Bondi taglia, il nostro cinema scopre il mercato

Bondi taglia, il nostro cinema scopre il mercato

Ma è vero che la riduzione dell’intervento pubblico fa bene al nostro cinema? Dopo le proteste per l’ulteriore riduzione del Fondo unico per lo spettacolo e per il rinnovo delle agevolazioni fiscali costituite da tax credit e tax shelter solo per i primi sei mesi del 2011, qualcuno ha impugnato i numeri in continua crescita del cinema italiano, per mostrare come alla contrazione dei finanziamenti di stato sia corrisposto il boom del botteghino (drogato però dal fenomeno Avatar), accompagnato da una consistente crescita del fatturato derivato dal prodotto nazionale.

Il boom di Checco Zalone con “Che bella giornata”, che con 38 milioni di euro ha stabilito il record assoluto d’incassi per un film di produzione italiana, i quasi 30 milioni di “Benvenuti al Sud”, interpretato da Claudio Bisio, e i 21 milioni di “La banda dei babbi natale” di Aldo, Giovanni e Giacomo sono in tal senso il mero risultato della grande capacità di attrazione dei personaggi del piccolo schermo, capaci di rivitalizzare anche la sala cinematografica? È tutto qui il segreto della maggiore redditività delle pellicole italiane in uscita?
Meno assistenzialismo uguale a più competitività? In realtà, l’interpretazione dei numeri non è univoca. La produzione italiana a novembre 2010 valeva una percentuale del box office nazionale pari al 30%. È una quota effettivamente in crescita, che nei territori Ue viene superata solo da quella francese (37%). I due sistemi sono però improntati a modelli contrapposti: la gestione statalista del Centre National du Cinéma da un lato, la riduzione progressiva dell’intervento pubblico dall’altro. Se infatti l’investimento complessivo nella produzione cinematografica italiana negli ultimi dieci anni è rimasto costante (circa 200 mln di euro), nel 2000 però i contributi statali pesavano per il 50%, mentre ora sono scesi il 20%.

Questo “disimpegno” progressivo è cominciato prima della riduzione del Fus dettata dalle ultime Finanziarie, ed è il risultato di un percorso intrapreso dal legislatore nel 2005, quando venne fissato un tetto massimo del 50% per il finanziamento pubblico a ciascuna pellicola. Sino ad allora, il cinema italiano era sostanzialmente diviso in due mondi non comunicanti: da un lato i “cinepanettoni”, e dall’altro la produzione sovvenzionata. L’impossibilità di reperire risorse alternative (a fronte dell’introduzione del product placement, della riduzione dei costi ottenuta grazie alla collaborazione con le Film Commission regionali, e dello sconto fiscale relativo alle opere prime e seconde) ha dettato la necessità di recuperare una redditività effettiva a valle del processo produttivo, e dunque di rimpinguare il botteghino.
Si è così moltiplicato il numero delle produzioni a forte impronta commerciale, prima confinate in una sorta di “fascia protetta” dai grandi film americani, nel periodo tra Natale e la Befana.

Oggi siamo passati dal cinepanettone alla “quattro stagioni”. Alla luce dei numeri al 21 novembre 2010 (per convenzione l’annata cinematografica va da inizio dicembre a fine novembre), la differenza sull’annata precedente l’hanno fatta “Benvenuti al Sud” di Luca Miniero (28,6 milioni di euro), “Io loro e Lara” di Carlo Verdone (15,8 mln), “Maschi contro femmine” di Fausto Brizzi (12,5 mln), “Baciami ancora” di Gabriele Muccino (9 mln) e “Genitori e Figli-Istruzioni per l’uso” di Giovanni Veronesi (8,5 mln). Nello stesso periodo, il 2009 aveva visto al primo posto tra gli incassi nazionali “Italians” di Giovanni Veronesi (12 mln), che quest’anno si sarebbe dovuto accontentare del quarto incasso. In sostanza, i primi tre film, con un box office complessivo di circa 60 milioni di euro, valgono un terzo del totale della produzione nazionale, mentre i primi tre film Usa (Avatar di James Cameron, Alice in Wonderland di Tim Burton ed Eclipse di David Slade, terzo film della saga di Twilight, tratta dai best sellers di Stephenie Meyer) pesano per 115 mln di euro sui 400 dell’ammontare totale del prodotto statunitense distribuito. Le altre cinematografie sono marginali: 27 milioni di euro (con 43 pellicole distribuite) per il Regno Unito, 13 milioni di euro (a fronte di ben 57 titoli) per la Francia, 7 mln per la Spagna, 4 mln per la Germania e 6 mln per gli altri. I film passati in sala sono stati complessivamente 761, di cui 296 Usa e 250 italiani (al lordo delle coproduzioni).

Se usciamo però dalla logica ferrea dei numeri, e proviamo a misurare il rendimento dei film di qualità, scopriamo che “La prima cosa bella” di Paolo Virzì, candidato italiano all’Oscar per il miglior film straniero, ha incassato sei milioni e mezzo di euro, ed è solo diciottesimo nella classifica degli incassi. L’altro film che ha conteso inizialmente a Virzì  la possibilità di concorrere per le statuette dell’Academy, “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti, figura addirittura all’ottantaduesimo posto, e “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino, che si è guadagnato la nomination ai Golden Globes e quella agli Oscar per la costumista Antonella Cannarozzi , ha superato di poco i 250 mila euro, non arrivando a 50 mila spettatori (mentre in Usa ha totalizzato sei milioni di dollari). La rinascita del cinema italiano si spiega dunque con la maggior vocazione commerciale di un numero ristretto di titoli. Oggi il mercato è in grado di assorbire “Benvenuti al Sud” e “Maschi contro femmine” a ottobre, anche grazie al fatto che i blockbuster americani vengono calendarizzati sempre più spesso a cavallo dell’estate (com’è avvenuto per Eclipse e l’animation Shrek, quinto e sesto incasso assoluti), sino a qualche anno fa terra di nessuno.

Ma i nove decimi delle pellicole prodotte in Italia continuano a incassare meno di un milione di euro, e il numero di titoli in grado di ripagarsi resta marginale. Una realtà consolidata della distribuzione in sala come Lucky Red con il proprio listino (11 titoli) ha incassato in totale 7 milioni di euro, Mikado poco più di 4 mln (con 6 film), Fandango (8 pellicole) ha superato di poco il milione. Con questi numeri e senza sovvenzioni, alle società indipendenti non restano che tre strade: la coproduzione con Medusa, 01 Distribution o una major americana, la mera distribuzione di prodotto estero o il passaggio alla ben più redditizia produzione di fiction: un segmento in cui la Rai investe ogni anno in prodotto d’appalto 250 mln di euro. E che, con un paio di puntate di sceneggiato, consente di guadagnare quanto “Mine Vaganti” di Ozpetek, che pure è risultato il primo film italiano di qualità al botteghino 2010, con 8,4 mln di euro d’incasso. Ecco perché sempre più spesso chi realizzava i famigerati “film d’interesse culturale” cambia mestiere. E finisce a sfornare storie di patrioti, santi e commissari che vivono per due sole serate.

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