Penati, il maestro comunista sedotto dalla finanza
Quando nel 1994 diventò sindaco di Sesto San Giovanni, non parlava le lingue e non conosceva i banch
Filippo Penati (Wikipedia)
(Articolo pubblicato il 19 luglio del 2011)
Quando divenne sindaco di Sesto San Giovanni, nel 1994, aveva l’aria dimessa di un maestro di provincia che improvvisamente si trova ad insegnare all’università. Non sapeva le lingue, non aveva girato il mondo, era un “compagno” e solo tra i “compagni” si trovava a suo agio. Chi lo incontrava appena dieci anni dopo rimaneva colpito da quanto aveva assorbito e imparato - “come una spugna”, dice che ha visto l’evoluzione - nonché dall’evidente fascinazione per il mondo della finanza; dalla voglia di dare del tu e di chiamare per nome i banchieri, soprattutto quelli “di sinistra”; dallo sfoggio di battute ciniche,tradito da un tratto popolare che, per fortuna, neanche la voglia di sembrare un rider di Manhattan che guarda la città dall’alto di un superattico era riuscito a cancellare. Filippo Penati sembra la vittima perfetta di quello strano misunderstanding che travolse la sinistra nei primi anni 2000: invece di diventare moderni rimanendo progressisti (o diventandolo finalmente per davvero?), gli ex comunisti sembravano sforzarsi di sembrare di destra.
Invece di combattere a mani nude il terzomondismo che rendeva impresentabile ai ceti popolari la sinistra italiana, dell’immigrazione si iniziava a parlare scimmiottando i leghisti. Invece di superare l’anti-capitalismo che li aveva segnati, si riempivano la bocca di mantra liberisti senza neanche accorgersi che perfino Tremonti stava già fiutando l’aria che cambiava. Invece di combattere il moralismo pedante e fastidioso uscito dalle stanze del Pci e abbracciato alle Procure, sembravano quasi sdoganare, almeno a parole, l’amoralità. È “il paese normale” bellezza, per dirla con il capofila Massimo D’Alema: e non è naturalmente un caso se in un paese anormale quella storia politica e quelle retoriche faranno i conti proprio con le Procure.
Di chiacchiere, dicerie, dubbi e sospetti, sul conto di Filippo Penati, nel partito e non solo, ne giravano da un pezzo. Frasi dette a mezza bocca, dubbi sibilati al confine tra la conoscenza di informazioni riservate e le acrimonie di corrente di un partito troppo spesso impegnato in una guerra interna invece di provare a vincere quella culturale – difficilissima – col berlusconismo e il leghismo. La vicende delle aree Falck, ora scandagliata dalla Procura della Repubblica di Monza, e quella della scalata di Serravalle realizzata dalla provincia di Milano all’epoca della sua Presidenza, hanno negli anni suscitato più di un dubbio e qualche (rara, rarissima) inchiesta giornalistica. Ma fa un po’ sorridere vedere oggi un partito che un pezzo alla volta prende le distanze, quasi trattando Penati come fosse un “mariuolo” e non l’uomo forte che decideva organigrammi, nomine, candidature.
E anche maggiori perplessità suscita l’atteggiamento di una stampa che lungo gli anni, alle vicende di Sesto, ha dedicato solo enfatiche celebrazioni per il grande progetto di Renzo Piano: anche quando un analista finanziario qualsiasi avrebbe potuto certificare che la Risanamento di Luigi Zunino non era in grado di portarlo a termine, quel progetto, e che di vicende sulle quali scavare ce n'erano tante, dalle parti della Falck.
Insomma, Filippo Penati. Chi era costui? La giunta Pds-Psi guidata a Sesto San Giovanni da Fiorenza Bassoli non resse l’urto di Mani Pulite che stava spazzando via, in tutto il paese, il sogno dell’unità della sinistra. Il Pds (coi magistrati) da una parte, i socialisti (con Berlusconi) dall’altra. E allora, in quel 1994 che del berlusconismo segnò l’inizio, toccò a Filippo Penati candidarsi a sindaco in una roccaforte, la Stalingrado d’Italia, che di colpo sembrava incredibilmente a rischio per la sinistra italiana. Era appena quarantenne, ma aveva una lunga carriera da comunista organico alle spalle: giovanissimo era stato assessore, di lavoro faceva l’insegnante, aveva gestito una filiale Unipol, e col mondo delle cooperative aveva già rapporti solidi. Vinse lui, a Sesto San Giovanni, e la sua seconda vita iniziò così.
