Racconto

La saga dei Pontecorvo (quelli veri, non da Strega)

Alberto Alfredo Tristano

Il libro che Alessandro Piperno non scriverà mai. Non racconterà di una famiglia toscana, il cui cap

Una foto storica dello scienziato Bruno Pontecorvo

Uscito dal fuoco amico dei bagordi del dopo-vittoria e forse ancora ubriaco di Strega (dentro e soprattutto fuor di metafora, avendo egli stesso collocato - con l'emicrania del day after - a non meno di vent'anni addietro l'ultima sbornia presa), Piperno si appresta a non scrivere il terzo capitolo della saga dei Pontecorvo.

Ciò che non racconterà è d'una famiglia toscana. Le pagine iniziali della storia dei Pontecorvo sono ambientate nella casa natìa, in Pisa, fuori Porta Nuova, a un tiro di schioppo da piazza dei Miracoli: casa poi cancellata dalla speculazione edilizia e sostituita da uno dei tanti orridi alberghi del boom. A scegliere quella casa fu la mamma Maria, nata Maroni, indiscutibilmente lombarda, figlia di un primario dell'ospedale milanese Fatebenefratelli, Arrigo, gran borghese che era in confidenza a Verdi e Boito. La musica piaceva molto anche a Maria, suonatrice di pianoforte, che si innamorò perdutamente dello Schiedmayer nero verticale che impreziosiva un salottino di quella villa a tre piani, deliziosamente perbene e gozzaniana con la finta antichità delle mura, l'immenso guardino, il grande camino, i mobili antichi. Decise Maria che quella doveva essere casa Pontecorvo e la volontà non fu nemmeno discussa dal consorte, il papà Massimo. Egli era un industriale del tessile, che aveva trasformato la piccola impresa acquistata dalla famiglia Nissim in un'azienda da mille e cinquecento operai.

Disprezzatore del tessile di Prato, uomo simpatico e modesto e alla mano in famiglia e in società, Massimo era il capofamiglia di quel piccolo regno pisano dove governava su una popolazione composta da moglie, otto figli, due cameriere, la cuoca, la signorina francese, il giardiniere.

Erano ebrei, i Pontecorvo. Ma i ragazzi quasi nemmeno sapevano di esserlo. Da tre generazioni nessuno era stato circonciso. Non si celebravano le feste del calendario ebraico. Mamma Maroni aveva piuttosto forti legami con la comunità valdese. La famiglia Pontecorvo era imparentata con due famiglie importanti dell'antifascismo italiano, i Sereni e i Colorni. Proprio nella villa Colorni di Forte dei Marmi il clan Pontecorvo trascorreva le lunghissime estati, dividendosi tra i giochi e l'ozio di spiaggia e le partite sul privato campo da tennis.

Famiglia più che benestante, quella dei Pontecorvo, nella quale non si parlava di soldi: era volgare. Volgari erano naturalmente anche le parolacce: tassativamente bandite. E poi tutti dovevano imparare il francese, dolce e raffinato suono dell'élite. Infine la musica: pianoforte o violino, tutti impararono a suonare.

Gli otto figli Pontecorvo animavano le stanze e i giorni della famiglia, naturalmente - ma con elegante scioltezza - incamminata sulla strada della fama planetaria. I nomi degli otto eredi erano: Guido, Paolo detto Polì, Giuliana, Bruno, Gilberto detto Gillo, Laura, Anna, Giovanni.

Guido era il maggiore. Studiò Agraria. Nel giardino di casa incrociava piante e fiori. Divenne un genetista. E non prese il Nobel solo per lo scherzo da prete che gli fece Bruno, racconterà divertito Gillo. Lo scherzo di Bruno in effetti fu piuttosto rumoroso. Successe che Bruno, laureato in Fisica, forse il più intelligente dei Pontecorvo nonostante l'agguerrita concorrenza familiare su questo piano, Bruno che fu il più giovane dei “ragazzi di via Panisperna” guidati da Fermi negli studi rivoluzionari sull'atomo, ebbene Bruno nel 1950, durante una vacanza estiva in Italia, sparì da Roma. Ma non fu un altro caso Majorana, perché Bruno pochi giorni dopo fornì notizie di sé: Bruno aveva scelto di vivere al di là della Cortina, di chiamarsi Bruno Maksimovic Pontekorvo, di lavorare sulla particelle elementari e la vita delle stelle e di farlo per l'Unione Sovietica. Scandalo internazionale. Nessun dubbio, in Bruno. Mai. Anche quando l'Urss si sciolse via fax, Pontekorvo rimase in Russia, dove morì, abbattuto dal morbo di Parkinson all'età di ottant'anni.

Di un certo rilievo internazionale fu pure la carriera di Gillo, che partì come aspirante tennista, inseguì il sogno (abortito) di diventare direttore d'orchestra, si dedicò in gioventù con speciale attenzione alle ragazze, con una, Henriette, bisnipotina di Joseph Nicephore Niepce, inventore della fotografia, si sposò in Francia, dove svolse attività antifascista, e a Parigi poi si cimentò con la fotografia e il giornalismo, infine approdò alla settima arte, dove invero produsse pochissimo, soltanto cinque film, uno dei quali si intitola La battaglia di Algeri ed è considerato tra i più importanti della storia del cinema.

Paolo invece fu ingegnere. Giuliana si impegnò in politica, col Pci, insieme al marito Duccio Tabet. Anna era una specie di missionaria, Giovanni lavorò alla Olivetti diventandone il capo delle relazioni esterne.

I molti fili della famiglia Pontecorvo, che iniziarono a dipanarsi e sperdersi attraverso il mondo per la dolorosissima e infame ragione delle leggi razziali di Mussolini, poi seguendo le attitudini così diverse degli otto, orientate quali alla politica, quali all'industria, quali all'arte, quali alla scienza, costituiscono un romanzo che s'intreccia a strette maglie con il Novecento italiano.

Questa storia non sarà materia del prossimo romanzo di Piperno sui Pontecorvo. È stata invece raccontata - centrata soprattutto sulle vicende del regista Gillo - da Irene Bignardi in “Memorie estorte a uno smemorato”, libro sbranato per questa non anticipazione, pubblicato da Feltrinelli nel 1999. Non essendo informati circa eventuali ripubblicazioni, il consiglio è confidare in una sperabilmente proficua caccia (e non allo Strega) tra le bancarelle della Penisola.
E dunque, buona ricerca. Dopodiché, buona lettura.

Comments

Alberto Alfredo Tristano's picture
Inviato da: Alberto Alfredo Tristano
10 July 2012 - 16:32

giusto, c'e' anche il bel libro della mafai.
la guerra fredda dei nobel in effetti meriterebbe un pezzo.

Fileno's picture
Inviato da: Fileno
9 July 2012 - 23:49

Se non erro un po' di questa storia della famiglia Pontecorvo e' stata scritta anche da Miriam Mafai nel suo "il lungo freddo" biografia di Bruno...

Mauro's picture
Inviato da: Mauro
9 July 2012 - 22:24

Con la scelta sovietica, Bruno Pontecorvo folse tolse il Nobel al fratello Guido, ma senza forse lo tolse prima di tutto a sé stesso.
Un po' il contrario di Segré, che il Nobel lo vinse al 25% grazie ai propri meriti di scienziato e al 75% grazie all'aver fatto la scelta politica "giusta" (cioè quella atlantica).
Saluti,
Mauro.

aldo ponticorvo's picture
Inviato da: aldo ponticorvo
15 July 2012 - 18:52

mi piacerebbe conoscere le origini della famiglia pontecorvo,penso di origine ebraico-napoletane nobili,il ramo potrebbe derivare da andrea pontecorvo che intorno alla seconda decade del 1500 si trasferi' da sorrento a venezia è fu ilprimo a dare il colore alla cera.attendo conferme,se possibile.grazie.

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