Analisi

Volunia è nato vecchio perché è figlio dell’università

Grandi applausi per la nascita di Volunia. Ma anche le critiche non sono da poco. Se è vero che molti aspetti non sono originali, alcuni non convincenti e altri del tutto ignari dei problemi della privacy, il problema vero è che “l’algoritmo perfetto” è già in ritardo sulle ultime evoluzioni della rete. E questo dimostra i limiti di Volunia, malgrado le qualità di Marchiori: la distanza del mondo accademico italiano dalla realtà. Un problema che lo rende inefficiente, inutile, non competitivo.

Massimo Marchiori alla presentazione di Volunia (Afp)
Massimo Marchiori alla presentazione di Volunia (Afp)

Il 6 febbraio Massimo Marchiori ha presentato all’università di Padova il nuovo motore di ricerca Volunia: Linkiesta ha già proposto una descrizione completa delle funzioni illustrate durante la conferenza stampa ai giornalisti.

Il fatto che un progetto così ambizioso sia stato ideato e sviluppato in tutte le sue parti in Italia rappresenta di per sé un’ottima notizia. Inoltre, il nome del suo autore è uno di quelli che merita rispetto e gratitudine universali, fuori e dentro il nostro Paese. Nell’elenco delle sue gesta brillano due episodi che da soli dovrebbero avergli assicurato fama e incarichi istituzionali di peso ben maggiore rispetto a quelli che le circostanze gli hanno consegnato.

Nel 1997 Marchiori ha pubblicato il primo articolo che introduceva la tecnica della “link analysis” per i motori di ricerca, il modello concettuale da cui è germinato lo sviluppo dell’algoritmo PageRank e del nucleo originario di Google. Per il W3C ha partecipato ai lavori del primo team di sviluppo del progetto XML Query, incaricato di formulare gli standard internazionali per le ricerche nei documenti XML.

Forse però il suo merito maggiore coincide con la sua ostinazione, o secondo i punti di vista con la sua tenacia, che lo ha costretto ad elaborare un progetto di avanguardia in Italia, e per di più intorno all’ambiente accademico italiano: secondo le sue dichiarazioni, lo scopo era quello di plasmare un nuovo modello di motore, mostrando il prototipo di ciò che potrebbero diventare tutti i dispositivi di ricerca tra qualche tempo. Credo che la caparbietà di Marchiori sia un’icona dell’eroismo italiano, in cui si congiunge l’altezza disperata del talento individuale e l’ottusità provinciale di tutto il sistema istituzionale che lo circonda.

La sera stessa della conferenza stampa, una delle testate più autorevoli di SEO, Search Engine Land, ha pubblicato una recensione  di Volunia, esaminando nel dettaglio le funzioni descritte durante l’incontro con i giornalisti. La novità reclamata dal team di Marchiori viene circoscritta a limiti più ristretti per ciascuna delle soluzioni esposte nella presentazione: le mappe di navigazione dei siti erano state introdotte da Ask.com già nel 2004, le ricerche dei file multimediali vengono già proposte da Google nella configurazione della “universal search”, l’interazione con gli altri utenti che navigano nel sito era stata offerta da Google con il servizio Sidewiki nel 2009.

L’autore, Sean Carlos, solleva anche alcuni dubbi rispetto ai problemi di privacy che sembrano essere ignorati da Volunia, nonostante le polemiche che negli ultimi anni hanno imperversato su questo tema; e sembra nutrire anche un certo scetticismo rispetto allaquantità di pagine che potranno essere indicizzate dal nuovo dispositivo italiano, data l’espansione fuori controllo del web negli ultimi anni.

Non credo però che le criticità elencate da Search Engine Land siano le più gravi. Lo sviluppo del progetto è cominciato quattro anni fa, quando Facebook cominciava appena il suo decollo internazionale e la diffusione di iPhone era agli inizi. Quello che Battelle definisce “il paradigma tradizionale della ricerca” godeva ancora di ottima salute. Già allora Google era molto cambiato rispetto ai primi passi del PageRank, perché il contatto con la realtà aveva imposto agli sviluppatori di Mountain View una serie di problemi e di opportunità che non si presentano quando il software viene elaborato con il solo pensiero. La difficoltà di disambiguare le stringhe di interrogazione e l’occasione di offrire pubblicità profilata hanno sollecitato il lavoro di registrazione delle query e quello di personalizzazione delle risposte.