Certo, la ribalta era di quelle complesse, un punto di snodo della vita politica e industriale italiana. Perché la più grande acciaieria di Europa stava proprio a Sesto San Giovanni, e negli anni Sessanta, all’apice della produzione, alle Falck lavoravano oltre 15 mila persone. Penati, l’insegnante con la tessera del Pci fin da quando era ragazzino, si trova ad affrontare una crisi che colpisce al cuore il modello sociale di Sesto: in una città operaia, dove tutto ruota attorno alle Falck, la chiusura definitiva delle acciaierie arriva nel 1996.
Fatte le debite proporzioni, è come pensare a una Torino senza la Fiat: e non è facile né per la città né per chi, politicamente, del consenso operaio aveva vissuto e si era lungamente alimentato. Mentre il ciclone Berlusconi e il vento leghista cambiavano i connotati della politica italiana, agli ex Pci sembravano sparire perfino gli operai, e con essi le ultime certezze. Dell’imminente chiusura delle acciaierie, peraltro, a Sesto sapevano tutti da un po’, solo che nessuno – negli anni caldi di Tangentopoli e Mani Pulite, con la politica già in crisi di suo – aveva avuto voglia di parlarne alla città né, evidentemente, di iniziare a pensare a un “dopo”. Per questo, ad esempio, il piano regolatore – oggetto della supposta corruzione/concussione di cui si parla in questi giorni – non venne modificato dalla giunta di Fiorenza Bassoli, e mantenne intatta la funzione industriale di quella enorme area (1,4 milioni di metri quadri). E arrivò così com’era sulla scrivania di Filippo Penati, che nel 1996 in cui le acciaierie chiusero faceva il sindaco.
Chi ha visto quegli anni e quel dossier da vicino, ricorda l’attenzione delle grandi istituzioni internazionali e dei grandi architetti di tutto il mondo. Subito dopo la chiusura degli stabilimenti ci fu una visita degli emissari dell’Ocse a Sesto San Giovanni: la più ampia area dismessa d’Europa non poteva passare inosservata fuori dal confine. E del resto, anche gli architetti più importanti del mondo pensano a quel milione e mezzo di metri quadrati ai confini di Milano come a una grande occasione. Tanto che al primo concorso internazionale che viene bandito arrivano dai quattro angoli del globo ben 154 proposte, alcune “accompagnate” anche da idee strutturate di investimento da parte di grandi gruppi stranieri che avrebbero potuto rilevare l’area. Ma i testimoni di quegli anni riferiscono che Penati e le persone a lui più vicine non avevano dubbi: “Pasini è la soluzione migliore per lo sviluppo delle aree”. Nel 2000 la “soluzione migliore” diventa realtà, i Pasini comprano le aree.
Prima puntano a farne il nuovo quartier generale di Banca Intesa: poi la grande banca cambia idea e allora i Pasini puntano a uno sviluppo immobiliare a scopi residenziali, e si mettono in coda per vedere cambiato il Piano regolatore. Proprio a quel fine, secondo le denunce di Pasini, Penati e gli altri gli avrebbero estorto quasi sei miliardi in cambio di modifiche al piano regolatore che non sono mai arrivate.
Quando, nel 2005, Pasini cede le aree a Zunino, Penati ha già cambiato carriera. Dal 2001 è segretario della federazione del Partito, massima carica provinciale, prima di sconfiggere nel 2004 Ombretta Colli, diventando presidente della Provincia. È dunque Penati è già a Palazzo Isimbardi, quando Pasini, dopo aver offerto senza successo quell’area a diversi operatori immobiliari, trova nella Risanamento di Luigi Zunino (ancora una volta sostenuto anzitutto da Banca Intesa e spesso accompagnato da costruttori legati al mondo delle cooperative) l’acquirente giusto. Il prezzo è molto più basso (88 milioni, rispetto ai 400 miliardi di lire pagati da Pasini) e il piano di sviluppo è faraonico.
