Il Libro di Adam Smith compie gli anni, un bel ripasso ci farà bene
Il 9 marzo del 1776 veniva pubblicata “La ricchezza delle nazioni”, bibbia dei moderni studi economi
Buon compleanno capitalismo. 236 anni fa, il 9 marzo 1776 venne pubblicata la prima edizione de “The Wealth of Nations” di Adam Smith. Vorrei dunque proporre un’umile rivisitazione dell’opera provando a sottolineare l’importanza che aveva per Smith, sia il ruolo dello Stato sia quello della collettività, questioni che comunemente vengono escluse o dimenticate. Considerando la maestosità dell’opera verranno approfonditi solo pochi passaggi. Non so sei sia accurato individuare la nascita del capitalismo in concomitanza con la pubblicazione del secondo volume di Adam Smith, ma è accezione comune individuare nella “Ricchezza delle Nazioni” la nascita dell’economia classica e quindi, in parte, del pensiero liberale. Infatti per molti autori neoclassici, il concetto della “mano invisibile” è stato il precursore per lo sviluppo della “teoria dell’equilibrio generale” introdotta da Léon Walras nel 1874.
Nato in concomitanza con la Prima rivoluzione industriale, Adam Smith (1723-1790), può essere considerato il filosofo che pose le basi per lo sviluppo della moderna teoria economica. Definire Adam Smith un puro economista può risultare erroneo per due motivi: da un lato, nei suoi libri non sono presenti formule; dall’altro di formazione Smith era filosofo morale. Docente di logica all’Università di Glasgow, nel 1759 venne pubblicata la “Teoria dei Sentimenti morali” in cui è descritta la morale della simpatia. Secondo questa teoria, l’uomo è mosso nelle sue azioni dal desiderio di ottenere l'approvazione e quindi la simpatia dei sui simili, o meglio l’approvazione di quello “spettatore imparziale” che rappresenta, appunto, la collettività. Dopo un viaggio in Francia tra il 1764 e il 1766, dove andò in visita ai suoi amici Hume (sotto vi propongo un interessante scambio epistolare tra i due) e F. Quesnay, dopo quasi 17 anni dalla prima opera, pubblicò l’opera pilastro delle scienze economico-sociali: La Ricchezza delle Nazioni.
Quest’opera si articola in cinque volumi nei quali viene analizzata l’economia nel suo complesso, grazie all’unione delle varie componenti del puzzle economico. La ricchezza di una nazione deriva da due fattori: il numero dei lavoratori produttivi sul totale della popolazione (individuati nella borghesia e distinti dai lavoratori improduttivi caratteristici del sistema feudale) e la produttività di ogni lavoratore. Nel primo volume “Delle cause del progresso nelle capacità produttive del lavoro, e dell’ordine secondo cui il prodotto viene naturalmente a distribuirsi tra i diversi ceti della popolazione” vengono indagate le cause sia del miglioramento e dello sviluppo economico (dovute alla divisione del lavoro) sia della distribuzione naturale del reddito. Per esprimere l’utilità marginale derivante dalla divisione del lavoro, raggiunta grazie alle prime forme di meccanizzazione del lavoro stesso, Smith studia la famosa fabbrica di spilli, notando come:
«Si può dunque considerare che ogni persona, facendo la decima parte di quarantottomila, fabbricasse quattromilaottocento spilli al giorno. Se invece avessero lavorato tutti in modo separato e indipendente e senza che alcuno di loro fosse stato previamente addestrato a questo compito particolare, non avrebbero certamente potuto fabbricare neanche venti spilli per ciascuno». Viene esaltata così la divisione del lavoro la quale segnerà, per sempre, la superiorità dell’industria manifatturiera sui sistemi agricoli che, un tempo (ora non più), non consentivano altrettanta divisione del lavoro. Fin dal primo volume, e proprio sulla questione della divisione del lavoro, emerge l’importanza dello Stato nell’economia, che può essere sottolineata ricorrendo alle parole di Noam Chomsky: “Tutti leggnoo solo il primo paragrafo delle ricchezza della nazioni dove viene esaltata l’importanza e la magnificenza della divisione del lavoro. Ma poche persone sono arrivate cento pagine più avanti, dove Smith precisa che la divisione del lavoro distruggerà l’anima umana rendendo le persone creature stupide ed ignoranti. Per questo in ogni società civilizzata lo Stato deve necessariamente prendere delle misure in modo tale da prevenire che la divisione del lavoro raggiunga i suoi limiti”.
