Viaggio in Sicilia, dove l’economia è ferma da vent’anni
In Sicilia si parla di tutto, tranne che di crescita. Eppure la regione è nei guai. Il manifatturier
Dalla spiaggia di Mondello, Palermo. La quiete senza la tempesta, di Daniela Groppuso
«La Regione ha avuto un’attenzione debole ai temi della crescita. La Sicilia non cresce da anni, oggi il livello del nostro Pil è tornato indietro e si attesta sulla linea di quello degli anni ’90, siamo fermi a 15 anni fa, abbiamo bruciato 15 anni senza creare ricchezza». Era il 21 aprile, e Ivan Lo Bello, neo vice Presidente nazionale di Confindustria all’Education, spiegava al Giornale di Sicilia lo stato dell’economia siciliana. Qualche settimana dopo gli faceva eco il segretario nazionale della Cisl, Raffaele Bonanni:«L'economia siciliana è a terra, anzi è stramazzata da diverso tempo. O interessiamo investitori italiani e esteri altrimenti non ci saranno prospettive».
Così si legge nel bollettino annuale diffuso da Bankitalia dedicato allo stato delle regioni, «la Sicilia ha risentito del deterioramento del quadro macroeconomico nazionale, con ricadute negative nei principali settori». Dal manifatturiero al settore delle costruzioni, passando per i livelli occupazionali e per il sistema dell’istruzione, il quadro offerto da Bankitalia descrive una regione immobile che versa in uno stato drammatico.
Ma analizziamo settore per settore cosa sta succedendo nell’isola “più sprecona d’Italia”. Partiamo dal settore manifatturiero. Mentre sarebbe già saltato l’accordo sul sito industriale di Termini Imerese fra il Ministero dello Sviluppo economico, la Regione e l’imprenditore molisano Di Risio, gli investimenti nel settore manifatturiero «sono diminuiti in misura significativa ed è scesa la percentuale di aziende che hanno chiuso l’esercizio in utile». I principali indicatori dell’Istat segnalano «una diminuzione degli ordinativi e della produzione nell’ultimo semestre del 2011; il peggioramento è proseguito nei primi mesi di quest’anno». Gli investimenti sono calati dell‘8.4%, e «la percentuale di imprese che hanno chiuso l’esercizio in utile si è ridotta rispetto al 2010 di circa 9 punti percentuali, arrivando al 52 per cento del totale. A ciò si lega «una sensibile contrazione» dei consumi energetici del settore industriale. Che, stando ai dati di Terna, ha sperimento un calo del 4.9% tra il 2005 e il 2010.
Si passa all’edilizia. Anche qui non va di certo meglio. Nel 2011 l’attività nel settore delle costruzioni e opere pubbliche si è contratta, con una diminuzione del valore aggiunto in termini reali del 4,5 per cento, secondo le stime di Prometeia. Il numero di occupati, in base all’indagine Istat sulle forze lavoro, è calato in solo anno del 7.1%. E il numero di ore lavoro è sceso del 12%. «In media le imprese siciliane con almeno 20 addetti che hanno partecipato all’indagine della Banca d’Italia hanno registrato una riduzione dell’occupazione e del valore della produzione».
Strettamente legato al manifatturiero e al settore edile è l’accesso al credito per le imprese. «Nel 2011 l’andamento del credito bancario ha risentito sia della contrazione della domanda di finanziamenti dovuta alla debolezza della congiuntura economica sia dell’irrigidimento dei criteri di erogazioni da parte di intermediari». Sono schizzati i tassi di interesse sui prestiti a breve termini: nel corso dell’anno sono aumentati dell‘1,4%, attestandosi al 7,4%. Anche i tassi a medio e lungo termine sono cresciuti, fermandosi al 4,9%. La debolezza della dinamica del credito ha riguardato tutti i settori produttivi, ma è stata particolarmente accentuata nel comparto delle costruzioni. A dicembre i finanziamenti alle imprese edili si sono ridotti del 3,5 % rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Passiamo al mercato del lavoro. In base ai dati forniti dall’Istat il tasso di occupazione per la popolazione tra 15 e 64 anni è sceso per il quinto anno consecutivo, al 42.3% (in Italia e nel Mezzogiorno è pari rispettivamente al 56.9% e al 44% per cento). Tuttavia, spiega a Linkiesta Giuseppe Provenzano, ricercatore dello Svimez, e autore del libro “Ma il cielo è sempre più su”, «se noi andassimo a vedere nella fascia di età compresa tra i 15 e 34 anni il tasso di occupazione sarebbe pari al 29%, dato che comprenderebbe già la fascia di età di chi si è formato». Un dato che, secondo Provenzano, andrebbe legato ad un fenomeno migratorio sempre più crescente verso le regioni del Centro-Nord: «In Sicilia ci sono 20mila trasferimenti di residenza ogni anno, e 30mila che fanno il pendolarismo di lungo raggio, ovvero ragazzi che risiedono ancora in Sicilia ma studiano e lavorano altrove. Questa è una forma di emigrazione che sfugge alle statistiche».
Nel complesso, il tasso di disoccupazione in Sicilia è il più elevato fra le regioni italiane, dopo la Campania, e si confronta con un dato per il Mezzogiorno pari al 13.6% e un tasso nazionale dell’8.4%. Nel 2011 sono diminuiti sopratutto gli occupati con bassi livelli di istruzione (-2.5 per cento per chi è in possesso al massimo della licenza media inferiore); per quelli in possesso di una laurea o di un dottorato la riduzione è stata dello 0.3 per cento, mentre i lavoratori con diploma superiore sono aumentati dell‘1.5%.
Altro capitolo, quello relativo all’istruzione. Anche qui la Sicilia registra un trend negativo. L’isola «presenta una bassa scolarizzazione – continua il bollettino di Bankitalia – anche nel confronto con il Mezzogiorno». In base ai dati Istat, nel 2010 l’incidenza dei laureati tra i residenti in Sicilia di età 25-64 anni era del 12.3%, una quota inferiore alla media nazionale (14.8%). Anche i livelli di apprendimento, valutati attraverso le indagini Invalsi, registrano che «la posizione della Sicilia è in ogni grado scolastico peggiore di quella del Mezzogiorno, già inferiore alla media nazionale». Sui livelli di apprendimento incidono in misura significativa le caratteristiche del contesto familiare e sociale degli studenti. In base all’Index of economics, social and cultural status elaborato sia dall’Invalsi sia dall’Ocse, gli studenti siciliani risultano particolarmente svantaggiati in termini di condizioni socio-economiche e culturali delle famiglie di appartenenza; ciò è dovuto al basso livello di scolarizzazione della popolazione adulta residente.
Alessandra Siragusa, deputata nazionale del Pd, e componente della commissione Cultura, spiega a Linkiesta quale potrebbe essere la ricetta per ridurre il gap con il resto d’Italia:«Si devono distendere i tempi della scuola. Come? Facendo il contrario di quello che ha fatto la Gelmini. E poi rendere più precoce l’accesso alla scuola con un maggior numero di scuole d’infanzia e di asili nido».
Correlato a quanto detto sopra vi è stata anche la contrazione dei consumi delle famiglie siciliane. Secondo i dati dell’indagine Istat, la spesa media in Sicilia nel 2010 era di 1.668 euro, inferiore del 32 per cento alla media nazionale e dell’11 per cento rispetto a quella del Mezzogiorno. Si è determinata una ricomposizione della spesa verso i beni di prima necessità. Infatti a partire dal 2008 tutte le principali voci di spesa hanno registrato una contrazione; il calo è stato particolarmente intenso per i trasporti, l’abbigliamento, le calzature e i ristoranti.
Tuttavia «nel triennio 2008-2011 la spesa pubblica totale delle Amministrazioni locali in Sicilia è risultata inferiore di circa mille euro alla media delle Regioni a statuto speciale e, nel triennio, si è ridotta del 4,5 per cento all’anno». La riduzione maggiore si è registrata nell’ambito dell’amministrazione regionale e delle aziende ospedaliere locali (ASL), che insieme hanno rappresentato il 67,1% del totale delle spese correnti. Nello stesso periodo di riferimento «la spesa sanitaria pro capite sostenuta in favore dei residenti è stata pari a 1.725 euro, inferiore alla media italiana di circa mille euro.
L’unico settore in leggera crescita è quello del turismo. In base ai dati dell’osservatorio turistico della regione siciliana, «gli arrivi di turisti in Sicilia sono aumentati del 5,1 per cento». Ma «la moderata ripresa è da ascrivere esclusivamente ai flussi provenienti dall’estero, che incidono per circa il 40 per cento sul totale, le cui presenze sono aumentate del 14,0 per cento, a fronte di un calo dell‘1,9% per gli italiani».
Eppure Provenzano dice che «rispetto al quadro che fa Bankitalia, che coincide con i nostri dati, le prospettive rischiano di essere ancor più preoccupanti. Dalle nostre previsioni, che abbiamo diffuso qualche giorno fa, prevediamo una forte recessione che riguarda tutto il sud, -3 per cento di Pil, e in Sicilia si aggira intorno al -2,8%».