La firma è quella di Renzo Piano, il costo dell’opera supera i 4 miliardi di euro, il prezzo teorico al metro quadro degli appartamenti arriva fino a 9000 euro. Cifre da capogiro, del tutto fuori mercato per una città come Sesto San Giovanni: Prezzi, infine, che non tenevano conto di un crollo del mercato immobiliare che sarebbe arrivato come naturale conseguenza all’esplosione della bolla: travolgendo anzitutto Zunino, e consegnando la sua società alle banche creditrici.
Ma intanto Penati fa il presidente della Provincia. In una città che si avvia ad uscire da un decennio di Albertini, ed è appena a metà del ventennio formigoniano, Penati è l’unico che fa pensare alla sinistra di poter comunque vincere e governare. E in Penati si incarna l’idea che essere “di governo” significhi sfidare la cultura tradizionale di provenienza. Quindi, sull’immigrazione - su cui l’ente che amministra non ha praticamente alcuna competenza - Penati parla da “leghista di sinistra”. Per questo si scontra spesso sia con pezzi dell’establishment locale - Pierfrancesco Majorino, che oggi fa l’assessore con Pisapia, e la parlamentare Barbara Pollastrini - sia con diverse sensibilità della base.
Ma è su un’operazione economico-finanziaria che Penati, ancora una volta, prova a lasciare un’impronta. La scalata di Serravalle, su cui siamo tornati anche di recente, lascia segni profondi nei bilanci e nella memoria. Coi soldi ancora una volta di Banca Intesa, la Provincia da lui guidata compra da Marcellino Gavio una quota di minoranza dell’Autostrada che porta i milanesi verso il Mar Ligure. Sommando quella partecipazione alle quote storicamente detenute dalla Provincia, l’ente allora guidato da Penati diventa azionista di maggioranza assoluta. In questo modo, con il proverbiale cerino in mano, resta Gabriele Albertini e il Comune di Milano, la cui partecipazione in Serravalle non “conta più nulla”. Chi ci guadagna di sicuro sono Banca Intesa (in interessi) e Marcellino Gavio, poi coinvolto al fianco di Unipol nella scalata della Bnl. Tra i più acuti critici dell’operazione, fin dal suo annuncio, c’è Bruno Tabacci, che oggi è assessore al bilancio con Giuliano Pisapia.
La passione per la finanza porta fortuna solo a metà a Penati. Quando nel 2009 è il momento della rielezione, perde al secondo turno contro Guido Podestà. La sconfitta matura per poche migliaia di voti, ed è di quelle che bruciano. I calcoli fatti (da lui e dal partito) prevedevano che, una volta rieletto, sarebbe arrivato in sella fino al 2011 e a quel punto avrebbe potuto sfidare con buona chance la stella di una Letizia Moratti che già sembrava in declino.
La sconfitta del 2009 lo indebolisce dentro e fuori il perimetro dell’embrione Pd: di fatto è costretto ad accettare una candidatura – quella in Regione, nel 2010 – che lui non voleva assolutamente. La sconfitta è sicura, e la fine dell’ascesa è garantita. Nel Pd, dove molti sono i suoi avversari, sicuramente ci hanno pensato in tanti e lui – che a pane e politica ci è cresciuto – lo capisce per primo. Ma dire di no non può, e quindi si sacrifica e va a schiantarsi contro il muro di consenso che – negli anni – ha costruito attorno a sé e alla sua macchina Roberto Formigoni. È da sconfitto che siede in Consiglio Regionale e da lì, in vista delle elezioni comunali del 2011, rimette fuori la testa e sonda il terreno. Vorrebbe essere lui il candidato sindaco, ma la strada è sbarrata. Contribuisce in modo importante a lanciare Stefano Boeri anche presso Pierluigi Bersani, di cui è uomo di fiducia fin dai tempi delle primarie che portano il leader piacentino a capo del Pd. Ma Boeri perde le primarie e Penati, forse definitivamente, il controllo del partito.
