La morte di Pippo Baudo ci ha ricordato una verità fastidiosa: il conduttore televisivo nazionalpopolare è ormai una specie in via d’estinzione. Non l’annunciatore intercambiabile che legge il gobbo con voce impostata, né il cronometrista ansiogeno che deve portare sani e salvi noi spettatori al prossimo blocco pubblicitario. Neanche il compiaciuto imitatore di format americani che scambia la scemenza calcolata per momenti di grande televisione. Parliamo del sovrano dell’imprevisto, il diabolico democristiano che con una mano crea il caso e con l’altra spegne la polemica. Insomma: il demiurgo capace di trasformare una trasmissione in un rito collettivo. O, come si diceva una volta, chi sa fare televisione.
Con Baudo se n’è andato il suo prototipo più compiuto, il maestro che ha insegnato il mestiere a una generazione di colleghi venuti a rendere omaggio alla sua salma al Teatro delle Vittorie. L’inventore di talenti che ha trasformato morti di fama in artisti, comici, cantanti dal successo imperituro. Oggi quel mestiere in Italia lo sanno fare ancora una decina di persone. Il problema è che hanno tutti almeno sessant’anni.
La televisione è diventata una lunga traversata nel deserto di palinsesti fuori format, sempre più poveri e ripetitivi. Solo tre oasi riescono ancora a catalizzare davvero l’attenzione nazionale (o almeno a far rumore abbastanza da sembrare tali): “Sanremo”, “Techetechetè” e “Temptation Island”. E due su tre non hanno nemmeno bisogno del conduttore.
Sarà colpa delle piattaforme di streaming, del ritorno alla vita fuori casa o del fatto che ormai solo gli anziani accendono la tv la sera. L’origine del problema sceglietela voi. Quel che conta è che la nuova generazione di conduttori non riesce più a oltrepassare lo schermo per entrare nelle nostre conversazioni quotidiane. Per la prima volta il meccanismo sembra essersi inceppato. Quando si parla di televisione, e se si parla di televisione, i nomi sono sempre quelli: Fiorello gioca all’uomo del monte che dice nì; Amadeus ha scelto l’esilio dorato del Nove; Milly Carlucci ha abusato del motto “squadra che vince non si cambia”; Carlo Conti, Gerry Scotti, Simona Ventura, Antonella Clerici sono l’usato sicuro di Rai e Mediaset. Maria De Filippi non conta: gioca da venticinque anni un campionato a parte.
E chi è nato dopo gli anni Settanta? Non vale Stefano De Martino: un’eccezione non fa una generazione. Sì, perché fin dalla sua nascita la televisione italiana ha avuto sempre tanti conduttori nazionalpopolari capaci di interpretare le diverse anime del Paese. Basta guardare il video storico diffuso su diversi profili social a poche ore dalla morte di Baudo. Ultima puntata di “Sabato sera”, 10 giugno 1967: Mike Bongiorno, Corrado, Enzo Tortora e Pippo Baudo vestiti eleganti che ballano con Mina.
Ognuno è stato un gigante della televisione a modo suo. Bongiorno era l’uomo medio, il severo giudice di quiz, il gaffeur seriale capace di far sentire migliori gli spettatori, come ci spiegò Umberto Eco nella sua celebre fenomenologia. Corrado il gentiluomo garbato e sardonico, Tortora il conduttore sensibile ed elegante. Tutti loro eredi di Mario Riva e di una tv pedagogica che metteva il presentatore al servizio del format. Baudo faceva parte del quadretto ma era già un’altra cosa. Non conduceva i programmi: li dominava. Corrado aveva “La Corrida” e “Il pranzo è servito”, Tortora “La domenica sportiva” e “Portobello”, Bongiorno “Lascia o raddoppia” e “Rischiatutto”. Baudo aveva sé stesso. E lo dimostrò fin dal primo programma, “Settevoci” fino a “Domenica In”, passando per tredici festival di “Sanremo”: titoli diversissimi ma uniti dal suo marchio.
Sulla strada di Baudo si sono mossi i protagonisti della generazione successive. Citiamo solo i due estremi: Fabio Fazio con “Quelli che il calcio” e poi “Che tempo che fa”; Paolo Bonolis con “Ciao Darwin”, “Il senso della vita”, “Avanti un altro” dove il game show diventa teatro antropologico. Tutti, in modi diversi, hanno raccolto la lezione di Baudo: il conduttore non come semplice esecutore, ma puparo pronto a preparare dietro le quinte tutto il necessario per rendere l’ordinario memorabile. «Baudo ha tracciato un solco enorme che tutti noi abbiamo seguito», ha detto Fiorello. Ed è vero.
