Santanché-Brambilla, rivolta tra le donne del Pdl

Santanché-Brambilla, rivolta tra le donne del Pdl

Diciassette anni per tornare alla casella di partenza, al calore freddo della fòrmica, a quelle foto di famiglia con un dito di polvere, all’algida libreria che respinge la cultura al mittente, al tono – confidenziale – per cui nel ’94 «L’Italia è il Paese che amo» e oggi, invece, quello che ti vuole morto. La comunicazione al tempo del Cav. subisce ormai la doppia personalità del suo protagonista, che si agita scompostamente tra il brodo ristretto e rassicurante delle televisioni di famiglia e la tentazione di un’altra via, più definitiva, che porta con sé la piazza, i simboli, due draghesse di riferimento come Santanchè e Brambilla, e l’attacco finale ai magistrati. In mezzo a tutto questo ritorna anche Ferrara, badante maximo dei tempi moderati.

Ma c’è qualcuno, oggi, che ragionevolmente può definirsi traduttore autentico dei pensieri e delle parole di Silvio Berlusconi? Formalmente un portavoce c’è nella persona di Paolo Bonaiuti, che se non altro compare sui fogli ufficiali con un titolo pre-stampato. Ma ieri, il povero portaparola ha passato una delle sue giornate più infauste, dimenticato da dio e dagli umani nel sottoscala della comunicazione, per poi riemergere a fine giornata con un rammendo gigantesco a una toppa gigantesca. Da via dell’Umiltà si evocava la piazza, bella piazza, assegnando mitragliette ufficiali alle belle e terribili signore del partito, e quello non ne sapeva nulla e non solo lui, per la verità, anche gente di peso come La Russa e Gasparri è stata esclusa dai processi decisionali.

Ma allora chi ha “circuìto” il Cav. sino a portarlo sull’orlo della guerriglia? Le donne, naturalmente. Per la precisione, due donne: le draghesse Santanchè e Brambilla, come ormai sono per tutti. Da quando è scoppiato, con il fragore che sappiamo, il caso Ruby, Berlusconi si fida soltanto del genere femminile. C’è un che di (intellettualmente) lenitivo in tutto questo, fors’anche di puerile, ma le signore, queste signore, rappresentano l’anello di congiunzione ideale tra la rassicurante banalizzazione del côté a luci rosse e lo sfruttamento del medesimo in prospettiva politica. In una sola parola: attack!

Poi, ma è un piccolissimo dettaglio, ci sarebbe anche da far politica e alla bisogna s’adopera, appunto, Giuliano Ferrara con dotte lettere ai giornali in cui si vagheggia di improbabili collaborazioni con l’opposizione. Ma inutilmente.
Oggi alla Camera, la parte femminile del Pdl era in totale ebollizione. C’è l’idea, per il momento non organica, di muovere un attacco diretto alla draghesse Santanchè e Brambilla, c’è il proposito, fiero, di togliere il Capo dalle loro mani, c’è la convinzione, questa sì assoluta, che all’interno del partito si dovrà ridiscutere la comunicazione sin dalle fondamenta.

Laura Ravetto è, all’interno del Pdl, la “Responsabile nazionale del settore Comunicazione, Immagine e Propaganda”, nonché sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento. Persona estremamente seria, stavolta è letteralmente fuori di sé. Avvolta in un impeccabile tailleur grigio, prova a misurare la furia con l’eleganza delle parole. Ma al solo doppio nome Santanchè-Brambilla, apre la giostra: «Adesso mi sono veramente rotta le scatole: la figuraccia che abbiamo fatto ieri è inqualificabile. Non è possibile trattare la comunicazione in questo modo, non è possibile che il primo che arriva a Berlusconi riesca imporgli la linea». La sua autonomia intellettuale arriva sino a dove molti, forse tutti, si fermerebbero: il coinvolgimento del Capo. «Lo devo dire, la Santanchè e la Brambilla sono quello che sono, ma non ci si può scagliare solo su di loro quando c’è qualcuno che le ha assecondate e ha dato loro mandato con un comunicato ufficiale. In questa vicenda, Berlusconi non è stato equilibrato. E io, lo ammetto, sto vivendo un profondo malessere».

Elegante nel tratto, molto determinata, Deborah Bergamini conosce bene Berlusconi. Ne è stata sua dirigente in Fininvest, poi direttore marketing in Rai. Maneggia la comunicazione da sempre, anche con un passato giornalistico. Accenna un timido sorriso, quando introduciamo la questione. E soprattutto ci tiene a sottolineare una distanza chiara e netta dalle draghesse: «Per carità, meglio restare sempre un passo indietro rispetto a certi comportamenti. Ho una mia idea su quanto è accaduto ma non gliela dirò…». Non serve insistere, la Bergamini riprende da sola il discorso, ammirevole nella sua pacatezza: «Penso che in questa fase a Berlusconi manchi la giusta serenità per valutare con la necessaria severità le persone che gli stanno intorno. Direi che è troppo buono, che è generoso, ma sono concetti che in questo periodo sono stati spesi per altri argomenti…». Traccia però la linea per il futuro: «Sulla comunicazione ci vuole un vero coordinamento, è necessaria una severa scrematura delle persone e solo dopo attenta valutazione arrivare ai soggetti giusti e competenti».