Affianco, da sempre, ha un giro stretto di fedelissimi, un piccolo gruppo di accoliti che i maligni chiamano “il clan dei sestesi”. Sono, anzitutto, suoi amici: come Giordano Vimercati o Franco Maggi, che accanto a lui e davvero grazie a lui hanno fatto una carriera importante. Il primo, anche lui indagato nella vicenda Falck, è stato capo di Gabinetto in Provincia sotto la presidenza Penati. Il secondo, suo addetto stampa ormai da tempo non coinvolto dalle indagini, è diventato direttore editoriale di Youdem, canale tematico del Partito.
Dove finirà la vicenda giudiziaria che lo coinvolge lo dirà il tempo. Quali siano i confini teorici e pratici tra la concussione (un’estersione qualificata dal ruolo) e la corruzione (in cui privato e pubblico ufficiale sono compartecipi dello stesso reato) pure è una discussione teorica che l’improvvisa denuncia di Pasini potrebbe nuovamente riaprire, dopo gli anni d’oro di Tangentopoli in cui per gli avvocati dei privati era sempre concussione, per quelli dei politici sempre corruzione.
Certo, la storia di Penati interroga in profondità il Partito Democratico lombardo e non solo. Interroga, anzitutto, la storia di un movimento politico che non ha mai deciso se cavalcare la questione morale acriticamente o affrontarla problematicamente. Che non ha mai voluto ammettere che, se si puntava il dito e agitava la forca per gli avversari, prima o poi quel dito e quella forca avrebbero anche potuto rivoltarsi contro. Così, oggi, si trova spezzato nettamente in due tronconi: la militanza ingenua, che non può accettare che la questioni morale possa abitare anche a sinistra, e così riempie la bacheca di Facebook di Penati manifestando ogni certezza; e la dirigenza, un po’ avversa a Penati, un po’ cinica, un po’ opportunista, che ora dichiara freddamente una “generica” fiducia, e ora invece scarica l’ex segretario di federazione al suo destino.
Entrambe le reazioni lasciano perplessi. Ma questo, dopo tutto, non è un paese normale.

Comments
Mi sembra importante collegare i fatti recenti addebitati a Penati con le mutazioni ahimè devastanti del PCI, le quali a distanza di tempo stanno rivelando il rapporto reale con il potere di una classe dirigente a discapito della "diversità etica" della poltica della sinistra. L'attuale fase poltica ci rivela un sistema di corruzione trasversale; in tale situazione è molto difficile individuare responsabilità soggettive. I fatti addebitati sono collegati alle trasformazioni urbanistiche, al territorio, cioè al fulcro centrale della politica locale. Al sistema poltico che si è determinato vengono riichiesti cambiamenti sostanziali indotti sia dalle sentenze della magistratura sia dall'applicazione dei codici etici.
Mi sembra che ci sia un errore nel prezzo della compravendita dell'area Falck fra Pasini e Zunino. Così come scrivete voi sembra che Zunino l'abbia pagata solo 88 milioni contro i 400 miliardi - ovvero 200 milioni - pagati a suo tempo da Pasini: ci sarebbe così una forte minusvalenza. In realtà Zunino si è accollato anche i debiti di Pasini, per cui il prezzo pagato in realtà è superiore a quello di partenza. Allo stesso modo l'attuale proprietà ha comunque riconosciuto una plusvalenza a Risanamento. La cosa è particolarmente interessante perché in fondo la proprietà "vera" è sempre la stessa, ovvero le banche (a cui i vari personaggi fanno in qualche modo da prestanome): che remurano sé stesse fino ad arrivare a valori senza senso, quali quelli dell'ultima transazione. Invece di pensare a Zunino, scommettiamo che anche l'ultimo progetto di sviluppo (quello che va in votazione in questi giorni in consiglio comunale) non è fattibile?
