La confusa crociata per l’italianità di Parmalat

La confusa crociata per l’italianità di Parmalat

Un’azienda uscita da un crac da più cinque anni e con una mole di liquidità inutilizzata. Un manager, che fa da guardia come un Cerbero al tesoretto, convinto che qualunque alternativa a se stesso metterebbe in pericolo la cassa. Una banca di sistema, che da anni tratteggia progetti di rilancio, ma che non sa bene cosa fare, e si lascia spiazzare dagli eventi. Imprese (Granarolo, Ferrero, fondo Charme) tirate per la giacchetta per vestire i panni del salvatori della Patria agroalimentare. Sottosegretari che congegnano norme ad hoc. Ministri che vogliono copiare dalla legislazione di altri Paesi norme che, tuttavia, non risultano.

Per farla breve, una compagnia mal organizzata che tenta di compiere una grande impresa, avendo in mente un obiettivo non chiaro. Giovedì scorso, nel 150esimo dell’Unità, dopo anni di inerzia e disinteresse, hanno scoperto di colpo che l’industria del latte è “di importanza strategica”: di fronte all’aggressiva proposta di un gruppo francese, la Lactalis, che vorrebbe trasformarla in una sua dépendence, Parmalat non deve finire sotto il giogo straniero. Un obiettivo certo condivisibile, in linea di massima, che andava forse perseguito con più metodo e tempismo.

Ironia della sorte, la Parmalat di oggi è un problema non perché ci sia un buco nella cassa, come ai tempi di Calisto Tanzi, ma perché al contrario c’è una montagnetta di soldi (1,4 miliardi di euro), ottenuti dai risarcimenti ma inutilizzati da troppo tempo. Gestione ultraprudente e abbondante liquidità sono due condizioni ideali per attirare investitori, di lungo termine o speculativi. E da quest’anno sono operative le norme varate dal governo Berlusconi per dare attuazione alla direttiva europea sui diritti degli azionisti: partecipare alle assemblea degli azionisti è diventato facile, per i risparmiatori come per i grandi investitori istituzionali, e più facile è anche licenziare i manager, se il loro operato non è soddisfacente o ritenuto non più adeguato alle circostanze.

Sulla carta sarebbe così. Perché, nella realtà, ci sono manager che sono di fatto inamovibili, se non a costo di scatenare una guerra societaria. La proposta avanzata due mesi fa da tre azionisti esteri per sostituire Enrico Bondi, 77 anni, il manager che guida il gruppo dal 2004 (prima da commissario straordinario, poi come amministratore delegato), non è stata capita ed è stata accolta come una pretesa della finanza rapace. I tre fondi Mackenzie, Skagen e Zenit, azionisti da lungo tempo della Parmalat, con una quota complessiva del 15,3%, avevano annunciato una loro lista di candidati per il consiglio di amministrazione, formata in gran parte da italiani, con l’obiettivo dichiarato di chiudere l’era Bondi e intraprendere un percorso di crescita internazionale. Il loro tentativo di coinvolgere anche le banche italiane è caduto nel vuoto, o è stato tirato troppo per le lunghe. Da qui la decisione di vendere alla Lactalis (ora salita al 29%), annunciata questa mattina, al prezzo di 2,8 euro per azione. Per un totale di 750 milioni, che implicherebbe una valutazione del 100% di Parmalat di 5 miliardi, se non fosse che, dopo la notizia e la riammissione in Borsa, le quotazioni sono crollate. Segno che Piazza Affari giudica ormai chiusa la partita. Di certo, il blitz francese (il secondo da giovedì scorso) spiazza, per l’ennesima volta, i tentativi italiani di influire sul destino di Collecchio.

Le banche “di sistema”, quelle cioè che più o meno esplicitamente dicono di volere coniugare particulare e interesse nazionale, sono rimaste alla finestra fino a pochi giorni fa. Intesa Sanpaolo (che ha il 2,15% di Parmalat) è stata incerta sul da farsi, mentre Mediobanca, titolare di una quota inferiore al 1%, si è mantenuta defilata. L’una e l’altra, però, senza un chiaro progetto per incanalare il cambio di passo chiesto dal mercato (circa due terzi del capitale è flottante) in un sentiero di autonomia strategica per l’azienda di Collecchio. Da ultimo, i tentennamenti della cordata italiana e del  “cavaliere bianco” individuato da Intesa, il gruppo Ferrero, nelle trattative per acquisire la quota del 15,3% in mano ai tre fondi esteri, sono stati fatali nell’ultimo capitolo della partita.

Fino a trovarsi davanti al fatto compiuto: la Lactalis, uno dei maggiori operatori mondiali nel settore del lattiero-caseario, ha puntato le sue carte sulla Parmalat con l’intento di farne una sua consociata. Con un doppio blitz, i francesi hanno prima rilevato l’11% e poi, questa mattina, si sono approssimati poco sotto la soglia di Opa (30%), attraverso l’acquisizione della quota dei tre fondi esteri. La mossa dei francesi è maturata dopo la scelta di ritirarsi dalla gara per l’acquisizione della connazionale Yoplait (noto marchio di yogurt), oggi in trattative esclusive con l’americana General Mills. Curiosamente, il valore d’impresa di Yoplait (1,6 miliardi) è di poco superiore alla cassa di cui dispone Parmalat.