Negli anni Novanta è arrivata un’altra ondata di conduttori capaci di interpretare il proprio tempo diventando più grandi dei loro programmi. Una fama che permette loro ancora oggi di cannibalizzare i palinsesti, lasciando ai più giovani soltanto le briciole. È la generazione di Radio Deejay, cresciuta guardando Raffaella Carrà dimenarsi sul palco e temprata dalla gavetta nei villaggi turistici, senza bisogno di sfogarsi su TikTok per le condizioni delle camere. Fiorello con “Karaoke”, Amadeus con “Festivalbar”, Carlo Conti e Gerry Scotti con “Miss Italia”, “L’eredità”, “Passaparola” e “Chi vuol essere milionario”. Perfino Enrico Papi, che di questo carro può essere considerato l’ultima ruota, è passato alla storia con “Sarabanda” e l’indimenticabile Uomo gatto.
L’estinzione del conduttore nazionalpopolare si riflette chiaramente nei palinsesti 2025/2026 di Rai e Mediaset. Dopo i tentativi falliti di lanciare nuovi volti – come Veronica Gentili all’“Isola dei Famosi” e Diletta Leotta con “La Talpa” – e il goffo rilancio di Ilary Blasi con un programma così dimenticabile da non meritare neppure il titolo, Pier Silvio Berlusconi ha scelto di rifugiarsi nella nostalgia per trattenere gli inserzionisti. Così Gerry Scotti torna a “La ruota della fortuna”, storico quiz consacrato da Mike Bongiorno, mentre Simona Ventura viene richiamata al timone del “Grande Fratello”: un ritorno all’usato sicuro, affidandosi a chi la televisione sa davvero farla, per evitare crolli di ascolti e pubblicità. Proprio il caso della Ventura è emblematico: «Con Simona abbiamo fatto un test di marketing chiamandola come opinionista all’“Isola”, e ci siamo detti: “però”! Poi ha girato un numero zero, e ci siamo detti: “però”! Alla faccia dell’età – sorride – se c’è una che sa fare quel mestiere lì è lei», ha detto Pier Silvio. Ma dai.
Stesso discorso per la Rai che ha confermato a “Domenica In” un’altra epigona di Baudo, per sua stessa ammissione: Mara Venier che condurrà per la sedicesima volta lo storico programma. Sì, sedicesima, non è un’iperbole. Inizialmente avrebbe dovuto affiancarla Gabriele Corsi, uno dei tre del Trio Medusa, considerato tra le nuove leve della conduzione, anche se ha cinquantaquattro anni e diversi programmi alle spalle tra la conduzione de “Le Iene” su Italia Uno, “Don’t Forget the Lyrics! – Stai sul pezzo” sul Nove e diversi “Eurovision” commentati sulla tv pubblica. Dopo averlo annunciato in pompa magna la Rai gli ha tolto l’incarico spiegando che la decisione è stata presa di comune accordo, a causa di incompatibilità con altri impegni professionali dell’artista. Fingiamo di crederci.
L’altro grande escluso dai palinsesti Rai è Alessandro Cattelan che, per citare la celebre trilogia di Alberto Arbasino, dopo anni di “Giovane promessa” sta diventando per alcuni rincoglionauti su Internet il “solito stronzo” solo perché i suoi programmi sono amati da una nicchia e non hanno fatto grandi ascolti sulla tv pubblica. Proprio Cattelan è l’esempio del soffitto di cristallo che i conduttori giovani di oggi (anche se ha quarantacinque anni) non riescono a sfondare.
Forse è un problema generazionale: pubblico anziano e idee giovani. O forse le scelte dei dirigenti televisivi che in mancanza di carismatici presentatori hanno scelto cantanti per condurre: Mika, Giorgia, Laura Pausini e persino la giovane, lei sì, Francesca Michielin. Una risposta a Cattelan ha provato a darla Antonella Clerici ospite del suo podcast “Supernova”: «Sei bravissimo, lo sai, ma ti diverti solo tu. Al pubblico devi dare di più, soprattutto dal punto di vista emotivo». Un trattato sulla televisione in due frasi. La tv generalista italiana continua a chiedere calore, confidenza e familiarità. Un tratto che sembra assente nei moderni conduttori. Cattelan proverà a rifarsi le ossa a Mediaset, sperando di intercettare il target giusto.
L’unica speranza arriva da Stefano De Martino che sta cercando di riportare in prima serata un modello diverso: una televisione garbata, da galantuomo, che guarda non tanto a Baudo quanto alla tradizione ironica e sorniona di Renzo Arbore. Programmi come “Quelli della notte” e “Indietro tutta” durarono poco, ma restarono nell’immaginario collettivo per il loro ritmo, la complicità, il cazzeggio con il pubblico. Tutti elementi che vediamo anche nel suo “Affari tuoi”. Il suo tentativo è prezioso, ma rischia di arrivare fuori tempo massimo. La televisione come rito collettivo appartiene a un Paese che non esiste più. E quella magia, forse, resterà solo un ricordo. Sarà però interessante capire se stiamo assistendo al vagito dell’ultimo dinosauro: il conduttore nazionalpopolare.