Gli Usa sono un paese per le sparatorie
Un’altra sparatoria, in una scuola del Connecticut, ha provocato 27 morti e 18 feriti. Negli Usa i morti nelle sparatorie di massa sono una costante. Un fenomeno atroce che solleva interrogativi e dubbi. Perché tante morti? C’è una ragione particolare? I numeri purtroppo dicono di no. Ripubblichiamo la nostra analisi
Un agente di polizia, un passante e l’uomo che aveva aperto il fuoco per primo. Sono le vittime dell’ultima sparatoria d’America, i morti di ieri pomeriggio a College Station, cittadina del Texas. La casa da cui Thomas Caffall, 35 anni, ha iniziato a sparare, è a due isolati dalla A&M University. Ma questa volta l’università, la follia omicida che spesso colpisce nei campus, non c’entra niente. C’entra la perdita di una casa, perchè la polizia si era presentata a consegnare all’uomo un avviso di sfratto. E c’entrano, ovviamente, le pistole.
Tutti si chiedono cosa stia succedendo negli Stati Uniti, quale sia la causa di tante vittime in così poco tempo. I morti in quelli che qui chiamano “mass shootings”, sparatorie di massa, sono 22 nelle ultime tre settimane. Alle 12 vittime del cinema in Colorado sono seguiti i sette morti del tempio sikh in Wisconsin e ora i tre del Texas. C’è una ragione particolare, un comune denominatore sotto tanta violenza? La risposta è semplice, ed è no. No perchè questa, in America, è la normalità. No, perchè lo dicono i numeri.
La Brady Campaign è un gruppo che si batte per un maggior controllo della vendita di armi e, tra le altre attività, compila un elenco delle sparatorie con almeno tre vittime tra morti e feriti, aggiornato a ogni episodio. Basta consultare l’elenco per rendersi conto della loro frequenza. Questi, ad esempio, i dati dei morti dal 9 giugno al 9 luglio:
9 giugno, 3 morti in una residenza universitaria di Auborn, Alabama;
20 giugno, 3 morti all’uscita di una discoteca di Houston, Texas;
1 luglio, 1 morto in una sparatoria a Chicago, Illinois;
2 luglio, 1 morto in una lite ad una festa in casa a Seattle, Washington;
9 luglio, 3 morti ad un torneo di calcio a Dover, Delaware.
Sono quindi 11 i morti nel mese precedente le ultime settimane. Non cambia molto, e ad andare indietro nelle statistiche si scopre che in America si spara e si muore sempre.
Il 30 maggio, ancora a Seattle, un uomo è entrato in un caffè e ha aperto il fuoco uccidendo quattro persone. Il 1 maggio a Gilbert, in Arizona, in seguito a una lite familiare un uomo ha ucciso la sua fidanzata e altre tre persone. E così via, in una lista senza fine. Negli Usa morire per un colpo di pistola è cosa comune, e il Paese si trova ogni giorno a leccarsi le ferite aperte dalla mano dei suoi stessi cittadini.
Del resto gli Stati Uniti hanno già visto quattro presidenti in carica essere uccisi a colpi di un’arma da fuoco: Abraham Lincoln nel 1865, James Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e John Fitzgerald Kennedy nel 1963.
Ci sono stragi che fanno più scalpore di altre perché palesemente ingiustificate, o per l’elevato numero delle vittime. Quello della prima di Batman ad Aurora, ad esempio, ha riaperto il dibattito sul possesso di armi. Editoriali sui quotidiani, scontri nei talk show televisivi, appelli al presidente Obama e allo sfidante Romney per inserire il tema delle armi nel dibattito della campagna elettorale, come quello lanciato dalla Brady Campaing. Ma finora nessuna risposta concreta.
Romney, da buon repubblicano, ritiene che irrigidire le norme sul possesso di pistole e fucili non porterebbe a meno casi di violenza. Mentre Obama resta sulla difensiva. «Esaminerò nuove soluzioni per ridurre la violenza», queste le sue parole dopo i sette morti del Wisconsin. È chiaro che a meno di tre mesi da un confronto elettorale molto incerto il presidente non vuole rischiare di impantanarsi in un terreno difficile come quello del possesso di armi, protetto dal secondo emendamento alla costituzione americana per cui ogni cittadino ha diritto a possedere un’arma a scopo di difesa personale.