Ed è in questo primo libro che Smith attacca, fortemente, le “Caste”. Vengono ripetutamente criticati quei politici o individui che grazie alla loro influenza (politica ed economica) riescono a manipolare il funzionamento del governo per poterne trarre un proprio vantaggio a scapito dell’interesse della comunità. Viene precisato come l’interesse della comunità deve necessariamente essere garantito dallo Stato e come associazioni quali oligopoli, banchieri internazionali, trade unions possano ostacolare l’interesse comune. Queste “istituzioni” che operano in un mercato comune, secondo Smith, nei loro incontri pianificano delle cospirazione contro la collettività, e questo il più delle volte attraverso l’aumento del prezzo dei beni che producono. Quello che viene proposto contro queste lobby, sono delle dure leggi per riportare all’interno del mercato giustizia e libertà. È evidente l’utilità di questa riflessione per capire ciò che succede oggi giorno nel mercato delle materie prime, in assoluto nel mercato del grano, regolato da grandi lobby o più esattamente oligopoli. È importante ricordare che nel caso della Compagnia inglese delle Indie orientali, cioè di una società privata che aveva conseguito un dominio monopolistico sul proprio mercato, Smith si dichiarò a favore del controllo pubblico.
Nel secondo volume, “Della natura, dell’accumulazione e dell'impiego dei fondi”, viene illustrato il ruolo della moneta e la teoria dell’accumulazione del capitale che regola la proporzione dei lavoratori utili al sistema economico. In questo libro viene analizzato il ruolo della moneta o meglio della “nuova” cartamoneta che, nel 1717, fu ufficialmente ancorata al valore dell’oro ad opera di Sir Isaac Newton. Ne viene esaltata la facilità di scambio e l’ampliamento degli scambi che ne conseguiva. Tutto questo, ovviamente, perché il valore ultimo era rappresentato dall’oro. Anche le banche vengono promosse come mezzo di sviluppo economico, precisando però che lo stato deve intervenire con delle regolazioni: «Le uniche restrizioni bancarie necessarie sono la proibizione di banconote di piccolo taglio e la prescrizione che tutte le banconote siano pagabili su richiesta».
È importante notare come il sistema capitalistico-liberale (entrambi discepoli della filosofia di Adam Smith) abbiano abolito la seconda restrizione proposta dall’autore. Dal 1971 la nostra moneta è un moneta senza un sottostante, senza un valore materiale reale una volta rappresentato dall’oro, la così detta Fiat Money. La caratteristica di tutte le nostre monete è quella di poter essere prodotta in quantità infinita. Mentre nel 1700 la moneta emessa da una banca rappresentava un debito (per la banca stessa) perché doveva essere necessariamente convertibile in oro, ora la moneta (che rappresenta sempre un debito) è convertibile solo in altra moneta, che però rappresenta sempre un debito pagabile con altra moneta, che comunque rimane debito e potrà essere ripagata solo con altro moneta-debito, e cosi via infinitamente, come il debito appunto.
La Storia e La Storia del pensiero economico, sono i protagonisti del terzo e del quarto volume. Nel terzo libro intitolato “Del diverso progresso della prosperità nelle diverse nazioni “ viene proposta una analisi storica delle teorie economiche precedenti, dallIimpero romano in poi, chiarendo che il «corso naturale delle cose porta prima all’agricoltura, poi alle industrie e poi al commercio estero». Dopo una precisa analisi storica, nel quarto libro “Dei sistemi di economia politica” si sviluppa la critica alla Storia. Questo volume, può essere ritenuto un piccolo trattato di storia del pensiero economico con una critica aspra al sistema mercantilistico grazie anche all’appoggio di una mano invisibile. Il sistema mercantilistico sviluppatosi tra il XVI e la prima metà del XVII, era un sistema economico relazionato a politiche economiche di carattere nazionalistico e protezionistico. Le politiche dei mercantilisti erano orientate verso forti esportazioni e poche importazioni, questo per garantire un saldo attivo nelle casse dello Stato. Smith critica apertamente queste politiche economiche poiché favorendo solo le esportazioni, quello che si va a creare è una restrizione del mercato generale.
