Bombardare la Libia sarebbe follia

Bombardare la Libia sarebbe follia

Quanto sta accadendo in Libia e nel nord Africa, con possibile effetto domino nei paesi del Golfo e in Iran, impone, alla luce delle notizie di queste ultimissime ore, di fare qualche riflessione riguardo l’opportunità di un intervento militare in una qualsiasi di quelle regioni.

Gli americani hanno appena trasferito ad una cinquantina di miglia dalla costa libica 5 navi, di cui una portaerei con elevatissima capacità offensiva e altre di supporto forza da sbarco, analogamente il governo inglese ha insistito per muovere la propria macchina militare. Quale debba essere il casus belli che dovrebbe forzare la mano agli anglo-americani non è ancora chiaro, ma noi dobbiamo analizzare quali potrebbero essere le conseguenze di una qualsiasi forma di azione militare, sia essa l’istituzione di una no-fly zone o lo sbarco di uomini e mezzi non solo a protezione dei rivoltosi e delle città in loro mano, ma anche dei preziosissimi pozzi di petrolio.

Va anzitutto premesso che gli occidentali dovrebbero aver imparato che intervenire con soldati, armi e macchina logistica in un fronte lontano è di solito foriero di gravi conseguenze. Potremmo dire che questo è un film che abbiamo visto molto tempo fa, si intitolava “Vietnam”, quando gli Usa fallirono nel tutelare gli interessi di una delle due parti in conflitto, o “Somalia”, quando la comunità internazionale si mosse per porre fine ai disordini e all’emergenza umanitaria che stava travolgendo quel paese. Sappiamo come è finita: le conseguenze politiche del conflitto tra Sud Vietnam e Nord Vietnam furono di portata planetaria e dalla Somalia abbiamo dovuto scappare presi a fucilate da coloro che avremmo dovuto aiutare. In tempi più recenti le cose non sono andate meglio e interventi iracheni ed afghani sono lì a dimostrarcelo.

Se vogliamo un altro fiasco strategico/diplomatico, la ricetta migliore è sbarcare soldati occidentali sulle spiagge del Golfo della Sirte, con il pretesto di proteggere chi si batte contro Gheddafi. In men che non si dica tutte le fazioni in lotta tra loro si compatterebbero (alla somala) contro l’invasore/usurpatore straniero, nel nome di chissà quale riscoperto panarabismo strumentalizzato da agenti qaedisti o fondamentalisti. Rimane dunque oscuro in che modo, quando e a che titolo gli uomini a bordo delle unità della US Navy dovrebbero presentarsi armate sul suolo libico. Ma anche l’istituzione di una no-fly zone è cosa assai complessa tecnicamente e sotto il profilo del diritto, e che implica che poi in quella porzione di cielo chi vola senza il placet della comunità internazionale deve essere abbattuto. E per farlo occorre intanto bombardare le postazioni radar e contraeree libiche. Abbiamo titolo per abbattere un aereo libico, che vola nel proprio cielo per ordine del proprio governo, che ancora non è considerato dalle Nazioni Unite illegittimo? E dopo averlo abbattuto, siamo sicuri che il resto del mondo arabo resterà silente a guardare l’occidente far da padrone sul sacro suolo dell’Islam? Francamente l’impiego di uomini in armi in Libia è da considerarsi molto rischioso e destinato ad aprire scenari tragici e politicamente incontrollabili, ma questo vale in sostanza per ogni paese arabo, e anche l’eventuale collasso della casa regnate saudita (i maggiori fornitori di petrolio degli Stati Uniti) presenterebbe gli stessi dilemmi: sarebbe assai rischioso per Washington una azione militare volta a proteggere i propri pozzi e le numerose basi militari che danno l’appoggio logistico ai 200 mila uomini in Afghanistan e Iraq e alla potente flotta nel Golfo Persico.

La posta in gioco è altissima, chi governerà le future rotte del petrolio è una incognita, ma il collasso della Libia e dell’Arabia Saudita potrebbe non essere un esercizio di fantapolitica: sappiamo sin da ora che gli sviluppi di una azione che non sia puramente e rigorosamente umanitaria potrebbero essere gravi. In questo senso è da condividere la linea del nostro governo che parla solo di una vasta operazione di assistenza anche sanitaria alle centinaia di migliaia di profughi che si assiepano al confine tra Libia e Tunisia. Qualora Usa e Regno Unito decidessero di intervenire diversamente per accelerare il collasso del regime, bene faremmo, questa volta, a non seguire i nostri alleati, anche in una ottica di interlocutori futuri graditi a chiunque rimpiazzerà Gheddafi. La prima cosa da fare quindi, nella quale noi dobbiamo essere protagonisti, è mettere in salvo i possibili futuri ostaggi di Gheddafi e non cadere nella trappola del rais di entrare a cannonate in un conflitto civile.

*Professore di Studi Strategici, Università di Trieste

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter