La notte prima del processo e quella voglia di Veronica

La notte prima del processo e quella voglia di Veronica

«Alfredo, lei come mi vede?»
«In che senso, dottore?»
«Mi trova invecchiato?»
«Ma cosa dice, dottore, con la vita che fa, gli impegni che ha, lei è un ragazzino…»
«Alfredo, ma lo sa che io non mi ci vedo morto, nel senso che la morte mi sembra un’ipotesi impossibile».
«Se può farle piacere, dottore, anche a tutti noi sembra impossibile».
Tutti loro, sono quelli che hanno conosciuto B. molto prima che gli venisse in mente la politica e che lo chiamano ancora “dottore” e non presidente. Tra questi, Marinella, segretaria eterna.
Intorno alle cinque e mezzo di mattina, c’è da riorganizzare qualche pensiero. No, niente più di giudiziario, la linea è tracciata da tempo. Piuttosto, B. sta pensando alle donne della sua vita, Carla e Veronica. Adesso vorrebbe vicino Veronica. Nella penombra del grande salone, medita un gesto folle, immediato, prima di andare a Palazzo di Giustizia per il processo. Di quelli che non hanno senso. Telefonarle. E dire semplicemente come stai. Nient’altro.

E’ la cosa che gli manca di più, quella copertura sentimentale che Veronica gli ha garantito per buona parte di una vita insieme. Quel presidio di sobrietà opposto alla dissipazione di sé, che un tempo si poteva anche chiamare, per definizione, matrimonio felice, ma che ora si rende lucidamente conto d’aver mandato – è giusto il caso di dirlo – letteralmente a puttane.
Una telefonata, adesso, per dire solo come stai e poi aggiungere: ho avuto paura. Si è chiesto molte volte, B., il perché di un’accelerazione folle verso l’ignoto, che gli ha sottratto ogni forma di difesa e, soprattutto, di equilibrio. E perché ciò che ha governato meglio nella vita oltre al denaro, e cioè le donne, oggi si trasforma nel più atroce strumento di tortura del suo fine vita. C’è un dolore, sottile, nell’ammettere che qualcosa è successo da un certo punto in poi. Quel dolore porta alla malattia, debellata, con cui ha incassato un credito straordinario da esigere alla vita. E insieme al dolore, l’idea che il futuro avrebbe potuto restringere pesantemente il suo orizzonte. Tutto ciò, su un uomo di 74 anni ha prodotto l’effetto devastante che sappiamo.
Non telefonerà. E’ stata solo la debolezza di un attimo. E se poi Veronica non avesse risposto? B. è convinto che se si mettesse di impegno, lei tornerebbe. E’ un pensiero autenticamente folle, che gli serve unicamente da antibiotico della mente e poco più. Non gli resta più alcuna dimestichezza con le questioni sentimentali, se mai l’ha avuta, ma si crogiola ancora nell’illusione di poter risolvere il tutto con un semplice “come stai”. Quasi per confortare le sue ragioni, fa il suo piccolo elenco di infedeli (comprendendoci anche Gianfranco Fini), per poi concludere: ma in tutti questi anni che sono stati con me, chi credevano che io fossi?

«Alfredo, ha preparato il vestito?»
«Sì dottore, le ho messo sul letto il Caraceni grigio».
Fuori c’è luce ormai e il parco della villa comincia ad animarsi. I pensieri non seguono più un filo logico, conseguenza di una situazione quasi ingovernabile. B. non è mai stato abituato al sentimento dell’abbandono, non si lascia mai portare, ma questa mattina le regole sfuggono al controllo. Si veste lentamente, come la cerimonia antica di un samurai. E i pensieri vanno. Chissà perché, si ricorda di diciassette anni fa, di quel suo primo faccia a faccia con Occhetto al Palatino, casa sua, con Mentana moderatore. E’ forse un modo per farsi coraggio, ricorda la tensione di quel giorno, l’uscita dallo studio finita la diretta e le prime parole a Roberto Spingardi, all’epoca mega direttore del personale Fininvest: «Sono fuori di testa, sono fuori di testa..»
Sorride, pensa che ce la farà anche stavolta. Aggiusta il nodo della cravatta, solita blu a piccoli disegni di Marinella, e si compiace davanti allo specchio. Ritroverà la Boccassini e altre signore che lo dovranno giudicare. Cercherà di essere galante, se lo ripromette: del resto, dice, è la mia natura, perché comprimerla? Quando gli hanno dato la notizia del collegio giudicante, tutte donne, non si è lagnato come l’avvocato che lo tiene in ostaggio da anni. Ha pensato, piuttosto, che avrebbe potuto giocarsi le sue carte di uomo galante molto al di là dei rilievi processuali. Ma è inevitabile, a poche ore dall’udienza, cercare scorciatoie anche un po’ ingenue pur di sfuggire alla tensione. Lasciando la stanza da letto, si rivolge un’ultima domanda allo specchio: «Come ti senti? Benissimo, io sono Silvio Berlusconi».
Alfredo, nel frattempo, gli ha preparato la sua adorata torta di mele. 

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