa fatta inaugurando la censura selettiva, su base locale, dei “cinguettii”, non per tutti le informazioni fornite sono sufficienti. A maggior ragione in un momento storico in cui la battaglia per il libero web è diventata una questione geopolitica, economica e sociale. E in cui oltre 85 organizzazioni stendono una “dichiarazione della libertà di Internet” in cinque punti: libertà di espressione, di accesso, apertura, innovazione e privacy. Per implementarli correttamente, figure di spicco nella lotta alla censura online come Jillian York dell’Electronic Frontier Foundation e la co-fondatrice di Global Voices, Rebecca MacKinnon, hanno contribuito a dare vita al sito onlinecensorship.org. Uno spazio, spiegano i membri fondatori (tra cui figurano anche Ramzi Jaber e Ben Wagner), in cui «le comunità possono raccogliere tramite ilcrowdsourcing esempi di censura attuata da piattaforme private». Le stesse, in altre parole, che vorrebbero aver “fatto i compiti a casa” con un semplice “Transparency Report” autoprodotto.
Ora che i social media hanno fatto irruzione nello spazio pubblico la questione, scrivono ancora, è capire «quale ruolo abbiano le aziende private nel definire quali forme espressive siano accettabili e quali no». Perché quello spazio pubblico è in realtà di proprietà di pochi. E sono quei pochi a imporvi le regole. Onlinecensorship.org si concentra attualmente su cinque piattaforme, le più popolari: Facebook, Twitter, YouTube, Flickr e Google+. Come funziona? Prendiamo, come esempio, quella più diffusa al mondo: Facebook, oltre 900 milioni di iscritti. Un social network per cui da anni si leggono lamentele circa contenuti degli utenti rimossi senza apparente logica (in realtà c’è, ed è anche dettagliata in un documento pubblicato grazie a una fuga di notizie – alla faccia della trasparenza).
Il sito affronta l’utente con la domanda: «Che tipo di contenuto è stato cancellato?». Le alternative vanno dal profilo a una pagina, da un evento a un post. Facciamo conto che ci sia stato cancellato l’account senza motivo. «Ha ricevuto una qualunque spiegazione della cancellazione?», chiede ancora il sito. Rispondiamo di no. «Stava usando uno pseudonimo o un falso nome?», precisa, memore del fatto che su Facebook non si potrebbe fare. Ancora no. A questo punto il software fornisce la possibilità di spiegare cosa sia accaduto in un box, di spiegare se e quali altri contenuti simili siano stati rimossi. Fino a chiedere email e URL dell’utente. Procedure simili si ripetono per le altre piattaforme.
Il tentativo è aiutare l’utente a documentare casi in cui siano gli intermediari, e non i governi, a censurare. «I dati aggregati ci aiuteranno a distinguere pattern di censura in atto in diverse località geografiche», scrivono i fondatori del progetto. Non solo: «Questi dati saranno presentati in modo visivo in rapporti che, in forma aggregata, saranno resi disponibili anche a studiosi e giornalisti». Naturalmente senza rivelare nomi e cognomi di chi abbia compilato le segnalazioni. Attualmente il sito è disponibile solo in inglese, ma sono previste la versione in arabo, francese e spagnolo, tra le altre. Per contribuire, nello spirito collaborativo del progetto, si può manifestare la propria disponibilità all’indirizzo translate@onlinecensorship.org. Prevista anche l’estensione ad altri social network – molto interessante sarebbe includere piattaforme diffuse in luoghi come Cina e Russia, da Sina Weibo a Vkontakte – e l’automatizzazione della verifica di casi di censura.
L’idea, in sostanza, prosegue nella prospettiva argomentata da MacKinnon nel suo più recente volume, Consent of the Networked, in cui l’autrice sostiene che sia giunto il tempo di instaurare un modello multistakeholder di governance dei social media, in cui a essere prioritario sia il «consenso dei connessi» e non le decisioni insindacabili dei gestori. La battaglia si preannuncia lunga e complessa, nei regimi autoritari e – pur se in maniera diversa – nei Paesi democratici, troppo spesso vittima di una retorica assolutoria ed entusiasta nei confronti delle opportunità fornite dalle piattaforme sociali ai cittadini. E troppo spesso non sufficientemente severi verso il rispetto dei loro diritti.

Comments
E ciliegina sulla torta arriva l'emendamento ad aziendam:
http://www.guidoscorza.it/?p=3301
Parafrasando Bogart "sono democrazie, bellezza!"
A proposito di controllo, alcuni parlamentari europei vorrebbero una direttiva che obbliga l'installazione di un telefono cellulare che chiama in automatico il prontosoccorso in caso di incidente. Bellissima idea in teoria, ma poi a pensar male, ci si chiede a chi giova veramente? La trovata dovrebbe salvare 2500 vite in più, su 500.000.000 di abitanti dell'Unione, ma potrebbe costare in 10 anni qualcosa come 12 miliardi di euro. Forse con 12 miliardi si potrebbero finanziare la ricerca scientifica sulle leucemie e il cancro e si salverebbero centinaia di migliaia forse milioni di vite. Una cosa è sicura questa idea piace tanto alle assicurazioni ed è un potenziale buco nella legislazione sulla privacy dei cittadini, poichè un telefono cellulare può essere tracciato e segnalare gli spostamenti delle persone.