Il gruppo francese, di proprietà della famiglia Besnier, punta al controllo di fatto, senza però caricarsi dell’onere di lanciare un’offerta pubblica a tutti gli azionisti. Stante l’attuale fotografia della compagine azionaria di Parmalat, i francesi si sono assicurati la maggioranza del cda.  Il “nocciolino” patriottico coordinato da Intesa Sanpaolo e la lista dei fondi italiani (promossa da Assogestioni) si divideranno invece i posti riservati alle minoranze, salvo ulteriori cambiamenti nell’azionariato. In vista dell’assemblea del 12 aprile (prima convocazione),  i rastrellamenti di titoli sono possibili fino all’1 aprile. 

Chi ha saputo muoversi con astuzia da consumato giocatore di scacchi, dando l’impressione di stare fermo, è proprio Bondi. Il manager ha fama di un uomo probo, uno che non accetta compromessi, capace di portare alle conseguenze di uno stallo strategico gli insegnamenti del suo maestro Enrico Cuccia – «meglio essere verdi di rabbia per un buon affare non fatto che rossi di vergogna per un affare da non farsi». Caratteristiche ottime per ristrutturare un’azienda fallita come era la Parmalat e per negoziare sostanziosi risarcimenti con le banche che avevano lavorato con Tanzi: e infatti Bondi è riuscito recuperare 2 miliardi e 62 milioni di euro. Ma non più sufficienti per gestire una fase di espansione della Parmalat: «È uno ristrutturatore non uno sviluppatore», è la sintesi che di lui ha fatto Enrico Salza, ex presidente di Intesa Sanpaolo, fra i nomi che i tre fondi avevano candidato al cda di Collecchio. 

Fin qui Bondi è il vero vincitore della diatriba su Parmalat. Ha ottenuto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che la liquidità di Parmalat fosse blindata, grazie a un emendamento ad hoc introdotto nel decreto Milleproroghe. E ha saputo girare a proprio favore la sensazione di “assedio” dei capitali francesi (a parte Parmalat, è in ballo anche il controllo di Edison) che non lascia dormire sonni tranquilli a Giulio Tremonti, il più convinto esponente della linea economica social-nazionale del governo Berlusconi. Tenuto poi conto dell’astio del ministro dell’Economia verso i banchieri superpagati, il curriculum e la proverbiale frugalità del manager aretino, che nel 2010 si è accontentato di un compenso totale di 550mila euro, hanno fatto la differenza. E hanno determinato la moral suasion del Governo verso i grandi soci e vertici di Intesa Sanpaolo.

Il risultato è che, stando a quanto risulta a Linkiesta, la ricandidatura di Bondi è calata dall’alto, da Roma. E la banca guidata dall’amministratore delegato Corrado Passera ha dovuto abbassare la testa alla ragion di patria, sventolata da Letta e Tremonti, mettendo da parte le perplessità sulla terza ricandidatura di Bondi. Tanto più che da giorni trattava per una convergenza con i tre fondi esteri. Non pochi, del resto, si erano stupiti dell’annuncio fatto mercoledì scorso da Passera: «Ci sarà una lista nostra capeggiata da Bondi». Nelle vicende di Collecchio, i due non si sono mai troppo amati. Anzi. Bondi è sempre stato inflessibile nel cestinare l’ipotesi di integrazione con la Granarolo. Un progetto caro a Gaetano Micciché, capo della divisione corporate (grandi imprese) di Intesa Sanpaolo, che di Granarolo è socia (19,7%) e creditrice. Nemmeno i banchieri Mediobanca, istituto storicamente vicino a Bondi, sembrano avere le idee chiare sul da farsi, e dunque, fedele allo spirito della casa, tacciono.

Chi, invece, lancia (progetti di) gride di manzoniana memoria è il ministro Tremonti. Al Consiglio dei ministri di venerdì scorso ha svolto «una relazione sulla normativa francese a tutela delle imprese strategiche, in vista di un prossimo provvedimento del governo». Un annuncio ad effetto, che già all’indomani vedeva estendere lo “shopping giuridico” al Canada, preso a nuovo modello di protezione dei gioielli nazionali. Il paese nordamericano, tuttavia, non fa parte dell’Unione europea, ed è dunque più libero di regolare gli investimenti esteri come meglio crede. Quanto invece, alla pretesa di copiare in Italia la normativa francese, non si va lontani: il decreto 2005-1739, varato sotto la presidenza Chirac, prevede l’autorizzazione del ministero dell’Economia per alcuni business: casinò, difesa, tecnologie informatiche militari o suscettibili di uso militare (farmaceutica e biotech, per esempio, se riguardano agenti patogeni o armi chimiche), sicurezza tecnologica, apparecchiature per l’intercettazione della corrispondenza (fisica o elettronica). Settori comunque ben lontani dal latte, sia fresco sia Uht.

Discorso diverso, infine, è l’estensione delle clausole di protezione dalle scalate ostili (poison pill o pillole avvelenate), ammesso che siano nell’interesse del mercato e degli azionisti di minoranza, fra i quali ci sono milioni di famiglie. Ed è curioso anche che, essendo stato ministro dell’Economia per larga parte del decennio, Tremonti ci pensi solo adesso che – ironia dei proverbi – il latte è versato. Per di più, dopo che negli ultimi due anni, non sono mancate le occasioni per mettere mano alla legislazione in materia: la disciplina dell’Opa è stata più volte oggetto di revisione, dal decreto anti-crisi del novembre 2009 e alla consultazione conclusa dalla Consob lo scorso 4 marzo (v. documento). Ma questo non dovrebbe essere una sorpresa per la politica industriale del Governo.

lorenzo.dilena@linkiesta.it