È in questo volume, più precisamente all’interno del secondo capitolo che compare, per la seconda volta, il concetto della mano invisibile (la prima volta venne citato nella Teoria dei sentimenti morali). Si può ritenere che la mano invisibile (o la mano della Provvidenza) discenda direttamente dall’individualismo-illuministico settecentesco: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio – dice Smith – che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo (self-love), e parliamo dei loro vantaggi, e mai delle loro necessità». E ancora: ciascun individuo impiegando il proprio capitale in modo da dare il massimo valore al suo prodotto «mira soltanto al proprio guadagno» ed «è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni».
Secondo Amartya Sen, premio nobel per l’Economia nel 1998, questo è stato uno dei passi più abusati della teoria smitthiana. Il Premio Nobel e docente di Harvard, fa notare come nel pensiero di Smith lo scambio, è si un beneficio per il funzionamento del mercato, ma anche come la ricerca del solo interesse personale non sia utile per il beneficio della società.
Infatti, analizzando la Teoria dei Sentimenti Morali in una sua pubblicazione, Sen fa notare, come Smith nel libro precisi che la prudenza sia la virtù più utile all'individuo ma anche che “l’umanità, la giustizia, la generosità e lo spirito pubblico (public spirit) sono le qualità più utili per gli altri”.
Secondo la rivisitazione di Sen del pensiero di Adam Smith: «Un’economia di mercato per essere di successo richiede diversi valori che includono la fiducia reciproca e la fiducia nell’altro».
Nel quinto libro “Del reddito del sovrano e della repubblica” (Of the Revenue of the Sovereign or Commonwealth), Smith analizza appunto il ruolo dello Stato e delle finanze statali nello sviluppo economico. I punti cruciali e critici di questo libro sono 3:
1) Il mantenimento da parte dello Stato della giustizia, attuabile prima di tutto garantendo la proprietà privata, quest’ultima necessaria per evitare possibili rivolte del popolo. Smith, in questo libro fa riferimento ai poveri e ai bisogni in più passaggi;
2) Il ruolo dello Stato nel garantire una istruzione per tutto il Paese, a tutti gli individui. Secondo Smith il governo deve insistere affinché il Paese raggiunga un’alfabetizzazione generale della popolazione cosi da creare individui pronti per il mercato;
3) Il debito pubblico, sopratutto quello causato durante le guerre. Sembra strano, ma è facile notare come gli Stati Uniti non seguano affatto le indicazioni di Smith: fanno guerre e accumulano debito (che compra la Cina) mentre la Cina non fa guerra e punta su una forte produttività di ogni singolo lavoratore (sia in Cina che a Milano, comprandosi inoltre il debito Americano).
Smith riconosce, inoltre, due obiettivi fondamentali che l’economia politica deve perseguire:
Provvedere ad abbondanti redditi (revenue) per il sostentamento delle singole persone;
Offrire allo Stato o al commonwealth (bene comune) sufficienti redditi per garantire il servizio pubblico.
Le prime critiche al sistema smitthiano vengono dal filosofo-giurista Jeremy Bentham. Il primo dei teorici dell’utilitarismo (teoria degli incentivi) critica Smith per l’eccessivo ruolo che attribuisce allo Stato. Può sembrare strano, ma come è ben sottolineato in quest’ultimo libro per Smith lo Stato ha un ruolo importante sopratutto nella redistribuzione delle risorse. Diversamente da Malthus e Bentham, Smith riconosceva l’importanza delle Poor Laws (sistemi di assistenzialismo sociale) proponendo anche riflessioni per il miglioramento di queste ultime.
Secondo Amartya Sen: «Smith sottolinea la necessità di varie istituzioni che garantiscano il raggiungimento di alcuni obiettivi che il mercato (da solo) non sarà mai in grado di raggiungere. Lui era profondamente preoccupato dall’incidenza della povertà, dell’alfabetizzazione e della relativa miseria sull’economia. Tutti problemi che possono diffondersi nonostante il buon funzionamento dell’economia di mercato. […] Smith richiede diverse istituzioni e diverse motivazioni – non un mercato monolitico e il solo dominio del profitto».
Uno degli elementi più importanti e discussi del pensiero di Smith è il Lavoro. Il valore di un bene è proprio la quantità di lavoro impiegata, lo stesso lavoro che rappresenta proprio il valore aggiunto alla materia prima, un valore che in ultima istanza è determinato dalla produttività del lavoratore. Anche in Italia il tema del lavoro è un tema caldo. Entro marzo il governo Monti ha annunciato il via o la conclusione della riforma del mercato del lavoro e del tanto discusso articolo 18.