Ricordiamoci che cosa è appena successo in Germania con lo scandalo sui servizi segreti, c'è da fidarsi quando un governo ti dice "tranquillo non userò mai il servizio di chiamata automatica per spiarti"
E' da queste cose che nasce il mio scetticismo sulla volontà delle democrazie di rispettare i propri principi legali e morali.
@ Gurdulu' Per usare una metafora automobilistica il suo commento corre arditamente fino alla ultima frase, quando esagerando a pigiare sull'accelleratore perde completamente contatto con l'asfalto ovvero con la realta' e la credibilita'. Insomma dire che i governi dei paesi democratici imitano troppo le tendenze al controllo dei paesi totalitari e' un conto, ed aiuta a far riflettere, mentre aggiungere che la democrazia e la libertà di espressione fanno venire il mal di pancia specialmente ai governi dei paesei "democratici" e "liberi" la qualifica come un sollevatore di polvere professionale o quantomeno un nostalgico delle dittature.
@Marcus Prometheus
In Gran Bretagna(paese democratico e libero) si discutono leggi per il controllo delle telecomunicazioni, controllo totale, cioè monitoraggio della posta elettronica, sms, chat, forum.
In Germania(paese democratico e libero) la polizia chiede al governo l'autorizzazione ad installare programmi Trojan nei pc dei cittadini collegati in rete al fine di spiare le telecomunicazioni, fortunamtamente per ora la corte costituzionale ha bocciato l'idea.
In USA(paese democratico e libero) ci sono le leggi del periodo Bush, che Obama non ha ancora abolito, leggi come il Patriot Act che tra le varie cose da il potere alle forze di polizia e di intelligence di spiare senza mandato giudiziario tutte le forme di comunicazione tra cittadini privati.
In Italia(paese democratico e libero) ogni 3x2 c'è un senatore o un deputato che tenta di far passare leggi e leggine per imbavagliare la rete a volte in maniera diretta a volte con trucchetti come la trovata di equiparare i blog a produzioni editoriali per sottomettere i blogger alla legge sull'editoria.
"mentre aggiungere che la democrazia e la libertà di espressione fanno venire il mal di pancia specialmente ai governi dei paesei "democratici" e "liberi" la qualifica come un sollevatore di polvere professionale o quantomeno un nostalgico delle dittature."
Questa parte finale del suo commento mi è del tutto indifferente.
Penso che [censurato] ed e' tutta colpa di [censurato] se le cose stanno andando cosi'. Welcome to the Brave New World!
Concordo che ai governi democratici la libertà di espressione faccia venire il mal di pancia. Molto meno che lo faccia venire «specialmente» a loro. I livelli deliranti di repressione raggiunti in Iran e Cina, solo per fare due esempi, sono ben altro rispetto alle misure - comunque deprecabili - allo studio nel cosiddetto 'Occidente'.
@Fabio Chiusi
Con "Specialmente ai governi dei paesei "democratici" e "liberi"." intendevo dire che trovo parecchio sospetta l'insistenza con cui certi governi, per i quali si presume che la libertà di espressione e la democrazia siano inviolabili o almeno violabili solo in casi straordinari, cerchino di dotarsi di strumenti legislativi atti a limitare la libertà e la democrazia in maniera sistematica in nome spesso di una generica lotta alla pirateria o di una lotta al terrorismo di cui spesso non si capisce chi combatte chi e perchè.
Certo che sì l'Iran, Cuba, Cina, Korea del nord sono stati dove davvero manca libertà e democrazia, ma noi viviamo nell'occidente in cui si suppone che argomenti come censura, bavaglio alla stampa, restrizione della privacy dovrebbero restare confinati nelle aule accademiche di filosofia e giurisprudenza e invece ci troviamo quasi quotidianamente costretti a sorbirci dichiarazioni "candide" di politici indignati per la troppa libertà dei giornalisti, o che si lamentano perchè non gli è possibile tenere sotto controllo la rete, quel fenomeno che ha fatto vincere referendum e che ha capovolto gli equilibri di potere.
La censura è l'atto di impedire un pensiero, ma ciò che ci dovrebbe spaventare non è l'atto in sè ma il movente che spinge a censurare.
C'è un artista giapponese di cui non ricordo il nome, che ritrae persone e cose e poi le copre con le righe nere usate per censurare le immagini. Il messaggio di queste opere è che non è l'immagine ad essere sconveniente in sè, ma è la riga nera della censura che aggiunge una semantica negativa assoluta a qualcosa che invece dovrebbe essere giudicato individualmente e relativamente da ciascuna persona adulta e ragionevole.
Cito B. Franklin: chi è pronto a dar via le proprie libertà per avere sicurezza precaria non merita nè le prime nè la seconda.
In Gran Bretagna non hanno la carta d'identità perchè dicono "siamo inglesi e la privacy per noi è sacra" poi però mettono telecamere di sorveglianza in ogni metro quadrato di Londra, e il governo inglese sta portando avanti una serie di progetti di controllo politico delle telecomunicazioni, l'ultima notizia è che gli vogliono inserire per legge dei dispositivi di monitoraggio(credo questa parola sia un "false friend" e debba leggersi come spionaggio) all'interno dei cellulari e dei computer per tenere sotto controllo e-mail, sms, chat alla faccia della privacy. In America le cose non vanno meglio e l'Europa schiacciata da un lato dall'industria dei contenuti e dall'altro dall'impulso di copiare la Cina in tutto sta prendendo una brutta piega.
Diciamo come stanno le cose, ai governi la democrazia e la libertà di espressione fanno venire il mal di pancia. Specialmente ai governi dei paesei "democratici" e "liberi".
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