Se un utente scrive “polo” nel box di ricerca cosa starà cercando? Un’automobile? Un indumento? Un famoso viaggiatore? Un punto geografico? L’analisi delle reazioni di tutti coloro che hanno già imputato la domanda, e la conoscenza delle preferenze individuali registrate nella “web history” personale, hanno permesso a Google di affinare la comprensione delle esigenze informative del pubblico offrendo risposte sempre più pertinenti anche a formulazioni lacunose.

Il confronto con la fioritura delle “content farm” ha indotto gli ingegneri di Mountain View a progettare un meccanismo di ranking del tutto nuovo rispetto a Page Rank, con l’introduzione di Panda nel corso del 2011; il successo dei social media ha richiesto che l’intera concezione della ricerca e del calcolo della rilevanza dei siti venisse riconsiderata. Google è passato dall’analisi del grafo dei link, di cui è debitore almeno in parte a Marchiori, al grafo sociale degli individui – di cui registra le preferenze esplicite e la capacità di influenzare gli altri o di esserne influenzati, come fa Facebook.

Danny Sullivan riepiloga con la metafora del voto questo percorso. Google ha partecipato in maniera essenziale alla costruzione di Internet non perché è emerso da una geniale congettura di pensiero, ma perché la sua esistenza ha prodotto sul pubblico e sulle tecnologie conseguenze reali.

Il fatto che Google funzionasse bene ha motivato individui e aziende a creare nuovi contenuti, perché sapevano che sarebbe stato possibile per gli utenti interessati trovarli e usarli. L’espansione smisurata di Internet è stata anche una conseguenza della convinzione che la Rete fosse il luogo in cui si può sempre trovare quello che si cerca, e dove qualunque contenuto raggiunge direttamente il pubblico giusto; ma una certezza del genere può sorgere solo con la presenza di motori del calibro di Google. Sono loro ad aver diffuso la convinzione che esista una risposta per qualunque domanda, e che esista anche un diritto per tutti di ottenerla.

Poco più di una decina di anni fa, quando ero studente, il 99% di quello che oggi viene cercato sui motori online era considerato un crampo mentale solitario e (auspicabilmente) passeggero, senza alcuna dignità di pubblicazione.

Nonostante il contributo decisivo offerto allo sviluppo di Internet, Google si trova oggi a doversi confrontare con una realtà della Rete che ha mandato in pezzi il paradigma classico della ricerca. L’esperienza on-line degli utenti non spazia più su una nebulosa di pagine cresciute senza alcun ordine, ma libere e aperte ad un’esplorazione pubblica, come accadeva fino quattro anni fa.

Da un lato i social media hanno recintato i loro dati, sottraendo le conversazioni all’archiviazione dei motori di ricerca. Facebook e Twitter hanno negato l’autorizzazione alla presentazione dei loro contenuti sui listati di risposta di Google; eppure nelle loro pagine si compongono centinaia di milioni di nuovi post ogni giorno, e si snodano le cascate di informazioni da cui emergono i memi della Rete e alcuni dei processi di influenza dell’opinione e del comportamento più rilevanti della nostra epoca. La risposta di Google è consistita nel costruire il proprio social media, Google+, i cui profili sono l’infrastruttura principale di un nuovo calcolo compiuto dal motore: quello del grafo sociale e del ranking di autorevolezza individuale. La personalizzazione dei listati di risposte fondata su Google+ ha scatenato un’ondata di reazioni negative da parte di tutta la comunità degli analisti dei new media. Google è diventato cattivo, non è più il giudice imparziale della rilevanza che caratterizza i contenuti censiti.

Dall’altro lato, la sfera dell’accesso mobile a Internet è mediato dalle applicazioni per gli smartphone: sia quelle sviluppate per iPhone, sia quelle destinate al mercato Android, sono un terreno precluso alla ricognizione dei bot e all’archiviazione dei motori di ricerca. Secondo l’ultimo report Audiweb nel dicembre 2011 più del 20% degli individui tra gli 11 e i 74 in Italia accedeva a Internet tramite smartphone o PDA: la connessione mobile vanta il trend di crescita più alto tra tutte le forme di esperienza digitale.

Internet non è più la distesa disordinata e infinita dei contenuti aperti, e la ricerca non può più aspirare ad essere la forma di organizzazione universale dei contenuti pertinenti ad una domanda, capace di disporli secondo l’ordine di rilevanza rispetto all’esigenza informativa dell’utente. Questo paradigma della ricerca è tramontato. Eppure l’intero progetto di Volunia sembra non essersene accorto.

Per sapere che il mondo cambia – e che è effettivamente cambiato – non ci si può chiudere nel proprio pensiero per anni con lo scopo di trovare una formula intellettuale perfetta. Bisogna costruire in fretta la migliore versione beta possibile e strofinarla contro la rudezza della passione degli utenti per le curiosità insensate. Gli utenti reali sono stupidi e chiedono sciocchezze – ma questo è un tabù per chi è immerso nella cultura accademica italiana, e nel corso della presentazione di Marchiori l’utente modello cerca soltanto il sito della NASA. Per l’università in Italia la realtà intera è un tabù, il confronto con la banalità delle domande insensate è spregevole, il contatto con la spazzatura dei social network una minaccia di inquinamento. Eppure sono i motori di ricerca veri ad aver creato le condizioni per questa realtà – e il merito di Google è stato quello di distillare da questa montagna di idiozie un dispositivo di intelligenza pura – nel senso in cui l’intelligenza sa discriminare la rilevanza da ciò che è inutile e con questa costruire un mondo concretamente abitabile e una forma di vita che gli dia un senso.

Questo percorso, che conduce dall’analisi dei contenuti e dei link alla storia del pubblico, dalla storia complessiva del pubblico alla storia digitale di ciascuno, dalla storia personale alle relazioni sociali, all’influenza delle comunità, all’importanza dei testi nelle loro interazioni, in Volunia non appare da nessuna parte. Il progetto sembra fuori dal mondo – un mondo modellato per un quoziente molto significativo dai motori di ricerca reali, e di cui il progetto Volunia sembra ignorare i nodi critici essenziali.

È ingiusto riferire queste considerazioni al progetto di Marchiori, che contro l’abitudine di molti suoi colleghi si è impegnato in prima persona e ha concretizzato fino in fondo il suo progetto intellettuale e commerciale. È ingiusto anche osservare che la nascita di Google ha richiesto 1 anno di lavoro contro i 4 di Volunia, perché è imbarazzante la differenza di mezzi finanziari e tecnici a disposizione di qualunque studente di Stanford rispetto a quello che in Italia è concesso persino ad una personalità di valore eminente e comprovato come Marchiori. Ma visto che l’obiettivo dichiarato era fornire un modello per ciò che dovranno diventare in futuro i motori di ricerca – esponendo una descrizione di servizi che ignora apertamente i punti chiave della crisi del paradigma di ricerca classico – non si può evitare di rimarcare accanto ai meriti altissimi del ricercatore, la provincialità di una cultura accademica che ha deciso di ignorare il mondo in cui vive.

La grandezza di Google non abita nella raffinatezza degli algoritmi che usa, ma nell’ethos di un progetto che si è intrecciato in modo spregiudicato e geniale con l’attualità antropologica del mondo contemporaneo: è questo il merito degli uomini come Steve Jobs, come Page e Brin, come Zuckerberg, ed è la ragione per cui Foreign Policy li colloca tra i 100 personaggi più influenti del mondo mentre esclude dalla lista quasi tutto il mondo accademico.

Per un dibattito serio sul tema rinvio all’articolo di Jacopo Barigazzi, mentre a me tocca solo osservare che è nella sfida concreta con i problemi e con l’immane stupidità del mondo che Google ha tracciato un nuovo percorso sui binari della logica contemporanea, creando i nuovi significati e i nuovi giochi linguistici che un Wittgenstein redivivo avrebbe amato, studiato ed esaltato con tutta la potenza della sua prassi filosofica. Non la ricerca strenua e solitaria dell’algoritmo perfetto. 

*epistemologo fondatore di Socialgraph.it

 

 

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Commenti

Ho espresso le mie opinioni a caldo sul mio blog con l'articolo Volere Volare: http://www.abitudinicreative.it/2012/02/volerevolare.html

A freddo, non posso far altro che confermarle. Dopo la delusione del primo passo in pubblico, tanta diffidenza sui successivi fatti fino ad ora. In ogni caso, da italiano e da padovano, auguro a chi partecipa al progetto Volunia un grosso in bocca al lupo.

