E in Caucaso Putin prepara il metodo Gheddafi

E in Caucaso Putin prepara il metodo Gheddafi

MOSCA– Il 38-40% dei cittadini russi ritiene ci possano essere anche qui proteste simili a quelle in Nordafrica. Lo sostiene un sondaggio del Levada Centre, un istituto statistico moscovita. Eppure, i russi sembrano molto lontani dalle vicende libiche. «Potevamo essere influenzati dalla rivoluzione arancione in Ucraina nel novembre del 2004 – afferma Dimitri Trenin, a capo del Carnegie Centre – un Paese che è molto vicino a noi, ma non certo dalla Libia». Il governo russo del resto è stato chiaro. Medvedev, a parte qualche critica, si è tagliato fuori dal conflitto. Ieri alla Conferenza di Londra Mosca non c’era e la Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza, si è astenuta nella seconda risoluzione  sulla Libia, senta utilizzare il potere di veto. Questo è un cambiamento sottile, ma importante.  L’astensione permette agli alleati di proseguire, senza che la Russia metta più di tanto i bastoni tra le ruote.

Permette al governo di mantenere buoni rapporti con gli Usa, e con gli alleati europei. Nel contempo il Cremlino fa capire che la Libia non è di vitale importanza per Mosca, influenzata molto di più da quanto accade in Asia centrale. Non vuole interferire sulle vicende interne libiche, perché non gradisce interferenze sulle sue. «Se si fosse trattato di garantire la popolazione civile in Libia non ci saremmo astenuti, ma così non è – spiega a Linkiesta il capo della Commissione esteri della Duma Konstantin Kosachiov – gli alleati sono più interessati a disarmare Gheddafi che non alla popolazione libica». A curare insomma i propri interessi, più che quelli della popolazione. La Russia e la Cina si sono astenute anche perché la Lega Araba aveva preso posizione a favore della no fly zone: questo ha creato una situazione per cui non si sono sentite di arrivare al veto.

Alla luce di questa nuova politica estera russa, molto ‘tattica’ e certamente prudente, l’ipotesi ventilata di una mediazione con l’Italia sullo stato nordafricano è sempre sembrata solo un’ipotesi. Più che Russia è più logico parlare di una mediazione africana o di un tandem Italia-Germania. Perché sono stati proprio i tedeschi a defilarsi e hanno ritirato i loro 500 uomini dalle truppe presenti nel Mediterraneo per evitare di essere coinvolti. Berlusconi poi nel suo cuore era più d’accordo con la Merkel che con Sarkozy, tuttavia ha preferito accodarsi all’accoppiata franco-inglese. Ha quindi scelto di far parte della coalizione dei volenterosi con un atteggiamento un po’ strano. Se si fa parte di una coalizione, si fa parte di quella coalizione, così facendo invece rischi di scontentare tutti. 

Aria di proteste anche in Russia? 

I segnali di scontento anche qui, come abbiamo visto, ci sono eccome. In questo Paese che conta 150 milioni di abitanti il prezzo elevato delle materie prime porta molta ricchezza. Ma il denaro non viene utilizzato per le riforme di cui c’è bisogno e la disparità tra ricchi e poveri è evidente. Nelle strade sfrecciano Bmw e Mercedes, ma anche fumanti carcasse su quattro ruote i cui autisti cercano di intercettare i turisti all’aeroporto, per racimolare qualche rublo e beneficiare dell’internazionalizzazione del Paese. Uno dei problemi principali è la corruzione che certo, si trova dappertutto, anche in Europa ma «qui però è passata dal livello fisiologico a quello patologico – spiega ancora Trenin del Carnegie Centre – la politica interna russa è dominata da questo problema». Con un livello di sommerso pari al 55-60% è chiaro che la situazione non più è sostenibile.

«La grandezza della Russia è un pregio e un difetto».  A parlare dalle finestre del suo ufficio, che si affaccia sulla Piazza Rossa, è il proprietario dei grandi magazzini Gum Mickail Kusnirovic. «E’ ricca di risorse e grazie a questo è riuscita a galoppare fuori dalla crisi che ancora investe i paesi occidentali. Ma è anche difficile da controllare dati i suoi spazi immensi». 17,1 milioni di chilometri, 9 città con oltre un milione di abitanti, sei fusi orari che separano una città dall’altra. In questa vastità si inserisce la variabile delle materie prime. «E’ il prezzo del petrolio che porta questa ricchezza, che porta la gente ad acquistare nel mio grande magazzino, il mio timore è che senza queste risorse non saremmo in grado di sostenerci. Manca una vera industria». Per Kusnirovich «il governo dà ai russi la speranza di un futuro. In Nord Africa i giovani protestavano perché non vedevano un futuro. Qui ci sono meno giovani e più soldi». 

Un elemento che fa escludere l’ipotesi di una protesta in Russia è proprio la gioventù che manca. Sono i giovani ad aver velocizzato le rivolte nei paesi africani. Qui la popolazione invecchia. I giovani si concentrano nel nord del Caucaso, dove c’è una buona dose di instabilità, terrorismo e criminalità. I moti che preoccupano l’establishment russo non sono infatti di matrice sociale, ma soprattutto religiosa, legata al fondamentalismo islamico. Inoltre «i russi non amano la parola rivoluzione – spiega Trenin – perché sanno che non finisce bene. Pensavano la rivoluzione avrebbe portato soluzioni immediate. Ma le cose si sono rivelate un po’ più complicate». Infine, gli esperti sottolineano che soprattutto oggi la Russia è uno Stato non una nazione. I russi non sono coesi tra di loro, ma sono per forza di cose molto individualisti. Hanno imparato che per sopravvivere devi far da te, non devi fondare un partito, non devi dare il via a una manifestazione. 

Eppure questa è la terra della rivoluzione. Ma i russi l’hanno sempre accettata passivamente, non ne sono stati parte attiva. E una rivoluzione enorme del resto c’è già stata. Non è più il paese di prima. Adesso vai in un supermarket e trovi di tutto.