Il malessere è diffuso, e c’è da scommettere in un prossimo showdown interno al Pdl. Almeno è quello che auspica Nunzia De Girolamo, nel passato lottatrice di idee all’Infedele di Gad Lerner, con risultati lusinghieri. «Non è tollerabile quello che è successo, non è pensabile che la Santanchè e la Brambilla possano far fare a Berlusconi figuracce di questo genere. Loro lo pressano costantemente e lui cede. A questo punto ci vuole un grande chiarimento».

In realtà, nel corso di quasi tre lustri e mezzo di comunicazione politica i sistemi usati da Berlusconi per veicolare notizie, interpretarle o magari anche solo disinnescarle, sono radicalmente mutati. A partire proprio dal rapporto personale che il Cavaliere ha intrattenuto con gli uomini che via via ha scelto per rappresentarlo. Adesso, se possibile, non sceglie più, non ne ha la serenità, al contrario, come racconta il caso di scuola Santanchè-Brambilla, si fa scegliere.
In trincea ormai da molti anni, il Cavaliere ha sempre organizzato personalmente la sua comunicazione. C’è chi la definisce, per paradosso, proprio «una galassia non comunicante», nel senso che nessuno è in grado, né per fatto gerarchico, né tanto meno per attitudini personali, di controllare dall’alto il flusso “informativo” in entrata, e soprattutto in uscita. La figura di Bonaiuti rimane quella di un garante per le occasione ufficiali, ma è arcinota da tempo la sua idiosincrasia per i personalismi di tanti, troppi deputati. Passata alla piccola storia del partito anche la sua guerra personale contro Capezzone, che ambiva naturalmente alla sua poltrona e che si è dovuto accontentare di un ruolo decisamente più marginale. Nel momento aspro della battaglia, cominciò a girare per le stanze un piccolo dossier con le frasi più terribili del Capezzone (radicale) contro Berlusconi. Così, giusto per mettere i puntini sulle i. Il risultato è che oggi Capezzone non saluta più Giorgio Stracquadanio, secondo lui – ma probabilmente a torto – il vero organizzatore del dossier.

Cosa succede, in pratica, quando nel fortino di Palazzo Grazioli entra una notizia “cattiva”? Come la si maneggia, come si risponde, come ci si difende? Un caso di scuola, perfetto per comprendere i meccanismi più sottili, è l’elezione il 19 novembre 2010 del giudice Giorgio Lattanzi alla Consulta, organismo che da lì a poco avrebbe deciso sul legittimo impedimento. Giorgio Lattanzi, autentica autorità nel diritto penale, viene subito percepito da Berlusconi e i suoi come un altro giudice di sinistra.

La macchina organizzativa si muove su due fronti solo apparentemente in contrasto tra loro. È un’operazione a tenaglia per conseguire il consenso più largo e instillare i dubbi del caso. Da una parte, come il galateo istituzionale pretende, Berlusconi, Schifani e il ministro Alfano si complimentano pubblicamente con Lattanzi, augurandogli buon lavoro. Dall’altra, comincia a muoversi una seconda entità, meno visibile ma altrettanto concreta, che muoverà il suo attacco sul piano della credibilità e della delegittimazione. Alle 18.33 dello stesso giorno l’agenzia Ansa batte questo titolo: «Lattanzi? Speravamo scelta più neutra». Dichiara Roberto Cassinelli, deputato pdl: «È sufficiente uno sguardo al curriculum del giudice Lattanzi, già collaboratore dei ministri Flick, Fassino e Diliberto, per comprendere come si tratti di un uomo fortemente politicizzato». Un rapido sguardo alle competenze del deputato Cassinelli autorizzano una malizia: è membro della consulta pdl sul tema della giustizia. Una dichiarazione, la sua, non esattamente sgradita a via Arenula? Probabile. Ma il fortino di Palazzo Grazioli non si era fermato qui. Già nel primo pomeriggio, sospinto dall’avvocato Ghedini, si era esibito anche l’effervescente Stracquadanio e più o meno sullo stesso tenore.

Ma a questo punto della lotta, con la procura di Milano che torna ad azzannare, serve ben altro. Berlusconi, naturalmente, si batterà con le armi che conosciamo ma nel frattempo, come abbiamo visto, un cambio di prospettiva si è già avvertito. Sono scese in campo le donne, due donne. In realtà, in un primo momento, dovendo recuperare un gap di decenza piuttosto sensibile, il Cav. aveva scelto di puntare sull’affidabilità delle sue ragazze più diligenti e ordinate, e non è affatto un caso se la serietà e il rigore di Mariastella Gelmini e di Stefania Prestigiacomo aveva invaso i teleschermi. Ma ora il Cav. vuole ben altro. E il ben altro ha già cominciato a delinearsi compiutamente. Le draghesse hanno commissariato il drago, e come dice il deputato del Pdl, Franco Stradella, «mettersi nelle mani della Santanchè è un’autentica sciagura». È anche l’ora della rivolta dei maschi?