Unicredit, le fondazioni si preparano all’addio
L’aumento di capitale da 7,5 miliardi imposto dall’Eba a Unicredit lascerà il segno nel futuro di Unicredit. Diverse fondazioni socie non hanno la liquidità per sottoscriverlo e sembrano ormai rassegnate a una prossima uscita di scena. Una volta concluso l’aumento, infatti, l’istituto di Piazza Cordusio potrebbe ritrovarsi “germanizzato” o essere pronto per l’aggregazione con un colosso del credito. Intanto, secondo quanto Linkiesta ha appreso da fonti vicine all’operazione, per invogliare gli enti più riottosi a partecipare, le banche d’affari stanno proponendo strutture finanziarie che prevedono la sottoscrizione dell’aumento tramite debito e un meccanismo complesso di opzioni di acquisto e vendita. Ipotizzato un prezzo di emissione di 0,36 euro per ogni nuova azione.
Nessuna tra le fondazioni azioniste di Unicredit lo dice ancora apertamente. Ma dopo i primi informali sondaggi delle banche d’affari che gestiranno l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, c’è chi lo ammette in privato. Secondo quanto apprende Linkiesta da fonti vicine alle operazioni, la ricapitalizzazione segnerà un punto di svolta radicale: l’assetto di governo della banca è destinato a cambiare. Magari attraverso la fusione con un gruppo bancario internazionale, o la definitiva “germanizzazione” di Piazza Cordusio, tramite l’avanzata di nuovi soci istituzionali tedeschi.
Scenari futuri, certo. Ma di questo si discute. Ipotesi che si stagliano sullo sfondo dell’aumento di capitale. C’è chi prefigura anche di uno spezzatino, in cui qualcosa potrebbe finire anche a Intesa Sanpaolo. Ad ogni modo, chi pensava che mandato via Alessandro Profumo, l’ex amministratore delegato (uno degli 80 soci de Linkiesta), che ha costruito il gruppo così come è oggi, tutto il resto potesse rimanere immutato, si deve ora misurare con la fase acuta della crisi.
Unicredit si è scoperta debole, anzitutto dal punto di vista patrimoniale. L’ultima trimestrale del gruppo ha fatto emergere una perdita di valore dell’attivo di 10 miliardi: l’entità delle svalutazioni sulle acquisizioni portate a termine negli ultimi 5-6 anni da Profumo. Pesante è stato l’effetto della campagna acquisti 2007: Ucraina, Kazakhstan e Capitalia.
Anche l’assetto manageriale, tutto nuovo e per nulla rodato, si è misurato con una realtà informe, indominabile a quelle condizioni. Il gruppo ha infatti dei team manageriali domestici reputati buoni o discreti nei 22 paesi in cui è presente, ma manca di una prima linea capace di navigare nei marosi della crisi finanziaria globale. Manca, soprattutto, una vera cabina di regia. Dall’inizio di quest’anno sono emersi non pochi problemi nella gestione della liquidità e nella capacità di relazionarsi con i mercati. Sia fra le banche d’affari sia fra le autorità di vigilanza si sta facendo strada l’idea delle nozze riparatrici. E le fondazioni italiane, che per anni sono state attente a difendere il loro ruolo centrale nella governance di Piazza Cordusio, se ne stanno facendo una ragione.
Ma allora perché sottoscrivere l’aumento di capitale e non procedere subito a passare la mano? Il punto è che con Unicredit così debole a livello patrimoniale un’operazione di aggregazione è difficile. Non ci sono più banche così robuste da poter digerire in un solo boccone un concorrente in difficoltà. Una fusione di questa portata comporterebbe comunque rischi di esecuzione elevatissimi. Perciò, finché Piazza Cordusio non dà adeguate garanzie di solidità patrimoniale, nessuno si fa avanti. Una buona dote patrimoniale, d’altra parte, consentirebbe di negoziare meglio le nozze.
Lo schieramento di banche internazionali per garantire il collocamento dell’aumento di capitale è imponente: Bofa Merrill Lynch e Mediobanca, Bnp Paribas, Credit Suisse, Deutsche Bank, Hsbc, Jp Morgan, Rbc, Société Générale, Ubs, Ing, Royal Bank of Scotland, Santander e Banca Imi (Intesa Sanpaolo). Altrettanto forte è la pressione sulle fondazioni perché sostengano l’operazione. A costo di indebitarsi con le banche. Tutte insieme potrebbero garantire infatti quasi 1 miliardo di euro, il 13% dei 7,5 miliardi complessivi: 4,2% è la quota della Cariverona, 3,3% quella della Crt, 2,9% quella di Carimonte; il resto è diviso fra gli enti più piccoli (Cassamarca, Bds e CariTrieste).
Ma per le fondazioni non è una scelta a cuor leggero. Il loro compito istituzionale è proteggere il patrimonio e incrementarlo (e su questo sono già palesemente in fallo) e distribuire risorse al territorio. Non certo arrischiarsi in operazioni ad alta leva finanziaria. Su tutte aleggia, poi, lo spettro della Fondazione Mps che è rimasta strozzata in un’operazione analoga: a giugno si è infatti indebitata per sottoscrivere l’aumento di capitale dell’omonima banca senese, ma con il crollo delle quotazioni ha bruciato il patrimonio. L’ente guidato da Gabriello Mancini è gravato da oltre un miliardo di debiti. E non ha più le forze per seguire la banca nell’ulteriore ricapitalizzazione da 3,2 miliardi chiesta dall’Autorità bancaria europea (Eba).
Le banche d’affari hanno però già confezionato una loro tipica soluzione. Secondo quanto Linkiesta ha appreso da fonti vicine alle maggiori fondazioni azioniste di Piazza Cordusio, i banchieri di Merrill Lynch avrebbero prospettato la possibilità di sottoscrivere l’aumento ricorrendo a un finanziamento bancario, garantito da pegno sulle nuove azioni ma con la protezione di un’opzione put, con cui il detentore acquista il diritto, ma non l'obbligo, di vendere un titolo a un dato prezzo d’esercizio (in inglese strike price). Così, se dopo l’aumento il prezzo delle azioni dovesse scendere, la fondazione potrebbe esercitare l’opzione put e vendere le azioni al prezzo prestabilito, chiudendo il prestito senza perdite. L’opzione sarebbe insomma una “polizza” contro eventuali ribassi. Ma come tutte le polizze comporta il pagamento di un premio commisurato al rischio.
Dove trovare i soldi per l’acquisto di “put”, che oggi non sono certo a buon mercato? La finanza non pone limiti e gli investment banker hanno una risposta per tutto: vendendo delle opzioni di acquisto (call) sull’intero pacchetto posseduto. L’opzione call funziona al contrario di una put: in caso di ripresa delle quotazioni, infatti, il detentore della call esercita l’opzione di acquisto e la fondazione è costretta a cedere al prezzo prestabilito. Su questa struttura, però, non c’è da farsi troppe illusioni. Per riuscire a finanziare l’acquisto della protezione put, infatti, le opzioni call dovrebbero essere strutturate in modo da non essere, come si dice in gergo, troppo out the money (cioè prive di convenienza a esercitarle) e quindi di scarso valore per l’eventuale acquirente. Il prezzo di esercizio verrebbe perciò fissato abbastanza vicino alle quotazioni correnti: ma così facendo la fondazione si priverebbe della possibilità di beneficiare delle prospettive di crescita del titolo.
Dentro le fondazioni, specialmente quelle più piccole, il meccanismo proposto da Merrill Lynch non ha suscitato troppi entusiasmi: troppo macchinoso. «È molto più semplice sottoscrivere quello che si può con le poche risorse che abbiamo e per il resto vendere i diritti di opzione sull’aumento», osserva un esponente di un’ex cassa di risparmio, oggi fondazione. Ma più è bassa l’adesione dei soci stabili all’aumento, più arduo è il lavoro delle banche del consorzio, anche se potranno contare sull’adesione già confermata della Banca centrale della Libia (socia al 4,9%) e forse di quella del fondo sovrano dell’Emirato di Abu Dhabi (4,99%), Aabar, con cui sono in corso trattative. Per questo si ipotizza un aumento a forte sconto: stando alle prime indicazioni fornite alle fondazioni, il prezzo di emissione delle nuove azioni potrebbe essere fissato a 0,36 euro. Livello che comporterebbe l’emissione di un quantitativo di nuove azioni lievemente superiore ai 19,2 miliardi di titoli già in circolazione con un effetto fortemente diluitivo.





