Opinione di Stefano Casertano*

Vicolo cieco Italia: sembriamo un paese socialista dopo la caduta del Muro

Assomigliamo a un paese del socialismo reale, ma senza welfare. Niente politica di crescita, tasse i
Piazza Montecitorio

La manovra finanziaria sancisce la caduta dell’Italia in una situazione di “default bianco”: niente politica di crescita, tasse incrementate, e popolazione salariata di fatto trasformata in una massa di pecore pagatrici. Prevale su tutto una sensazione scomoda di guerra tra bande: tra caste, ordini professionali, rendite più o meno assicurate, pensioni ingiuste, alla fine a rimetterci sono i fuori-casta. Insieme alle finanze pubbliche, crolla il senso di nazione: dallo stato responsabile siamo passati allo stato profittatore, che anziché perpetuare l’idea di “cultura nazionale” si spende per interessi frammentati. Diminuiscono i finanziamenti per gli asili, i malati si devono pagare la sanità, sui “patrimoni” da 150.000 euro (un monolocale in città) viene applicata una tassa di centinaia di euro, i giovani non avranno pensione – e sono trattati alla stregua di ingenui imbecilli.

Danno fastidio le ultime scelte del parlamento di salvare i privilegi degli eletti – parola che perde ogni giorno del suo senso democratico-rappresentativo, per acquisire una luce fulgida da mitologia eroica. Qualcuno è scettico: detti privilegi sono molto poco in termini finanziari. Sono critiche che rispecchiano i tempi sia nel merito, che nel contenuto. Non sono tanto i soldi (o non sono solo i soldi) a far indignare, quanto il principio. Ancora, il gruppo al potere si difende a spese degli altri.

Gli italiani sono pazienti. Si fanno fare di tutto. Si fanno aumentare le tasse. Consentono alla spesa pubblica di arrivare al 52,5% del prodotto nazionale (Germania: 44%; Stati Uniti: 38,9%), e si disinteressano del modo in cui questi soldi vengono spesi. Alla notizia che i barbieri della camera ricevono 11.000 euro a testa al mese; alla notizia che il ragioniere della camera riceve oltre 230.000 euro l’anno di stipendio; al prolungamento dei rimborsi ai partiti per tutta la legislatura anche in caso di nuove elezioni, a parte un minimo di indignazione, non succede mai nulla. Gli italiani accettano che i soldi del loro lavoro vengano mal spesi.

È questa un’epoca di cambiamento? Le monetine tirate a Parma contro la giunta in aria di corruzione sono il preambolo di un nuovo Hotel Raphael? Emergerà qualcosa dall’Onda Viola e dai tanti movimenti spontanei che stanno sbocciando nella penisola? Il rischio vero, unico, forte è che si precipiti in una nuova impasse da “Seconda Repubblica”, con una presenza populistica possibilmente più forte e svilente di quella degli ultimi vent’anni. Il problema non è la politica, ma la polis: quali sono le aspettative della gente, se mai si dovesse cambiare sistema? L’epica del precariato, con il suo corollario di pretese e proteste, non è una tensione verso la modernità. Lamentarsi per avere il posto fisso, in queste condizioni storiche, non porterà il paese da nessuna parte. Ci potrà essere cambiamento solo se all’Italia sarà consentito di sfruttare davvero le proprie risorse economiche e imprenditoriali. L’Italia non è precipitata in una crisi da “economia capitalista” (liquidità e ritorno del capitale), ma in una crisi da “economia socialista”: incapacità di generare ricchezza, costo del lavoro in ascesa, inflazione, e soprattutto gruppi di potere che gestiscono la ricchezza in base a meriti “sociali”, più che professionali.

Eliminare i fardelli burocratici alla libera impresa e le limitazioni enormi per assumere persone rappresenterebbero davvero la volontà di rompere gli assetti pre-costituiti, ed è verso questi obbiettivi che le proteste si dovrebbero rivolgere. La sinistra deve finalmente accettare che tra “competenza” ed “eguaglianza”, la prima qualità deve ricevere maggiore attenzione. Non ne usciremo con il “posto fisso”, perché non c’è sufficiente ricchezza: c’è stata solo per un periodo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, quando l’Italia aveva pochi concorrenti mondiali. Continuando a opporci alle liberalizzazioni, stiamo facendo scontare tutti i problemi ai giovani, ai meno istruiti (ma anche ai neolauereati), a chi è appena uscito da aziende fallite. Al posto del dualismo “posto fisso” contro “contratti a progetto”, è necessario introdurre un “contratto giusto”, con garanzie per chi lavora, e possibilità di licenziare per chi dà lavoro, in caso di basso rendimento. Stiamo attraendo dall’estero capitale solo per acquistare monopoli nazionali, o per far spuntare come enormi funghi nuovi recapiti per i marchi della distribuzione organizzata. Non abbiamo finanza d’impresa per far nascere nuove idee: la nostra politica industriale è come un contraccettivo metodico contro la fertilità aziendale.