Goooogleeuuuuu! che usi giornalmente e che hai impostato come pagina iniziale del tuo browser...com'è facile parlare...Progetto ambizioso, troppo surreale nel suo essere e che non può e non deve essere ideato solo secondo "i pensieri accademici". Ricordiamo che è l'utente che decide cosa e come vederlo, non c'è nessuno che ti assiste nelle ricerca dicendoti clicca qui o scrivi cosi perchè è meglio (noto puffo lol) o ti ha restituito questo listato perchè è cosi che deve andare. La potenza dei grandi marchi si può definire con 3 semplici parole: Semplicità, Velocità, Chiarezza...
La nota più dolente secondo me è il design grezzo, poco curato e troppo retrò con mille icone che confondono solo la percezione dell utente, per il resto spero che aprano le loro menti e tirino fuori ciò che di buono era stato ideato: Un Reale Progetto Italiano.

Concordo quasi interamente con le parole scritte nell'articolo.
Peraltro ho ricevuto un invito, mi sono registrato, ma in fase di autenticazione mi dice:
- Non sei ancora registrato. Effettua la registrazione sul sito pubblico Volunia.

Sono sicuro di essere registrato e di aver messo la password corretta, per sicurezza vado sulla procedura di recupero password, anche li mi dice che la mail non è presente nel sistema.

Faccio un passo indietro, dico: magari ho sognato di registrarmi.
Mi registro con la mail incriminata e un messaggio mi avvisa che la mail è già registrata.

Bene, innovativa o meno, italiana o meno, mi ha fatto perdere già troppo tempo, e se ho affrontato la cosa in modo scettico, ora non ho dubbi. Il biglietto da visita non mi ha stupito.
Auguri comunque...

Tante belle parole filosofiche...ma si...giusto per scrivere un articolo che stupisce, bravo,bravo..e adesso vattene in America con gli americani e il tuo Goooogleeuuuuu!!!

PIENAMENTE D'ACCORDO !!!

la mia idea è questa dato che attualmente VOLUNIA FA SCHIFO (almeno secondo le recensioni) e dato che quasi tutti quelli a cui interessa lavorano nel web perchè qualcuno non inizia a pubblicare i suoi consigli su volunia ad esempio cosa cambierebbero. Magari postando le proprie idee su twitter magari con un hashtag del tipo #ideasforvolunia. Chissà se dandogli una mano riuscirà questo motore di ricerca a sopravvivere alla supremazia di big G

Parla male di tutto e tutti ti leggeranno. Vecchio modo di fare giornalismo.

Non ho ancora avuto modo di farmi un'idea di questa novità. Però, vedo con simpatia il semplice fatto che qualcuno in Italia realizzi un progetto ambizioso in ambito internet.
Cercherò di capire di cosa si tratta, in cosa risiede l'originalità e l'innovazione. Cercherò di seguire gli inevitabili sviluppi e aggiustamenti poiché nulla, in questo campo, funziona al primo colpo. Questo lo sa bene chi le cose le fa. Lo sa meno bene chi non fa niente e occupa il tempo a fare le pulci a chi invece tenta qualcosa.
Quindi auguri e complimenti 'a prescindere' a Massimo Marchiori !

Domenico Baldari
www.scriptaweb.eu
http://scriptaweb.eu/pages/digital-brochure/

Volunnia,...mm ho seri dubbi che qualcuno se ne ricorderà tra un anno

Secondo me l'iniziativa di Marchiori e' buona. Serve a indicare che ci sono delle possibilita' concrete per l'italia di fare qualcosa nel settore delle tecnologie collagate a internet. Indicare delle direzioni e' piu' importante del successo immediato dell'iniziativa, come e' quasi sempre nel mondo della ricerca. Inoltre, le difficolta che il progetto sta incontrando evidenziano che in italia il problema dell'atteggiamento contro il rischio, sia dei cittadini che dei finanziatori, e' un problema. Due milioni di euro sembrano molti, ma e' un badget comparabile a quelli di molti laboratori di ricerca piccoli e non particolarmente ricchi (anche italiani).
Se ci scrolliamo di dosso un po' di convenzioni, lobby, e cazzate possiamo farcela, io ci credo.

Non voglio essere cattivo con Marchiori, in molti hanno già detto tanto. Ma da proprietario di vari siti sinceramente ho dei dubbi sul sistema social.

