Così l’Europa spiana la strada ai soci di minoranza

Così l’Europa spiana la strada ai soci di minoranza

Non capita spesso che gli investitori di una società quotata si organizzino per licenziare un amministratore del cui operato, a torto a ragione, si ritengono insoddisfatti. Di solito, se c’è un cambio ai vertici, è perché “sciur padrùn”, sia esso la tipica famiglia del capitalismo italiano o un patto di sindacato che controlla la maggioranza del capitale, ha deciso così, magari sulla base di considerazioni che ben poco hanno a che vedere con le performance aziendali. Perciò, al di là dell’esito che avrà, la battaglia che tre investitori istituzionali hanno intrapreso per “licenziare” l’amministratore delegato della Parmalat, Enrico Bondi, è una vera novità per Piazza Affari.  La contesa sulla gestione dell’azienda di Collecchio, tuttavia, non è un fulmine a ciel sereno ma semmai il punto di arrivo di un processo di riforma che parte da lontano. 

Sono infatti passati quasi dieci anni da quando, nel settembre 2001, la Commissione europea nominò un gruppo di giuristi per avviare il dibattito sulla modernizzazione del diritto societario. Il fallimento dell’azienda di Collecchio era di là da venire. Ma già sette mesi dopo, sull’onda del crac Enron, l’Ecofin di Oviedo auspica più efficaci regole di governo delle imprese. Passano altri sette mesi e il gruppo di saggi, fra i quali l’italiano Guido Rossi, consegna un rapporto finale (il Winter report) che traccia le linee guida del processo di riforma. Si accende così la scintilla di una reazione a catena che, attraverso il Piano d’azione della Commissione del 2003 e una mezza dozzina di direttive, arriva a scaricare i suoi effetti su Piazza Affari proprio in questi giorni.

Dal 2 gennaio è infatti pienamente operativa in Italia la direttiva 2007/36 sui diritti degli azionisti (Shareholders’ right directive, o “Shrd”), uno dei frutti tardivi ma potenzialmente rivoluzionari del Winter report. La nuova normativa predispone una cassetta degli attrezzi per facilitare la partecipazione di tutti gli azionisti alle assemblee delle imprese quotate e, in particolare, alla scelta degli amministratori. E aumenta la probabilità degli investitori istituzionali di minoranza e dei piccoli azionisti di incidere sulle decisioni delle società quotate: dal bilancio alle operazioni di fusione fino alla sostituzione degli amministratori il cui operato è ritenuto insoddisfacente.

Ironia della sorte, il primo test delle nuove regole si farà contro l’a.d. Bondi. Ossia il manager che fu chiamato nel 2004 per risollevare la Parmalat dal crac ed è riuscito ad accumulare risarcimenti per circa 2 miliardi attraverso più di 30 accordi transattivi con banche e revisori. In vista del rinnovo del consiglio di amministrazione dell’azienda di Collecchio (il terzo da quando è uscita dal fallimento), i fondi Mackenzie, Skagen e Zenit, che nel complesso detengono il 15,3%, hanno annunciato l’intenzione di presentare una lista di candidati, con lo scopo di conquistare la maggioranza dei posti in cda.

In un primo momento il pomo della discordia poteva sembrare il destino del “tesoretto” di Parmalat, circa 1,4 miliardi di liquidità. Rimasta inutilizzata, secondo i fondi, che invece vorrebbero fosse investita in acquisizioni e nel recupero di efficienza del processo produttivo. Negli ambienti vicini all’ex commissario si sospetta invece che l’obiettivo vero sia la distribuzione della cassa tramite un maxi dividendo. La questione in sé, comunque, è superata: tramite la mediazione del sottosegretario Gianni Letta, Bondi ha ottenuto che nel decreto Milleproroghe, convertito in legge pochi giorni fa, venisse inserita una norma interpretativa ad hoc che impedisce modifiche allo statuto, e in particolare al limite del 50% nella distribuzione degli utili.