Ma se si continua a protestare per il posto fisso, per la difesa dell’articolo 18, per la statalizzazione dei servizi, l’unica situazione in cui possiamo atterrare è quella della crescita delle tasse. I precari sono le vittime e gli artefici di questa situazione. Alla fine, la piazza spinge la politica verso un vicolo cieco: nell’impossibilità di aprire il sistema, si aumentano le imposte. Protestare contro questa scelta è inutile, visto che opporsi alla manovra, senza un vero piano economico per il futuro, porterebbe al default – e sarebbe un default “vero” e irrecuperabile, nulla al confronto del “default bianco” che gli italiani dovranno subire nei prossimi decenni.

La colpa di questa situazione non è della politica, ma del popolo. Se vogliamo evitare di precipitare di nuovo in uno stallo, come nei primi anni Novanta, l’unica strada possibile passa attraverso la maturità nazionale: è con un cambiamento di cultura che può nascere una nuova Italia. C’erano già queste speranze vent’anni fa, dopo aver annusato negli anni Ottanta il benessere economico, ma sono state intercettate da abili campagne di marketing, strozzate in un “bipartitismo” che esisteva solo sulla carta, e affogate in un mare di misure che alla politica preferivano la continua, estenuante, miope mediazione.

È un periodo fertile per novità, ma soprattutto per rischi incontrollabili. Sta emergendo uno stato debole, che non ha controllo sul territorio, in cui le linee di demarcazione tra regola, politica, interesse e privato stanno scomparendo. Dopo un lavoro attento, spudorato e meticoloso da parte di alcuni gruppi d’interesse, non c’è più il senso di fiducia che è alla base dello spirito di “nazione”, Non è mai tardi per correggere la situazione, se alla logica del sospetto si sostituirà la solidarietà, perché è solo con essa che si esce dalle crisi. Ma questa solidarietà deve percorrere la via obbligata dell’apertura economica: le nuove risorse, i giovani, gli imprenditori devono ricevere la fiducia del popolo nella capacità di generare ricchezza.

La nostra “crisi socialista” è paragonabile a quelle dei regimi dell’area sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta. I paesi che si sono impegnati in ristrutturazioni rapide ne sono usciti fuori in fretta, come in Cina o in Repubblica Ceca. In Russia, l’incapacità di gestire il cambiamento ha fatto esplodere un’immane guerra tra bande, che ha trascinato con sé tutto il paese, e ha dato il via a governi “necessariamente” autoritari. In altri casi, come in Serbia, la spinta etnica-localista ha portato al conflitto e alla morte.

Da che parte vogliamo stare noi? 

: crescita / Manovra

Comments

wikipolis's picture
Inviato da: wikipolis
19 July 2011 - 15:48

Una citazione "per molti ma non per Shaldon!"
Parag Khanna, il Thomas Friedman della nostra generazione ancora una volta sancisce l'ovvio (parlando della cosiddetta Arab Spring). Attenzione, anche l'ovvio ha la sua porca dignità, è solo fastidioso che venga over-hyped manco chissà quale genialità.
L'italian spring non può che essere degli imprenditori. Come dice Martin Varsavsky (parlando della Spagna http://english.martinvarsavsky.net/general/are-you-thinking-of-moving-to...) gli stipendi sono bassi (quando ci sono) perchè non ci sono abbastanza imprenditori a contendendersi il lavoro. L'Italia non ha materie prime e non può permettersi il protezionismo.
O esce dall'euro per svalutare i salari e competere con gli emergenti (impensabile) o smette di sussidiare imprenditori incompetenti e lascia spazio a gente in gamba che crei valore aggiunto. Il resto sono fregnacce.
Comunque questo è quel che ha detto Khanna. Il nasserismo è dirigismo democristiano all'ennesima potenza (http://www.ecfr.eu/blog/entry/the_geopolitical_implications_of_the_arab_...)

Perhaps the most powerful geopolitical consequence of the Arab Spring, however, could be within the Arab world itself – a changing self-perception, fuelled by trade, youth migration and technology, that will colour all of its relations with the rest of the world in the coming years. Out of the “despair” that helped bring about the Spring, Parag said: “I see the seeds of a growing self-confidence…There is a potential for this Arab re-awakening, or a new pan-Arabism that is based not on the Nasserist principles of the post-colonial period but something new, something more economic, more commercial in nature.” What the Arab Spring demonstrates, he argued, is that the Arab world has realised that it “has to take on responsibility for its own future.” That new sense of confident self-reliance and responsibility, he said, “might be the most striking thing of all if we look back two or three years from now.”

Silvano's picture
Inviato da: Silvano
19 July 2011 - 12:05

A leggere da molti commenti direi che questo stato sociale all'amatriciana è come una droga. E di questo passo moriremo d'astinenza, sproloquiando sul turbocapitalismo globale, nell'indifferenza generale di tutti quei paesi che, abbandonato il socialismo reale e le idiozie della pianificazione ci sorpasserranno mostrandoci il dito medio.

Silvano's picture
Inviato da: Silvano
19 July 2011 - 09:57

Sì, è una crisi da socialismo reale, sono perfettamente d'accordo. Basta guardare i dati relativi alla spesa, la burocrazia, la normativa tributaria ed il livello di corruzione politico morale, degno delle migliori tradizioni socialiste e corporative. Ed il problema è civico, prima ancora che politico. E' un paese sostanzialmente capace di tollerare qualsiasi casta fintantoché questa riesce ad elargire piccoli e grandi privilegi e che riscopre l'indignazione un tanto al kilo quando viene toccata la spesa. L'elettorato non ha mai battuto ciglio difronte al dilagare degli sprechi e delle assunzioni clientelari negli enti locali, non si è mai interrogato sulle conseguenze economiche delle baby pensioni, non ha mai manifestato contro l'utilizzo della pubblica amministrazione come ammortizzatore sociale e serbatoio clientelare, non si è mai scosso più di tanto sul denaro sprecato in infrastrutture incompiute. Riscopre con ampio ritardo il livore per 10 euro di ticket ed i blocchi alle assunzioni e degli stipendi nei pubblici carrozzoni. Provvedimenti tampone che rivelano la logica del tirare a campare diffusa nella classe dirigente (se così possono essere definite l'allegra combriccola di palazzo e l'opposizione di sua maestà).

Destrosio Al Magnesio's picture
19 July 2011 - 02:00

Per quello che ne ho capito io la crisi della nostra economia è uno dei tanti sbocchi in cui cerca di salvarsi una crisi capitalistica più grande. Come si può pensare di fare una qualsivoglia manovra economica, se poi basta un maledetto fondo speculatore a farti schizzare gli interessi sul debito (di suo già enorme ed assassino) e a renderti sostanzialmente nulla una qualsiasi pianificazione di sviluppo del paese.
Quanto è perverso il meccanismo per cui una agenzia di rating alla Moody's è in grado di sputtanare un paese, essere ascoltata e temuta dai governi, e contemporaneamente essere di proprietà di alcuni dei più grandi specialisti della speculazione, diciamo un Warren Buffet qualsiasi ?
Qui più che altro siamo al "si salvi chi può", capitalisticamente parlando.

shaldon's picture
Inviato da: shaldon
19 July 2011 - 01:15

"Sta uscendo in merito un mio articolo su "Aspenia"
Abbiamo capito tutto

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
19 July 2011 - 08:19

Caro Shaldon,

Le dispiacerebbe elaborare un po' sulla sua insinuazione?

Grazie,

SC

Roberto 's picture
Inviato da: Roberto
18 July 2011 - 18:38

Ma come, siamo da circa 20 anni, sotto il Governo + anticomunista d'Europa e ci si paragona ad uno Stato del socialismo reale?
Alle ultime elezioni sembrava di essere nel 1948. Perfino Stalin, incredibilmente resuscitato, è stato evocato per "demonizzare" il centrosinistra e convincere, il "popppooolo" a votare per il liberale (uhuhuh) Berlusconi e adesso siamo uno "Stato del socialismo reale"?
Mi sono perso qualcosa io o quelli che plaudono a questo articolo liberista "dè noantri"?
Noi vogliamo stare dalla parte del liberalismo democratico, altro che Cina!
E per arrivare a questo, non basta togliere l'art.18, ma deve essere spazzata via quella marmaglia, capeggiata dal Cavaliere.
Poi si potrà cominciare a lavorare seriamente ...............

Concordo con il commento del sig. Karolus, meno "cruento" del mio ma molto più incisivo. :-)

Stefano Casertano's picture
Inviato da: Stefano Casertano
18 July 2011 - 19:47

Caro sig. Roberto, 

è davvero un piacere dopo tanti anni di carriera universitaria,  sentirsi tacciare di essere fautore di un liberismo "de noantri" - peraltro mi sono sempre tenuto lontano dai paraggi trasteverini da lei menzionati, accademicamente parlando...

A me interessa poco delle campagne di marketing del finto liberismo del governo. Vivendo in Germania, so bene cos'è uno stato sociale, e ne conosco anche i limiti. La tenuta delle economie nordiche, a mio avviso, non è stata dovuta alla questione sociale (che anche qui è in crisi, si veda il discorso sull"Hartz IV!), ma a una posizione vantaggiosa in termini di equilibri monetari. Sta uscendo in merito un mio articolo su "Aspenia" - se palesa la sua indentità, mi farebbe piacere poterglielo segnalare. 

Inoltre, il fatto che in USA i controlli sul mercato abbiano fallito, non significa che il concetto di mercato sia sbagliato - bisogna impiegarlo meglio. Avvicinarci, almeno, alle posizioni delle economie continentali più sviluppate, evitando l'iper-finanziarizzazione. E' troppo pretendere l'apertura all'iniziativa imprenditoriale?

Credo che la banalizzazione mediatica degli ultimi anni (Keynes vs Friedman) sta distogliendo l'attenzione da un dibattito serio sulle mediazioni possibili. E' vero: il liberismo assoluto è male, e non lo condivido. Ma nella situazione attuale non abbiamo alcun modello, e per combattere questo associativismo corporativo, ingiusto e iniquo, secondo me l'unica soluzione è una maggiore apertura al mercato. E' inutile stare a protestare per avere più garanzie, quando non c'è ricchezza da distribuire. In questo senso siamo in una crisi "socialista": siamo incapaci di produrre valore aggiunto.

Ciò detto, la riforma del mercato del lavoro la farei dopo aver assicurato la sopravvivenza dell'esistente: finanza più limpida, burocrazia più semplice, risorse per la crescita.

Mi deve perdonare, ma dagli imprenditori internazionali che conosco mi sento ripetere sempre e solo una cosa: "sarei un pazzo a investire in Italia, perché se le cose vanno male non posso licenziare". Mantengono le parti vitali delle aziende all'estero, e da noi impiantano mostri pieni di commessi - peraltro spesso laureati. Se le cose vanno male, si chiude tutto e via, e la parte vitale rimane fuori. 

Non siamo più in grado di produrre ricchezza. E' una nostra scelta: possiamo imporre le misure da lei auspicate, ma dovremmo anche reintrodurre le barriere doganali e altre misure restrittive. Dovremmo diventare una "Corea del Nord" europea. 

Secondo me, siamo molto più bravi di questo.

Cordialmente, 

Stefano Casertano

Rocketto's picture
Inviato da: Rocketto
18 July 2011 - 22:56

"Sarei un pazzo a investire in Italia perchè se le cose vanno male non posso licenziare".

Mah, io sarò stato licenziato una ventina di volte nella mia, peraltro miserabile, carriera lavorativa.E non perchè rubassi, picchiassi il caporeparto o mi presentassi ubriaco ad inizio turno; più semplicemente, il contratto era finito.E qualche volta la durata complessiva era di mezza giornata, il tempo di scaricare un paio di container.Lo so che ci sono anche gli inamovibili ma mi pare il loro numero stia comunque calando, soprattutto in certi settori.

