Gli americani in Libia non sanno chi addestrare

Gli americani in Libia non sanno chi addestrare

Le rivolte che attraversano il mondo arabo in queste settimane hanno molte più differenze che punti in comune. L’aumento dei prezzi delle commodities alimentari e il fattore generazionale – che passa anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie – sono i pochi elementi che collegano le piazze di Tunisi, Algeri, Il Cairo, Manama o Sana’a. In ciascuno di questi Paesi, però, i regimi al potere hanno cementato nei decenni equilibri che oggi vengono spazzati via con modalità e da attori diversi.
Ciò è particolarmente vero per la Libia. Da poche ore è stato proclamato un nuovo consiglio nazionale nell’est del paese, in quella Cirenaica da cui tutto è iniziato. Ne fanno parte i rappresentanti delle principali tribù che hanno dato avvio alle proteste.

Lì sono già sbarcate le truppe speciali di addestramento di Usa, Gran Bretagna e Francia, assieme a funzionari dei servizi segreti, come riportato dal giornale israeliano Haaretz. Le tribù del Fezzan e dell’area a sud di Tripoli si aggregheranno presto al nuovo blocco di governo e Gheddafi rimarrà, brevemente o per qualche settimana, di fatto solo il sindaco di Tripoli. In Egitto o in Tunisia, ancora impegnate in una difficile transizione, un ruolo essenziale è stato svolto dai militari, potere storicamente influente, autorevole e mediamente amato dalla popolazione come garante ultimo dell’integrità dello Stato e delle sue frontiere, nominalmente estraneo alle consorterie politico – affaristiche in cui invece sono associate le forze di polizia e gli apparati di sicurezza. Oggi il vuoto politico in quei Paesi è colmato proprio dalle stellette, rimasti prima passivi di fronte alla rivolta dei gelsomini o Tunisi e a quelle in Piazza Tahrir, quindi intervenuti a garantire la continuità delle istituzioni. Vedremo se per il tempo strettamente necessario o per un lasso di tempo che configurerà qualcosa di simile a colpi di stato senza spargimenti di sangue.

In Libia non esiste una forza armata degna di questo nome. Gheddafi, lui stesso colonnello, ne ha decapitato prima i vertici, dopo un paio di tentativi di golpe negli anni ’80, quindi ha reso i 40.000 uomini dell’ “Esercito del popolo” poco più di una forza simbolica, strutturata comunque su matrice tribale. Tanto è vero che sin dai primi momenti della rivolta a Bengasi i vertici delle forze armate hanno disertato e in alcuni casi si sono associati alla rivolta. Unica, modesta eccezione, la forza aerea, che ha storicamente svolto un ruolo importante nella politica di sicurezza libica rispetto ai vicini orientali (l’Egitto) e meridionali (Niger e Ciad). Nel caso dei piloti, le defezioni e gli ammutinamenti sono arrivati in ritardo rispetto ai colleghi fanti. Inesistente, invece, è la Marina militare.

Gheddafi e il suo clan hanno fondato il loro potere sull’uso spregiudicato degli apparati di intelligence e sulle forze di elite addestrate e pagate direttamente dal leader e dalla sua famiglia. Oggi, Gheddafi è asserragliato nel suo bunker di Bab al-Azizyya, protetto ad est dalle milizie mercenarie provenienti dal Niger, dalla Guinea e dall’Etiopia, oltre che dallo Zimbabwe, sotto il comando del secondogenito Saif, e a sud dalla cosiddetta milizia “Khamis”, guidata dall’omonimo figlio, maggiore dell’esercito. In tutto si tratta di 5.000 uomini, provati nella motivazione e nella fedelta’ per un leader sempre piu’ in bilico.

Quando inizieranno le defezioni tra questi ranghi militari, la caduta di Gheddafi e dei figli sarà inevitabile. In Libia si va quindi affermando uno scenario di polverizzazione del potere e del controllo del territorio. Il che configura una minaccia seria per l’integrità territoriale futura del Paese. Nelle scorse ore si erano moltiplicate le voci, da parte di fonti di sicurezza, sull’avvio di un’iniziativa militare per esiliare Gheddafi e prendere il potere a Tripoli; un golpe mascherato, condotto da Abu Bakr Janis, ex ministro della Difesa, e il Generale Suleiman al-Obeidi, comandante della regione di Tobruk. Un progetto fallito per la mancanza di legittimazione da parte delle tribù della Cirenaica e per l’assenza di un gruppo compatto di stellette pronto a destituire il rais. È fallito anche il tentativo di mediazione politico – tribale svolto dal Ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil, considerato un difensore dei diritti del popolo in patria, per la costituzione di un governo nazionale di transizione.
Le molte defezioni delle ultime giornate, anche tra i ranghi diplomatici, creano paradossalmente un sovraffollamenti di possibili uomini “nuovi”. Una conseguenza dell’incapacità delle cancellerie occidentali che in questi anni si sono troppo concentrate sugli equilibri interni all’establishment al potere nei diversi Paesi arabi e poco su ciò che si muoveva nella società, tra i vari gruppi dissidenti, tra gli esuli in giro per il mondo. Il risultato è che la nostra politica, italiana ed europea, appare francamente troppo improvvisata.