Vorrei provare a far entrare in questo dibattito, tutto italiano, anche Adam Smith attraverso le sue stesse parole, dove parlando di norme viene dato risalto – anche in quest’ultimo caso – al ruolo dello Stato:
«When the regulation, therefore, is in favour of the workmen, it is always just and equitable, but it is sometimes otherwise when in favour of the masters». «Quando la regolamentazione (l’insieme delle norme), inoltre, è in favore dell’operaio, essa è giusta ed equa, ma ciò spesso non avviene, quando questa (la legge o norma) è in favore dei padroni».

Comments
Ho letto l'articolo ed i commenti , vorrei invece sottolineare l'importanza della dissertazione del libroV capitolo III : " I debiti pubblici".
Smith evidenzia che " l'aumento degli enormi debiti che oggi opprimono e che a lungo andare probabilmente manderanno in rovina tutte le grandi nazioni europee..." e che " .. quando il governo piu' saggio ha esaurito tutti gli oggetti idonei d'imposizione ( per pagare gli interessi n.d.r.), in caso d'urgente bisogno esso deve ricorrere ad oggetti non idonei .." concludendo che " vi sia un solo caso di debiti nazionali accumulati in misura elevata che siano stati pagati in modo equo e totale. La liberazione dell' entrata pubblica, ( si intende del debito pubblico che doveva essre pagato con le entrate n.d.r.) se mai si e' realizzata è stata sempre mediante bancarotta ."
Dopo Smith la storia europea evidenziò quattro riforme del sistema monetario; ed ora ?
Buona riflessione .
L-G
Comunque se volete leggere un libretto brillante e gustoso sull'argomento, vi raccomando "Contro Adam Smith", di Murray Rothbard, in cui Smith viene non solo molto ridimensionato, ma considerato principale responsabile per la stagnazione se non il regresso della "scienza" economica successiva. Un gran bel libro che sprizza intelligenza e demolisce il sussiego degli studiosi paludati. Inutile tentare di riassumerlo qui.
Passera' il filtro questo commento?(ragazzi, prima regola per dei libertari e' far passare tutto ed eventualmente cancellare dopo a scopo logistico, o meglio ancora spostare in uno spam PUBBLICO (ci vuole tanto ad arrivarci?) dopo che tutti hanno preso atto: impariamo da e miglioriamo "radio bestemmia" di pannelliana memoria, senno' non si avanza ma si arretra...)
Credo che l'affermazione di Smith (scettico verso la società anonima) della pericolosità degli oligopoli in un'economia capitalistica sia tra le sue più lucide riflessioni. Che dimostra quanto fosse chiaroveggente e perspicace e come le sue teorizzazioni appaiono di una modernità patente. Dall'altro lato il discorso dell'eguaglianza dato dal chiasmo vizi privati=pubbliche virtù -egoismo individuale ovvero altruismo sociale- (la mano invisibile), si è dimostrato poi inconcludente. La riflessione di Smith voleva portare a evidenziare come l'inconsapevole spinta all'operosità e al fine del guadagno e del benessere di ciascuno potesse arrecare beneficio alla società intera. Concetto ribadito poi nella "favola delle api" di Mendeville, ma che per quanto posso ritenere mi appare contradditorio rispetto alla diffidenza mostrata dall'economista scozzese nei confronti dell''investiment trust e dei cartelli in senso ampio.
Vorrei aggiungere altre note:
1. Compagnie commerciali
Quando Smith parla di caste fa sempre notare - anche per le Compagnie - che il monopolio è frutto di interventi legali:
"The old English East India Company was established in 1600, by a charter from Queen Elizabeth. In the first twelve voyages which they fitted out for India, they appear to have traded as a regulated company, with separate stocks, though only in the general ships of the company. In 1612, they united into a joint stock.1 Their charter was exclusive, and though not confirmed by act of parliament, was in those days supposed to convey a real exclusive privilege."
Parlare di Compagnie come se fossero private e di libero mercato è un'assurdità.
2. Moneta
Chiamare "regolamentazione delle banche" la proposta di imporre la convertibilità a vista di un deposito che per definizione è convertibile a vista è una forzatura bella e buona. Invece la storia delle banconote di piccolo taglio è vera e se ne parlava ancora in pieno ottocento. La paura era che le banche producessero troppa moneta se anche i piccoli e male informati potessero impiegare banconote.
