In Africa Bolloré ha trovato l’America

In Africa Bolloré ha trovato l’America

C’è un’antica conoscenza della finanza italiana nell’attuale crisi politica in Costa d’Avorio. Quel Vincent Bolloré che, a capo della compagine francese in Mediobanca, si presentò come amico di Vincenzo Maranghi, lo storico amministratore delegato della merchant bank italiana e braccio destro di Enrico Cuccia, prima di cambiare idea e aiutare Geronzi e Profumo a metterlo alla porta. La crisi del paese sub-sahariano rivela quanto ancora oggi, nella grande maggioranza dei paesi dell’Africa sub-sahariana, la successione al potere sia soggetta a forti condizionamenti interni ed esterni. Infatti, se le lotte per i diritti di proprietà della terra alimentano spesso conflitti etnico – religiosi latenti, le ex potenze coloniali sembrano non aver perso la cattiva abitudine di strumentalizzare la politica africana per salvaguardare vecchi e nuovi interessi economico-finanziari.

Ad Abidjan, capitale economica della Costa d’Avorio, il presidente uscente Laurent Gbagbo e il suo oppositore Alassane Ouattara, dopo le elezioni tenutesi lo scorso novembre, reclamano entrambi la poltrona. Il primo conta uno ad uno i miliziani che potrà dispiegare in caso di scontro armato e smantella giorno dopo giorno il sistema finanziario nazionale, chiudendo la Borsa e impossessandosi delle banche per decreto dopo che i principali gruppi stranieri, tra cui Standard Chartered, Bnp–Paribas, Citigroup e Société Générale, hanno interrotto le loro attività; il secondo, proclamato vincitore dalla commissione elettorale e sostenuto dalla Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (Ecowas) e dalle Nazioni Unite, dalle stanze del Golf Hotel, organizza le sue giornate come se fosse già alla guida del paese.

Dal 1822 fabbricanti di carta da sigarette nella Bretagna francese, la famiglia Bolloré è oggi a capo di un impero quotato in Borsa, le cui maglie, a partire dal mondo economico – finanziario francese, si estendono in tutto il globo, in vari settori economici: energia, elettronica, logistica e trasporti internazionali, media e comunicazioni.
Cifra distintiva del Gruppo Bolloré: la sua “africanità”. In pochi decenni, Vincent “l’Africain” ha conquistato una posizione di quasi monopolio creando la prima rete di logistica integrata in Africa, attraverso le attività della Bolloré Africa Logistics (Bal). Presente in 41 paesi, Bal opera insieme ad una settantina di società sussidiarie, tra cui Sdv, nata dalla fusione di Scac con Delmas-Vieljeu, primo armatore privato francese, avvalendosi di un sistema strutturato di concessioni portuarie, corridoi terrestri per l’accesso al mare e, in alcuni casi, reti ferroviarie direttamente gestite.

Ed è proprio in Costa d’Avorio che si concentrano molti degli interessi economici dell’industriale bretone, rendendolo il secondo datore di lavoro dopo lo Stato. Dal 2005 titolare della concessione dell’importante porto di Abidjan, nel sud del Paese, per la cui modernizzazione sono stati annunciati 49 milioni di euro in investimenti entro il 2014, Bolloré controlla la Sitarail, società che gestisce il trasporto ferroviario in Costa d’Avorio e nel vicino Burkina Faso, oltre a coltivare tabacco e caucciù su larga scala, attività, quella delle piantagioni, largamente praticata dal gruppo in Africa.

Nonostante la salda presa economica sul continente africano, neppure Bolloré può considerarsi immune dal pericolo cinese. L’avvicinamento tra Pechino e la Costa d’Avorio, iniziato nel 2002 con la visita ufficiale di Gbagbo in Cina, sembra essere, a detta di diversi analisti, uno dei motivi principali del mancato appoggio al presidente ivoriano da parte di Nicolas Sarkozy, amico personale di Bolloré, cui spetta per primo la difesa di ciò che resta dell’ex impero coloniale francese in Africa: una ventina di grandi gruppi fra cui Bouygues, Airbus, Total, France Telecom, Société Genérale, Axa, Bnp-Paribas, Crédit Lyonnais, che, per sfuggire al declino dell’influenza politica della Francia nelle ex colonie, stanno cercando di penetrare nei mercati dei Paesi che, tradizionalmente, non rientrano nella “sfera d’influenza” di Parigi, quindi le ex colonie inglesi.

In Francia, i critici del Presidente definiscono la sua politica africana “diplomatie business”. Da Abidjan, intanto, giungono voci secondo le quali francesi e americani starebbero armando i sostenitori di Ouattara. Pronti à la guerre anche in aiuto dei loro interessi fra cui quelli del finanziere francese con l’hobby di Piazzetta Cuccia.
 

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