Noto poi che coloro che spingono per una ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro lamentando i famosi lacci e lacciuoli non fanno però mai cenno a due aspetti fondamentali (tralascio volutamente la parte relativa alla busta paga):le condizioni, intese come ritmi ed orari, e la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Avendo sperimentato un discreto numero di attività a bassa o nulla specializzazione nell'arco degli anni ( facchino, manovale, operaio generico, addetto alle consegne, guardia giurata, operaio alla catena di montaggio ecc.) posso testimoniare che spesso le cose in relazione ai suddetti aspetti non vanno affatto bene e non è che col passare del tempo le cose stiano migliorando, anzi...E mi girano anche discretamente i cosiddetti quando sento le solite litanie sui lavori che gli italiani non vogliono più fare o sui cinesi che sgobbano 14 ore al giorno e non hanno tante pretese; tra l'altro chi fa sti predicozzi è spesso gente che in vita sua la fabbrica, i campi o il cantiere al massimo li hanno visitati in giacca e cravatta.

E' vero che in giro ci sono pure i fancazzisti ( e parecchi di loro per la verità son proprio i tizi in giacca e cravatta di cui sopra ), molta burocrazia inutile e che certe regole che badano più alla forma che alla sostanza a volte sono una notevole palla al piede anche per gli imprenditori onesti ma questo non deve essere un pretesto per ignorare il fatto che un sacco di persone non solo fanno un lavoro poco o per nulla gratificante, e questo ad oggi è ancora per certi versi inevitabile, ma lo fanno in condizioni molte volte indegne, e questo dovrebbe invece essere inaccettabile.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
19 July 2011 - 08:25

Caro Rocketto,

Come ho scritto, ritengo che nel dualismo "inamovibili-a progetto" si celino molte ongiustizie - e a rimetterci siano quelli a progetto. Per questo penso sia meglio avere un contratto più giusto, visto che i lavoratori a progetto hanno meno garanzie di uno statunitense.

Cordialmente,
SC

Alessandra's picture
Inviato da: Alessandra
18 July 2011 - 15:01

Cosa posso fare? Davvero. Tutti i giorni, cosa posso fare, io?

Karolus's picture
Inviato da: Karolus
18 July 2011 - 14:30

Tra alcune cose giuste, lei scrive alcune pesanti inesattezze, gravate da una visione ideologica liberista.. dimenticando che è proprio l'iperliberismo senza regole ad aver causato l'ennesima crisi mondiale...i paesi che ne stanno uscendo meglio sono proprio le bistrattate democrazie nordiche , dove nemmeno i conservatori hanno stravolto l'impianto dello stato sociale creato dai socialdemocratici..è stato proprio grazie al tentativo di " Eliminare i fardelli burocratici alla libera impresa e le limitazioni enormi per assumere persone" che ci troviamo con 1000 contratti di lavoro differenti...Se vogliamo abolire l'art.18, allora introduciamo una seria indennità di disoccupazione come accade in quei paesi...nel suo articolo, inoltre, non si menziona la nostra gigantesca evasione fiscale...evidentemente una virtù liberista...

Francesco Formisano's picture
18 July 2011 - 14:02

Trovo giusto il parere di Casertano; abbiamo ereditato i peggiori difetti della tanto bistrattata URSS, quando giunse al tracollo....una classe burocratica che danneggia gravemente famiglie, lavoratori ed imprese, che continua ad infangare le istituzioni, che in una normale democrazia, dovrebbero essere i massimi rappresentati per la tutela dei diritti.....qua invece, si fa solo un gran parlare, esclusivamente per recuperare consenso...tutti a riempirsi la bocca di belle parole, e pronti a disdire il tutto non appena ci sono interessi più grandi in ballo! Una cosa è certa, così andando non abbiamo via d'uscita....però, le prospettive di rinascere ci sono, ed è sempre la Federazione Russa ad illustrarci la via....da Stato in bancarotta, nel giro di venti anni è diventato un modello da seguire. Resta solo da capire, noi Italia, quale percorso intraprendere?????????

mkc_lend10's picture
Inviato da: mkc_lend10
18 July 2011 - 11:36

La verità è che sempre di più chi ha coraggio ed è conscio di quello che sta succedendo emigra. Non vorrei perchè amo l'italia, ma non posso farmi soffocare da una politica miope, poco lungimirante. Chi non ha coraggio o vuole rimanere qua per servire la casta, morirà con loro, io vado in un paese dove il "contratto" stipulato con gli eletti è molto più onesto, vantaggioso e giusto.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
18 July 2011 - 11:34

ARTICOLO P-E-R-F-E-T-T-O!