L’intervento a gamba tesa del Governo si è tradotto in una pesante limitazione della libertà degli azionisti di decidere della destinazione dei beni aziendali. Ma lungi dall’azzerare le ragioni della contesa attorno alla gestione, in realtà la norma “ad aziendam” le ha ridotte all’essenziale: la libertà e la concreta possibilità degli azionisti di scegliere a maggioranza chi debba gestire una società, licenziando, se lo si ritiene opportuno, il management esistente. Una facoltà che sulla carta c’è sempre stata ma che gli azionisti, investitori istituzionali o privati risparmiatori, hanno faticato ad esercitare a causa degli elevati costi di partecipazione alle assemblee. Il risultato è che storicamente la percentuale di partecipazione alle assemblee è stata bassa. Secondo una ricerca condotta da Georgeson sull’indice Ftse Mib, che include le maggiori società della Borsa Italiana, nelle assemblee del 2009 è stato mediamente rappresentato il 54% del capitale (v. tabella 6). Tolta però la quota riferibile agli azionisti di controllo, la percentuale di partecipazione riferibile ai soci di minoranza scende al 10% del capitale sociale. «Il livello del quorum costitutivo al netto della presenza degli azionisti strategici, ovvero il cosiddetto free float (capitale flottante), rimane ancora molto basso», chiosano i ricercatori.

Alla luce di questa ragioni storiche e anche per il fatto che è la più grande public company (società ad azionario diffuso, senza un socio di controllo o di riferimento), fra le non molte presenti a Piazza Affari (l’altra è Prysmian), Parmalat è un caso pilota particolarmente significativo della direttiva sui diritti degli azionisti, che potrebbe costituire un precedente per tutte le società quotate. Stavolta la battaglia fra soci non è per il controllo degli assetti proprietari (che non sarebbe certo una novità), ma per il cambiamento degli organi sociali. Un obiettivo da raggiungere, al limite, anche senza scatenare un rastrellamento di azioni, ma semplicemente al termine di un confronto assembleare fra soci stabili dell’impresa, eventualmente facendo ricorso alla raccolta di deleghe di voto.

Fra gli stessi consulenti dei fondi Mackenzie, Skagen e Zenit non si fa mistero che del fatto che la sfida lanciata a Bondi sia stata resa possibile proprio dalla piccola rivoluzione introdotta dalla direttiva 2007/36, oltre che dallo statuto di Parmalat, che è già di suo il più avanzato nella tutela delle minoranze rispetto alla media italiana. A fare la differenza è stato soprattutto l’introduzione della regola della “record date” o data di registrazione, ossia il termine rispetto al quale un investitore deve provare la sua qualità di azionista, e quindi la legittimazione a partecipare alle assemblee di una società quotate. Prima della direttiva, infatti, per essere titolati a votare era necessario mantenere le azioni fino all’assemblea: obbligo che per gli investitori istituzionali si traduceva in un blocco delle azioni per almeno 13-15 giorni, anche a causa della lentezza e della complessità delle operazioni di trasmissione delle istruzioni di voto lungo la catena degli intermediari. In ogni caso, salvo casi estremi, raramente gli investitori istituzionali accettavano di bloccare le loro posizioni per così tanto tempo, restando esposti al rischio di brusche variazioni del prezzo del titolo.

La direttiva, invece, permette di accorciare i tempi e fissa al settimo giorno precedente l’assemblea la data di registrazione. Non solo. Vengono anche liberalizzate le norme sulla sollecitazione delle deleghe di voto, consentendo quindi una raccolta più agevole delle indicazioni di quegli investitori (istituzionali a anche privati) che difficilmente affronterebbero i costi per presenziare alle assemblee. 

Almeno sulla carta la direttiva promette di rendere più democratico il capitalismo e più responsabile la gestione dei manager delle imprese e più aperta la Borsa Italiana, dopo che la lunga stagione di scandali che ha incrinato la reputazione dell’intero sistema. Probabilmente ci vorrà un po’ di tempo prima che le novità normative siano metabolizzate e diventino un meccanismo operativo normale nella vita delle società quotate. Sempre che non si trovi il modo di anestetizzarle con qualche espediente legale, magari avallato dalle autorità di vigilanza e di governo con la scusa di difendere l’italianità. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it