«Io fuori dalla Libia non certo grazie alla Farnesina»

«Io fuori dalla Libia non certo grazie alla Farnesina»

Michela è una cittadina italiana che ha lasciato la Libia a bordo di un traghetto turco. Ma questo è solo il primo paradosso. Perché dal ponte di un traghetto stipato all’inverosimile, Michela ha visto allontanarsi un paese in guerra civile dove i ragazzi sono animati soprattutto da euforia e speranza. Sono i ragazzi di Bengasi, la città libica da dove è partita la rivolta contro il dittatore Muhammar Gheddafi. La capitale della Cirenaica che già da settimane si proclama “libera”.

Michela lavorava a Bengasi da quasi un mese ma ha fatto a tempo a lasciarsi diversi amici, coinvolti nella rivolta. Anche per questo ha preferito che pubblicassimo un nome di fantasia. Ha lasciato il paese il 23 febbraio scorso a bordo di una nave traghetto turca. Non le è difficile quantificare l’aiuto ricevuto dall’unità di crisi della Farnesina: «Nel concreto: zero assoluto. Durante i primissimi disordini ho avuto uno scambio di mail con l’ambasciata per rassicurarla sulle mie condizioni. Sabato 19 febbraio il consolato mi ha telefonato dopo una segnalazione di alcuni miei parenti, che non riuscivano più a contattarmi. Ci hanno detto di restare chiusi in casa e non muoverci».

Poi l’ultimo contatto: «Quando i telefoni ancora funzionavano, ho chiamato l’ambasciata a Tripoli perché la situazione a Bengasi stava peggiorando di ora in ora. Al mio allarme hanno risposto passandomi il numero di telefono di altri connazionali in città, chiedendomi di organizzarci tutti insieme per farci rimpatriare». Poi il nulla, fino al 22 febbraio, quando Michela è già al porto di Bengasi in attesa di imbarcarsi su un traghetto turco: «L’unità di crisi mi ha mandato un sms: dovevo mettermi in contatto con l’Italia al più presto, dicevano. Possibile che non sapessero che in quei giorni la rete cellulare era ancora fuori uso e la linea fissa andava a singhiozzo?».

Possibile. Così come è possibile che l’Italia non sapesse che le piste dell’aeroporto di Bengasi fossero state distrutte. Lo stesso 22 febbraio, infatti, un C-130 dell’aeronautica militare italiana parte alla volta di Bengasi. Obiettivo: portare in salvo un centinaio di connazionali. Durante il volo arriva la notizia: non si può atterrare. Così l’aereo vira e torna mestamente a casa. «Siamo stati io e i miei colleghi a dare questa informazione all’unità di crisi», è la denuncia di Michela a Linkiesta. «Il mio fidanzato mi ha chiamata dicendomi che presto sarebbe arrivato questo aereo per riportarci in Italia. Ho strabuzzato gli occhi e gli ho spiegato che era impossibile, viste le condizioni delle piste. Così lui ha chiamato la Farnesina e gliel’ha riferito».

Una rivelazione che il ministero degli Esteri non conferma, senza però smentire: «Sono informazioni militari di cui non possiamo riferire alla stampa». A proposito della storia di Michela, dalla Farnesina si difendono spiegando che «sono stati rimpatriati tutti quelli che ce lo avevano chiesto e non avevano modo di lasciare la Libia con i propri mezzi. Chi si è organizzato da solo – con voli Alitalia durante i primi giorni, oppure su navi traghetto turche – non ha però diritto ad alcun rimborso».

C’è chi si è imbarcato sulle navi militari dal porto di Misurata e chi si è costruito un ritorno a casa con le proprie mani e i propri soldi. Il viaggio di Michela comincia con 12 ore di attesa al porto di Bengasi. Poi l’imbarco sul traghetto, insieme a centinaia di turchi e qualche cittadino europeo; l’approdo a Marmaris, il viaggio in pullman fino a Smirne. Da lì, finalmente, un aereo con destinazione Bologna. Casa.

Dal racconto della nostra fonte emerge una Bengasi in pieno fermento. Ancora non del tutto pacificata ma certo molto lontana dal caos. «I ragazzi stanno autogestendo una città. L’organizzazione che si sono dati è capillare e sorprendente. La città è disseminata di cartelli in cui si prega la popolazione di riaprire i negozi, soprattutto i forni e le farmacie. Nel porto di Bengasi, preso d’assalto da migliaia di stranieri, c’era assistenza per tutti: ci hanno fornito acqua, coperte, pasti caldi, latte in polvere e pannolini per i più piccoli. Medici accompagnati da interpreti visitavano chiunque ne avesse bisogno». Dopo aver fatto una rivoluzione, i libici hanno trovato anche il tempo di aiutare gli stranieri in fuga dal loro paese. 

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