Giacomo's picture
Inviato da: Giacomo
18 July 2011 - 11:21

Totalmente d'accordo con tale analisi.Il paragone con lo stato socialista lo si vede,appunto,con il potere immenso dei partiti,della politica,che attraverso enormi spese clientelari (a danno della collettivita') mantengono alla catena la nazione.

Ai@ce's picture
Inviato da: Ai@ce
18 July 2011 - 11:19

Complimenti a Stefano Casertano che si dimostra un lucido analista della situazione italiana: come le "Bussole" di Ilvo Diamanti apre gli occhi e induce all'indignazione. Il vero problema è come meglio canalizzare questa indignazione, e, soprattutto, dove? A MIlano Pisapia sembra essere stato in grado di raccoglierla per mano e, spero, saprà portare avanti un grande cambiamento cittadino a piccoli passi (lo spoil system mi sembra già un buon inizio). A livello nazionale, invece, non vedo ancora alcuno in grado di raccogliere questa indignazione e canalizzarla verso un progetto ambizioso, il PD è sempre a guardarsi l'ombelico per non toccare alcuna delle corporazioni che, bene o male, portano voti e consenso. Il Grillo nazionale è stato già analizzato da Linkiesta e punge poco dimstrandosi populista fino al midollo e senza capacità propositiva (e forza politica tranne qualche caso locale): come si va avanti?

marcarra's picture
Inviato da: marcarra
19 July 2011 - 12:05

ho scelto di aggiungermi a questo commento che vedo come logica conseguenza di un'ottima analisi che potrebbe essere una lucida bozza di intenti per un più ampio programma di riforme.
anch'io ho stima per Pisapia pur non conoscendolo bene, mi sembra animato da coerenza ed onestà; memorabile la bacchettata a Vendola che voleva approfittare della luce della ribalta per il solito vuoto e acido discorso politichese; buona anche la scelta di affiancarsi Tabacci , a mio avviso un'altra brava persona, accusato troppo facilmente di trasformismo solo perché vuole le cose giuste.

Veniamo al punto... come organizzare questa indignazione, come catalizzare questa protesta, chi potrebbe guidarla? l'Italia è piena di voci di protesta che isolate non contano niente.. bisogna anche fare i conti con una massa poco istruita che si preoccupa solo della pagnotta; ma credo che il momento storico sia favorevole per un progetto più ambizioso, in parte spinto dalla crisi, ma non solo, l'età media degli Italiano è sui quaranta, non più ragazzini, non ancora rassegnati, preoccupati per il futuro dei propri figli (come il sottoscritto)
Forse ( mi auguro) i tempi sono maturi per un leader che sappia parlare chiaro alla nazione evidenziandone i difetti ( clientele, rendite, posto di lavoro inamovibile, burocrazia eccessiva, mancanza di trasparenza e controlli anche indipendenti nella gestione della cosa pubblica ecc..) e le priorità, siamo un paese a vocazione produttiva che stiamo lasciando decadere, personalmente non credo che la concorrenza dei paesi emergenti sia insostenibile se solo semplifichiamo la burocrazia e riduciamo le tasse a livelli più accettabili ( i trasferimenti dal privato al pubblico che il governo sta attuando solo per guadagnare tempo senza una prospettiva per il futuro di certo non vanno in questa direzione); per altro verso un PIL basato sui servizi e sulla spesa pubblica è un suicidio, lo sostengo da vent'anni quando ancora la maggioranza era orientata verso una fantomatica società dei servizi e della finanza; ed ora che la finanza ha chiarito la sua vera vocazione e abbiamo i servizi che sempre meno gente può permettersi di pagare è ora di tornare coi piedi per terra

Torniamo a noi... come si va avanti? la politica clientelare che favorisce i "pupilli" invece che i più meritevoli, ha indebolito il DNA della classe dirigente che ora in gran parte farebbe ridere se non fosse che siamo noi a pagarne le conseguenze...

Lancio un APPELLO a tutti gli UOMINI e DONNE di BUONA VOLONTA' , per avanzare proposte su come aggregare un movimento di indignazione e protesta che ha come obbiettivo un nuovo rinascimento del nostro paese, non dimentichiamo che nella storia è già successo e può succedere ancora... al momento opportuno un leader ne uscirà come naturale emanazione...

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