"Per questo, ad esempio, il piano regolatore – oggetto della supposta corruzione/concussione di cui si parla in questi giorni – non venne modificato dalla giunta di Fiorenza Bassoli, e mantenne intatta la funzione industriale di quella enorme area (1,4 milioni di metri quadri). E arrivò così com’era sulla scrivania di Filippo Penati, che nel 1996 in cui le acciaierie chiusero faceva il sindaco."
Dal 1985 al 1993 Filippo Penati è assessore al bilancio e all’urbanistica nella Giunta di sinistra di Sesto San Giovanni. Quindi il piano regolatore è quasi una sua creatura.
Penati dal 2001 al 2004 è il segretario della federazione provinciale milanese dei DS. Pertanto non si può pensare che la candidatura di Giorgio Oldrini a sindaco di Sesto sia avvenuta senza un suo particolare consenso.
I casi di corruzione e le degenerazione che scaturiscono in maniera crescente dal PD fanno sorgere spontanea una riflessione sulle modalità della svolta dell'ex PCI. A distanza di venti anni appare sempre più evidente come la svolta sostenuta dagli allora quarantenni D'Alema, Veltroni, Petruccioli Mussi, Fassino Bassolino,Turco,Folena che si legarono da subito alla iniziativa di Occhetto insieme ai varii della vecchia guardia Napolitano, Macaluso, Reichlin rispondesse alla esigenza di "cancellare" quella diversità comunista di ispirazione Berlingueriana che avrebbe tarpato le ali ancora per anni a quanti pensavano di poter avere avanti a sè una luminosa carriera. Dico dopo 20 anni perchè il tempo ha dimostrato quale era l'attaccamento di questi Dirigenti al Potere personale più che al Partito. Dopo insuccessi clamorosi sono riusciti a mantenere posizioni di potere ed hanno gettato le basi per far rafforzare il regime Berlusconiano. L'articolo tratteggia bene la figura di Penati che non conosco ma è molto simile a tanti personaggi che ho conosciuto e hanno fatto vedere quanto siano periscolosi certi ex comunisti nella gestione del Potere. L'abbattimento della diversità ha dato il via ad una generalizzata uniformità al comportamenti degli altri e anzi avendo dell'arretrato da smaltire si è fatto anche peggio. Con l'idea che il mondo è cambiato anche la base del PD ha digerito rospi incredibili ed in nome del Governo è passato tutto.E' inutile che la Turco sbraiti a dire che la questione morale non riguarda il PD. Basta fare la raccolta dei casi e non ci manca nulla ......Questi cosiddetti riformisti sono splendidi quando si avventurano in tangenti, accrediti estero su estero, amministratori seminalfabeti che si sono avventurati nell'acquisto di derivati sì perchè loro sono arrivati in ritardo ma come tutti i neofiti sono proprio più pericolosi, sono pentiti di tutto anche di esistere ma sono lì e nessuno li schioda dalle poltrone. Con la svolta dell'1989 c'è stato il ripescaggio di quelli che erano già scaricati dalle pagelle del PCI e con il PDS rivedevano occasioni d'oro per riciclarsi. Berlinguer morì troppo presto per arginare il crescente opportunismo che cresceva nel PCI che non a caso trovò largo spazio nei circoli "miglioristi" milanesi e napoletani che già avevano larghe convergenze con le degenerazioni craxiane. anche quelli che poi...si sono accorti di non essere mai stati comunisti.
bell'articolo, esattamente quello che ci aspettiamo dall'inkiesta!
ottimo lavoro, jacopo!
Ho troppo piacere a vedere Penati nella m... e spero presto tutto il PD. Ho piacere perchè me lo ricordo come se fosse oggi quando da presidente COMUNISTA della prov. di Milano dichiarava di essere favorevole alle ronde leghiste; ai bei tempi del governo del nano ... fondato sulla paura e la mattanza del G8. Spero che siano tante le prove a suo carico e che lo sbattono in gattabuia.
Post new comment