D’altronde, sottolinea Ivan Lo Bello con Linkiesta, «i dati di Bankitalia non mi stupiscono, illustrano ciò che noi di Confindustria diciamo da sempre». Con la forte recessione «la regione rischia il fallimento». E «in tutti questi mesi il dibattito politico regionale – continua Lo Bello – di cosa si è occupato? Di forestali, di precari che andavano stabilizzati, della vecchia formazione professionale. Ovvero tutti temi legati alle clientele. Non si è affatto parlato di crescita».
: crescita / crisi / critiche / finanziamenti / Giuseppe Provenzano / manifatturiero / sicilia / svimez

Comments
Tutti i giovani meridionali invece di pensare ad emigrare per studio e lavoro, devono rimboccarsi le maniche e cercare di fare qualcosa per il loro territorio, creando delle imprese innovative.
Ma va? Non ci avevamo pensato ! Vedremo di trovare qualche talent scout pronto ad investire su di noi.......proprio come nei film.........
Restituiamo la Sicilia ed il Sud alla Grecia. Sinceramente sono abbastanza stanco di leggere sempre questi commenti, di leggere tutto quello che viene fatto. Non ho mai votato Lega, ma non considero il meridione una zona europea, né in termini di cultura né di economia. Spazzatura in strada, gente che lancia le cose a terra, persone in scooter senza casco e fumatori in locali pubblici fanno capire che il problema non sono né i politici né Roma, ma una distanza culturale enorme da quella che è l'Europa.
Europa che non comprende nè la Grecia nè il meridione? Mi sa che l'istruzione è proprio sbagliata qui al sud visto che mi hanno spiegato sempre tutto il contrario sia per motivi culturali che genetici .....ebbene si abbiamo sangue indoeuropeo nelle vene proprio come te ma non andremo in giro a dirlo procurandoti vergogna . Ci tenevo inoltre a dirti che l'Europa " nordica a cui tu fai riferimento difficilmente è associabile alla tua Italia - sud . Non credo servano ulteriori spiegazioni se non l'invitarti a rivedere un pò di storia e geografia ma soprattutto t'invito a viaggiare di più ,parlando il più possibile su basi conoscitive fondate .
Chi vuole investire nella regione autonoma della Sicilia dove la giustizia Amministrativa viene governata da un Consiglio di Stato (CGA) i cui membri sono stati nominati dal pluriinquisito Lombardo oggi e da Cuffaro ieri? Parliamone.
Volete far riprendere l'economia? Bastano tre mosse:
1 Stop alla trattativa stato-mafia
2 Distruggere la Lega Nord e togliere il monopolio finanziaro alle regioni del nord pappone di tutto quanto
3 Rigettare al mittente nordista tutta la sua roba che ci rifila a tonnellate e usare invece quella nostra isolana più buona e molto più utile per la nostra imprenditoria.
Basta fare questo, e in breve tempo la Sicilia sarebbe libera di crescere economicamente... ma il nord vuole questo? No, il govenro e il nord non vogliono questo, perchè hanno paura di una Sicilia indipendente che non ha bisogno di loro e che può decidere con la sua testa.
Qui al Nord abbiamo la Lega che la pensa come te. Se uccidessimo tutti gli infelici, avremmo un mondo felice.
il problema non è roma.
il problema sono i politici.
dire che è roma è fuorviante.
basta guardare la lega, con gli scandali, i furti, i lauti guadagni e compensi per tutti quelli del cerchio magico.
e così in sicilia, con lombardo che nomina un proprio amico dirigente di una società che doveva essere soppressa, dandogli uno stipendio da 160mila euro l'anno, o ancora che stabilizza i precari nella P.A. dopo le elezioni.
è il clientelismo che uccide l'italia.
e il clientelismo esiste SOPRATUTTO a livello locale.
dobbiamo annientare i politici. tutti e di ogni schieramento.
Scrivere che "solo il turismo tiene la regione a galla" è un po' improvvido se si pensa che in proporzione il totale dei turisti in Sicilia è pari a quello di Malta: e intanto nell'isola - nel 2012 - si discute ancora se fabbricare automobili.
opinione dal profondo nord:
se fossi in sicilia non investirei 1 euro che sia 1 in attività imprenditoriali perchè dovrei darne 60-70 % al socio di maggioranza (roma) il restante 30-40% lo dovrei dividere con l'altro socio, sempre di maggioranza ( mafia ); non esiste un altro paese sul globo terracqueo in queste condizioni.
quindi i problemi che impediscono alla sicilia di fare impresa e quindi crescere (personalmente non considero crescita i travasi di ricchezza da altre parti del paese all'isola via stato) secondo me sono 2, nell'ordine
A) roma
B) mafia
tolti quelli sono convinto che gli amici siciliani hanno tutte le bellezze naturali e le capacità imprenditoriali per prendere a due mani il loro destino verso un futuro migliore se non per loro almeno per i loro figli.
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