Gran bell'articolo, capace di andare oltre le semplici e fin troppo facili critiche. La caparbietà di Marchiori da un lato denota in effetti la distanza dalla realtà che troppo spesso caratterizza il di mondo della ricerca, dall'altro può essere il punto di partenza per chi ha nuove idee e il coraggio di crederci, volerle realizzare.

Come non essere d'accordo con questo articolo. Centra davvero il punto. Le osservazioni si applicano a tutta l'accademia italiana, indipendentemente dagli indirizzi. Ma per fortuna la torre d'avorio, in piedi dal medioevo, sta crollando.

Ma di che stiamo parlando ?! Ma davvero siete cosi cechi da non apprezzare e distinguere un idea potenzialmente rivoluzionaria da un banale concetto preistorico di motore di ricerca come google.

Ma ditemi , forse google una volta ricevuti tutti quei finanziamenti a pioggia poteva il primo anno
paragonarsi con yahoo ?

Sarei curioso di confrontare le recensioni del 1998 su google , e paragoni inutili con yahoo , e sono sicuro che troverei commenti del tipo :
"E ma la catalogazione dei siti di yahoo per categorie è molto piu rapida e instintiva , sarebbe folle pensare di trovare informazioni in un modo del tutto automatizzato "

Non riuscite a vedere un centimetro oltre il vostro naso. Siete peggio di un cavallo con i paraocchi , condizionati tutto il giorno a mangiare fieno , se poi a voi cavalli qualcuno vi offre una mela zuccherata , la rifiutate perchè non è abitudine , non è abbastanza conforme al vostro miserabile e ripetitivo mondo.

E' rivoluzione pura Volunia . Il concetto alla base migliora esponezialmente la navigazione sul web e l'interazione sociale con quest'ultimo , sotto ogni punto di vista.

Serve solo un po di tempo in piu per ricevere altri finanziamenti , migliorare l'indicizzazione e il motore interno , e anche per migliorare il cosiddetto " appeal grafico " ... ma certo e che se non vi lamentate con la " non grafica " di google , facebook, youtube e altri , potevate risparmiarvi anche questa critica .

Google paragonato al concetto di Volunia (una volta definito e migliorato ) risulta solamente patetico e senza confronto.
Volunia è il futuro... e gli Italiani sono bravissimi a sputare sopra il futuro .

L'articolo è perfetto, e ritengo giustamente inclemente nei confronti del circolo vizioso tra investimento (pubblico e/o privato) e i risultati prodotti dall'accedemia italiana. In Italia la ricerca si fa perché "si deve", perché la fanno tutti, e basta fare il minimo mensile per meritare un salario, il resto andrà da sé, il mondo farà in qualche modo anche senza di noi... tremendo.

Circa Volunia (magari un nome più breve?). È inguardabile. Grafica in Tahoma (ommioddio, in Tahoma! Nel 2012!), homepage "pubblica" di presentazione pesante, piena di testo in un inglese approssimativo e italianistico. È necessario registrarsi (neanche fosse VOL e questo fosse il 1996) per accedere ai servizi. Quei ridicoli numeri romani... insomma, ma qualcuno l'ha guardato bene, prima di metterlo online e di farci ridere dietro dal mondo civilizzato?

Mi spiace, ma sembra concepito, programmato e disegnato da qualcuno che sia rimasto sconnesso da internet negli ultimi dieci anni. Che un'idea del genere venga proprio da Marchiori è a maggior ragione deprimente. Sembra che l'abbiano costretto a cercarsi una "rivincita" alla faccia del successo dei suoi "apprendisti" di Google... tutto molto, molto provinciale e triste. O i privati entrano in gioco, o non cambierà mai nulla.

ps. @Beppe Roncari, giusto per puntigliosità, ma «Il curioso caso di Benjamin Button» è un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Dannato monopolio di Hollywood...! :)

Anche Google è nato nell'ACCADEMIA, mentre i fondatori, da "sfigati" studenti di dottorato a Stanford, perseguivano *ESATTAMENTE* la "ricerca strenua e solitaria dell’algoritmo perfetto. " Il problema è quello che succede *dopo* averlo trovato. In Italia, niente. A Stanford, Google.

http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_Google#Early_history

Se è nato vecchio speriamo che ringiovanisca crescendo come Mork di Mork & Mindy o il più recente Benjamin Button. :-)

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