La terza e ultima faccia della questione, dopo i morti e le pistole, sono i soldi, perché il giro d’affari che sta dietro alle armi è impressionante. Per la Cnn in America ci sono 5.400 produttori di armi e tra i civili americani circolano 310 milioni di armi da fuoco. Tante armi significano ricavi per chi le vende, e naturalmente per chi le produce. Ma anche denaro che finisce nelle casse dei partiti.
Il Center for Responsive Politics, un gruppo di ricerca che monitora la spesa delle lobby a Washington, calcola che solo nel 2010 le organizzazioni per la libera circolazione di armi hanno speso 5.800.000 dollari in lobby, contro i 280.000 dei gruppi a favore di un maggiore controllo. La differenza è netta, i “gun rights” spendono 21 volte in più dei “gun control”.
È difficile, quindi, immaginare che qualcosa cambi nel breve periodo. Anche perché, denaro e interessi particolari a parte, gli americani amano le loro armi. Un sondaggio di Gallup del 2011 parla chiaro: negli ultimi 20 anni la percentuale di cittadini che vorrebbero inasprire le norme sulla vendita di armi è diminuita in modo consistente, dal 78 al 44 per cento. Al contrario, sempre più persone ritengono che queste norme vadano semplificate: si va dal 19% del 1990 al 54% del 2010. Gli americani a favore delle pistole libere hanno superato quelli per un maggiore controllo, 54% contro 44% appunto.
Più armi per essere più sicuri, sembra questa la ricetta vincente. E neanche a farlo apposta, ieri sera su Nbc ha preso il via il reality “Stars earn stripes”, in cui un gruppo di personaggi famosi viene allenato da militari a combattere come loro. A colpi di mitragliatrice.
argomenti: Esteri

Comments
Prendersi a sprangate durante una partita di calcio come fanno i nostri tifosi e' molto piu' civile...
E gia'... sciogliere i ragazzini nell'acido o sprangare i tifosi avversari ad una partita di calcio e' molto piu' civile. Siamo un faro' di civilta', mica come come quelli...
Non ci sono paragoni tra l'Italia/Europa e Stati Uniti, I morti ammazzati con armi da fuoco sono in costante aumento, Sono decine di migliaia ogni anno, senza considerare gli omicidi con altri mezzi.
I commenti di William e di Linadago sono assurdi e divertenti, tragicamente divertenti per lo spirito filo americano che li pervade, posso concordare che la zona campana è quella con il più alto numero di omicidi in Italia , ma cmq non sono per niente paragonabili a quelli statunitensi.La popolazione degli Stati Uniti è poco più di cinque volte quella Italiana, ma nelle carceri americane "risiedono" più di due milioni di detenuti e 5 milioni di persone sono in libertà vigilata contro i 60.000 detenuti in Italia. Questo dà la misura delle differenze tra noi e loro in fatto di criminalità. Poi se si vuol guardare il dito......e non la luna.........
In uno studio dell'università di Harvard si afferma che una società armata è una società in cui c'è meno fiducia, aiuto reciproco, sviluppo e partecipazione attiva. I risultati non mi stupiscono, ho sempre creduto che i valori fondanti degli Stati Uniti siano anti-sociali.
In effetti, noi siamo diversi dagli americani, preferiamo sparare ai passanti durante le guerre tra camorristi, ammazzare amministratori locali e accoppare mogli e fidanzate....
La vecchia Europa é molto più civile...
...io starei molto attenta nel definire gli USA come un paese da sparatorie. Perché in Italia non si spara pure con facilità ? Gli ultimi episodi di Napoli non sono sufficienti? La violenza purtroppo sta dilagando in tutto il mondo....e questo è molto allarmante. Probabilmente abbiamo tutti un po' di responsabilità in tutto questo. Credo che andrebbe fatta un'analisi sociologica più approfondita piuttosto che farne argomento statistico di campagna elettorale americana.
22 morti in 3 settimane per "mass shootings"?
Senza polemica, ma a me sembra che per gli USA ciò sia un miglioramento rispetto alla norma. Non ho statistiche sottomano, ma a occhio (forse cinicamente) direi che la situzione, pur sempre drammatica, stia però migliorando.
Saluti,
Mauro.
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