Commenti
Non c’è fine ai rischi sul debito pubblico italiano. Ci mancava adesso anche il recente intervento dell’Eba, l’autorità bancaria europea La decisione dell’Eba, che prevede per gli istituti europei di innalzare dal 7% al 9% il Core Tire 1, ossia l’indice che misura la solidità patrimoniale delle banche, cela un pericolo sui debiti pubblici dei paesi periferici. Le nuove regole contabili previste dall’autorità presieduta dall’italiano Andrea Enria stabiliscono di valutare con il mark-to-market i titoli del debito pubblico. In altri termini, si dovranno contabilizzare anche le minusvalenze potenziali dei titoli statali, ma in questo modo si assottiglia il patrimonio e così le banche sono costrette dall’Eba a ricapitalizzarsi. Un invito indiretto, dicono i banchieri italiani, a vendere le obbligazioni pubbliche che i nostri istituti di credito hanno in percentuale maggiore rispetto agli istituti francesi e tedeschi.
Non solo per questo i vertici dei nostri gruppi bancari hanno protestato negli scorsi giorni per la decisione dell’Eba. Con le nuove regole, gli istituti italiani saranno costretti a ricapitalizzarsi per 14, 77 miliardi di euro, di cui la metà circa in capo alla sola Unicredit. “Sono Francia e Germania a scrivere le regole per le banche”, ha protestato negli scorsi giorni il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, con inedita virulenza”. “Quelle nuove regole, indicate dall’Eba, sembrano fatte apposta per penalizzare le banche italiane, le quali non hanno avuto la responsabilità nei dissesti finanziari”.
È vero che le banche italiane presentano un livello di patrimonializzazione inferiore a certi paesi, come ad esempio Gran Bretagna, Svizzera o stati del Nord Europa ma questo è giustificato da un bilancio molto meno rischioso. Le banche di Francia e Germania hanno potuto compensare le perdite sui titoli di stato periferici con le plusvalenze potenziali sui loro titoli nazionali, mentre le banche italiane sono esposte in misura massiccia al rischio Italia e hanno pochi bond esteri; una situazione opposta rispetto in particolare alle banche tedesche. cosa surreale è che a questo grave danno alle banche italiane e spagnole l’Eba ha aggiunto la beffa di non applicare lo stesso criterio di contabilizzazione con il mark to market agli investimenti fatti in titoli privati, i cosiddetti titoli level 3, tra i quali tanti titoli tossici come i subprime Usa. Come mai questa assurda differenza di trattamento? Perché il portafoglio delle grandi banche estere straniere, come Deutsche Bank, Bnp, Ing, Rbs e tutte le grandi angloamericane, è rimpinzato di questi titoli privati level 3, ad alto e concreto rischio di default. L’illogicità delle nuove regole è in verità contestata anche dall’economista Giovanni Ferri, direttore del dipartimento di economia e matematica della facoltà di Economia dell’Università di Bari, e componente del Banking Stakeholder Group presso l’Eba, ovvero l’organo consultivo dell’autorità bancaria europea: “La scelta di ricapitalizzare le banche soffre di un vizio logico - ha detto in un’intervista a Il Foglio -. Se il rischio di default che si riverbera sulle banche proviene dal proprio debito sovrano, non sembra esserci via d’uscita. Infatti, anche se le banche del Paese che va in default non detenessero titoli pubblici del proprio Paese, la via del dissesto si aprirebbe per esse perché il default del debito sovrano inevitabilmente causerebbe fallimenti diffusi nell’economia nazionale e, di conseguenza, un mare di sofferenze per le banche stesse. Quindi, se si sta parlando del rischio di default del proprio debito sovrano, la scelta di ricapitalizzare non pare risolvere il problema”. L’unica possibilità in cui la ricapitalizzazione non è illogica, secondo Ferri, “riguarda il caso nel quale si stia parlando del default non del proprio debito sovrano, ma di altri debiti sovrani. Perciò, ha senso per le banche non greche ricapitalizzarsi contro il default greco, cosa che non sembra invece logica per le banche greche. Mutatis mutandis, lo stesso vale per le banche italiane”. Infine, un’ammissione: “L’Eba - ha detto l’economista Ferri, che è uno dei cinque membri tecnici dell’organo consultivo dell’autorità europea di settore - deve applicare le regole e risponde agli indirizzi delle autorità politiche Ue”. Indubbiamente, riconosce Ferri, “quando il direttorio tedesco-francese si esprime con forza verso la soluzione della ricapitalizzazione e i vertici della Commissione e dell’Ecofin si allineano a ciò, tale impostazione deve essere applicata”.
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