Il governo fa perdere Pil anche alla lirica

Il governo fa perdere Pil anche alla lirica

Mentre l’ultimo emendamento al decreto milleproroghe regala una boccata d’ossigeno ad alcuni enti lirici, la situazione della musica in Italia resta precaria. Nei prossimi anni alcune città italiane che hanno avuto un teatro per secoli potrebbero non averlo più, mentre le stagioni concertistiche lottano per la sopravvivenza. Una situazione paradossale perché la musica d’arte non se la caverebbe poi così male: una generazione di giovani direttori ne ha rinnovato l’immagine, e alcune star della classica entrano nelle classifiche del pop, sia pure in un generale crollo delle vendite. Ma soprattutto lo spettacolo dal vivo, musica inclusa, agli italiani piace, tanto da superare negli anni scorsi lo sbigliettamento degli stadi.

Solo che “sbigliettare” non basta. Nel caso dell’opera una sala piena copre un terzo del costo dello spettacolo quando va bene. Secondo i dati della Commissione europea la Francia destina ai beni culturali 7,5 miliardi di Euro per il 2011 (0,90% della spesa pubblica) e la Germania 11 miliardi, mentre l’Italia arriva a 1,5 (0,21% della spesa pubblica). I drastici tagli apportati dal governo Cameron alla spesa per la cultura in Gran Bretagna intervengono su un panorama di forte sostegno privato, e il finanziamento pubblico resta comunque oltre tre volte quello italiano, che per quanto riguarda la musica è ulteriormente ridotto dal taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus).

Il decreto Bondi ha bloccato le assunzioni fino a tutto il 2012 e porta il governo a partecipare direttamente al tavolo della trattativa sul nuovo contratto nazionale (il vecchio è scaduto nel 2003). Alle maglie strette della nuova regolamentazione potranno sfuggire i teatri dai conti in ordine ma il taglio al Fus mantiene tutti in una condizione di incertezza. Nel complesso il decreto Bondi estende l’area di intervento diretto del governo, che attraverso le norme sulle autonomie e sulla contrattazione entra nella gestione dei teatri con un potere di ricatto sproporzionato rispetto all’entità del contributo statale.

Se in paesi come la Francia lo stato invade il campo culturale finanziando massicciamente, in Italia lo fa mantenendo gli enti al limite della sopravvivenza. Rischia così di perpetuarsi uno sconfinamento della politica che in passato ha contribuito a creare nei teatri pubblici un’area di clientelismo e sindacalizzazione corporativa, con dipendenti in sovrannumero e dalle incerte qualifiche in particolare nell’area amministrativa. Nonostante tutto i teatri italiani producono mediamente spettacoli di buon livello, con punte di eccellenza.

Il problema, quindi, non è solo quanto costano ma perché non rendono quanto i teatri di altri paesi europei. Il governo punta al ribasso riducendo i fondi e soprattutto negando gli strumenti per una possibile autonomia: agevolazioni fiscali o contributi condizionati alla capacità di attrarre capitale privato. Anche le imprese però guardano al sostegno alle performing arts con l’occhio del mecenate più che dell’imprenditore: prevalgono investimenti occasionali, estrinsechi alle strategie dell’azienda, che nelle strette della crisi vengono tagliati per primi insieme alle spese di rappresentanza.

Mentre paesi come la Cina e il Venezuela fanno dei loro giovani artisti i portabandiera anche commerciali dell’affermazione nazionale e il mondo anglosassone si rivolge a nuove platee culturalmente e tecnologicamente agguerrite, l’Italia rischia di fermarsi a pochi interventi viziati dalla retorica del centocinquantenario. Ma un mercato per la musica italiana di qualità ci sarebbe, come conferma, peraltro, l’interesse sempre vivo delle case discografiche per la produzione delle orchestre sinfoniche italiane di livello.

Non solo. L’ultima ricerca Sponsor Value – Cultura e Spettacolo, realizzata da Stage Up, mostra che in Italia l’investimento in cultura ha un moltiplicatore di spesa di 21,3. Significa che ogni 10mila euro di investimento sul prodotto interno lordo italiano si genera un indotto di 213mila euro. Se l’Italia investisse in cultura la media di quanto già fanno Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna (circa 6,6 miliardi contro 1,8 miliardi attuali), avrebbe, a parità del moltiplicatore, un indotto di 140 miliardi. E mancano meno di due anni al centenario verdiano.

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