"È importante notare come il sistema capitalistico-liberale (entrambi discepoli della filosofia di Adam Smith) abbiano abolito la seconda restrizione proposta dall’autore. Dal 1971 la nostra moneta è un moneta senza un sottostante, senza un valore materiale reale una volta rappresentato dall’oro, la così detta Fiat Money"
Questa frase cosa significa? è l'interventismo pubblico che ha separato la moneta dall'oro per poterla manipolare a piacimento. La manipolazione della moneta da parte dello stato c'è sempre stata ("signoraggio" = svilimento del metallo della moneta da parte del signore), ma nel XX secolo con il sistema Fiat è diventata strutturale e illimitata.
3. Sen e Smith
Cosa abbia capito Sen di Smith non mi è chiaro. Nel suo "L'idea di giustizia" cita decine di volte Smith senza dire nulla di rilevante sul pensiero smithiano. Farei però notare che la nozione di "giustizia" di Smith, descritta nella Teoria dei Sentimenti Morali, nulla c'entra con le confuse idee di Sen sul significato della stessa parola. Smith adotta l'idea puramente negativa della giustizia tipica di tutto il liberalismo.
4. Debito pubblico
"Sembra strano, ma è facile notare come gli Stati Uniti non seguano affatto le indicazioni di Smith: fanno guerre e accumulano debito (che compra la Cina) mentre la Cina non fa guerra e punta su una forte produttività di ogni singolo lavoratore (sia in Cina che a Milano, comprandosi inoltre il debito Americano)."
Sembra strano? Il mito che gli USA adottino principi liberali è, appunto, un mito. Non è vero almeno in quattro ambiti: la politica monetaria, la politica fiscale, la politica verso le banche, la politica sanitaria. Quando gli USA falliscono in questi quattro ambiti bisogna ricordare che sono quelli in cui sono meno liberali in politica economica.
5. Poor Laws
"Diversamente da Malthus e Bentham, Smith riconosceva l’importanza delle Poor Laws (sistemi di assistenzialismo sociale) proponendo anche riflessioni per il miglioramento di queste ultime"
No, assolutamente no. Smith critica le Poor Laws esplicitamente e lungamente:
"The obstruction which corporation laws give to the free circulation of labour is common, I believe, to every part of Europe. That which is given to it by the poor laws is, so far as I know, peculiar to England. It consists in the difficulty which a poor man finds in obtaining a settlement, or even in being allowed to exercise his industry in any parish but that to which he belongs."
6. Mercato del lavoro
"Quando la regolamentazione (l’insieme delle norme), inoltre, è in favore dell’operaio, essa è giusta ed equa, ma ciò spesso non avviene, quando questa (la legge o norma) è in favore dei padroni":
Faccio notare che le leggi sul lavoro non sono a favore dei lavoratori, sono a favore di alcuni lavoratori e a danno di altri. Prima della riforma Treu il 10-12% dei lavoratori era disoccupata, poi sono diventati sottoccupati.
Concludo:
Smith è un autore complesso e in tutti gli autori non ideologici si troveranno frasi che sottolineano la complessità e le difficoltà di qualunque proposta. Soltanto in autori come Sen o Rothbard non c'è mai conflitto tra realtà e ideologia, ma solo perché non esiste la realtà: Sen è afflitto da una serissima forma di allergia alla public choice, ad esempio, e dall'altro lato dello spettro politico Rothbard ha problemi analoghi, spesso anche più gravi. In Smith, come in Tocqueville o Hayek, dove i convincimenti morali non impediscono affatto di vedere la realtà, è facile trovare frasi che sembrano andare contro le loro idee espresse altrove. E di certo nessuno di questi è un'estremista contrario ad ogni compromesso. Ciò non toglie che questo articolo abbia dei seri difetti come interpretazione del pensiero smithiano.
PM
Trovo curioso questo articolo che cerca di trovare differenze sostanziali tra le idee di Smith e quelle dei liberali contemporanei, e per farlo è costretto o a caricaturizzare le idee dei secondi o a distorcere le idee del primo. Temo che la visione del liberalismo (non parlo del liberismo perché non esiste) che si vuole contrastare con gli scritti di Smith abbia un solo grande difetto, in comune col liberismo: non esiste.
Tutte le caste sono attaccate allo stato, i liberali (i liberisti non esistono, sono un'invenzione di Croce nel tentativo mal riuscito di creare una distinzione priva di senso in polemica con Einaudi) lo hanno sempre saputo. Lo si legge in Smith, appunto, come in Madison (Federalist 10, sulle fazioni), in Bastiat, e nel XX secolo in Mises, Hayek, Buchanan... dov'è la novità? La politica è regno di lotta tra fazioni in cui chi prende più voti devia le norme legali o le entrate fiscali a suo favore, questo lo si legge in Smith e lo sa ogni singolo liberale. Smith sapeva come funzionava la politica.
Quello che lei chiama Casta è il naturale funzionamento del governo, il 99% dell'attività legislativa serve a creare privilegi a favore dei gruppi organizzati e contro l'interesse generale, diffuso, disorganizzato, male informato di consumatori, risparmiatori, contribuenti, etc. etc. Una svogliatissima lettura del liberalismo dalla Ricchezza delle Nazioni a Legge Legislazione e Libertà di Hayek mostrerebbe migliaia di queste affermazioni.
Smith lo dice riguardo le leggi sui poveri, le limitazioni delle gilde medievali, la creazione di monopoli legali tramite "Compagnie commerciali", le leggi sul grano... oggi abbiamo la stessa identica cosa, solo che col potere legislativo diventato onnipotente e la spesa pubblica quintuplicata rispetto al PIL è diventato tutto ancora più evidente. Oggi non riusciremmo più a fare una lista di come la coercizione pubblica è usata per favorire gli interessi di pochi a danno dei molti: si è aggiunta la politica monetaria che protegge le banche, i sindacati che causano disoccupazione, i sistemi previdenziali che succhiano sangue ai giovani.
Se facessimo un esperimento mentale, e ci chiedessimo cosa dovremmo eliminare per rendere il mondo come lo voleva Smith, alla sua epoca avremmo dovuto togliere di mezzo le compagnie, le leggi sul grano, le gilde... Oggi dovremmo togliere di mezzo le innumerevoli forme di parassitismo legale che a questi ben più antichi problemi si sono sommate.
E aggiungo:
1. Per Smith la giustizia consiste nel non fare del male agli altri e rispettarne i diritti di proprietà. "La solidarietà è l'ornamento che abbellisce e non il pilastro che sorregge la società umana." (Teoria dei sentimenti morali)
2. Ne "La ricchezza delle nazioni" Smith fornisce la più impressionante difesa degli speculatori che abbia mai letto: Smith difende la speculazione sul grano e critica le leggi che impediscono agli speculatori di giocare col prezzo del grano perché alla fine riducono la disponibilità di grano.
3. Nel libro V dello stesso volume parla dei principi di tassazione: semplicità, proporzionalità, preferenza per le tasse di scopo quando servono a finanziare un bene specifico. E c'è anche una bella frase che in qualche modo giustifica l'evasione fiscale...
PM
http://www.youtube.com/watch?v=GZHCSvVSjNQ
Autore preferito ? Adam Smith
complimenti.. bell'articolo
complimenti.. bell'articolo
Caro Autore,
spero di non incontrare difficoltà a postare questo commento, come accaduto con il post precedente - il filtro anti-spam blocca qualsiasi messaggio. Noto con piacere come i suoi commenti al lavoro di Smith siano equilibrati e, per quanto possibile, oggettivi. Spero che lei voglia portarli alle loro estreme conclusioni logiche, anche a costo di dover concedere qualche punto a quello che lei chiama "liberismo da bar". Apprezzo soprattutto la sua considerazione sulle azioni di Stati Uniti e Cina e sull'attacco alle caste (guarda caso, tutte collegate in qualche modo allo Stato che, sono sicuro, è un'entità che qualsiasi intellettuale, come lei è, non vorrà continuare a difendere per molto tempo).
Tutto bello, peccato che dopo siano arrivati i marginalisti.
Cos'è il sig. Smith è l'oracolo della verità adesso?
Una nota, forse polemica ma necessaria: la teoria del valore smithiana è stata dimostrata falsa dai marginalisti alla fine del XIX secolo. Quindi non complichiamo il dibattito attuale sul mercato del lavoro con teorie che hanno ormai ben poco da dire.
Vedo che hai imparato la lezione che l'umile GDV ti aveva impartito nel post precedente... bravo, ci servono persone umili nel mondo!
ADB....
Vai ad arare i campi ADB
AMM...
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