Ma la Turchia non può essere un modello

Ma la Turchia non può essere un modello

La Turchia come modello per il Medioriente? Piacerebbe a molti, ma è irrealizzabile. Secondo i sondaggi, il 63% dei turchi ritiene che la Mezzaluna possa essere un modello per gli altri Paesi della regione. Un dato che riflette la politica estera dell’esecutivo islamico moderato, accusato da molti, non a torto, di aver fatto virare l’interesse del Paese da Occidente verso Oriente, con un marcato riavvicinamento agli altri Paesi musulmani, Iran in testa, e un atteggiamento sempre più anti israeliano. Gli addetti ai lavori, però, sono per la maggior parte di parere contrario.

Il modello turco non è esportabile per una sommatoria di fattori storici, sociali e geopolitici. In primo luogo il Paese della Mezzaluna differisce dagli altri Stati del Mediterraneo perché nel secolo scorso ha subito un’azione di profondo rinnovamento che ha investito vari settori, dalle leggi, alle istituzioni, dalla vita quotidiana alla cultura. A portarla avanti è stato Mustafa Kemal Atatürk, che per mettere in atto il suo progetto di creare un Paese musulmano, democratico e laico, vicino all’Europa, vero grande traino della Mezzaluna, ha fatto largo uso dell’esercito. Ma al contempo si è guadagnato il consenso plebiscitario del popolo turco, a cui ha restituito una nazione nuova e un’indentità nazionale di cui andare fieri, dopo la fine dell’Impero Ottomano e il suo progressivo smembramento, che vedeva fra i suoi domini proprio i Paesi che sono scesi in piazza nelle ultime settimane, fra cui l’Egitto, la Tunisia e la Libia.

L’eredità del Padre della Patria e le riforme a cui ha dato impulso sono ancora molto radicate in Turchia, soprattutto quando si tratta di percepire la differenza con gli altri Stati musulmani del Mediterraneo. Una percezione che nemmeno il conservatorismo religioso e sociale strisciante dell’esecutivo di Recep Tayyip Erdogan è riuscito a intaccare. Oggi la Turchia è un Paese dove la laicità viene garantita dalla Costituzione, che trova ancora nell’esercito e nella magistratura i due custodi più inflessibili.
Occorre poi considerare anche un altro fattore. Il Paese della Mezzaluna ha una pratica della democrazia molto più consolidata rispetto ai suoi colleghi del Mediterraneo meridionale. I militari sono intervenuti tre volte e mezzo (1960, 1971, 1980, 1997, quando il premier si dimise alla sola minaccia di intervento concreto dell’esercito), la magistratura ha bandito numerose formazioni politiche contrarie ai principi della Costituzione (soprattutto filo-islamiche e curde), ma i turchi sono sempre andati alle urne con regolarità.

L’esercito non ha mai tenuto il potere nelle sue mani oltre il necessario, restituendolo all’elettorato e al parlamento non appena la situazione dell’ordine pubblico tornava sotto controllo. Non va dimenticato, che il cammino democratico intrapreso dal Paese della Mezzaluna è continuato con successo anche grazie alla prospettiva dell’ingresso in Unione Europea, che è iniziata nel 1959, ben prima dell’apertura ufficiale dei negoziati del 2005. Un processo che ha determinato un monitoraggio costante da parte di Bruxelles e un adeguamento forzato da parte di Ankara alle normative europee, che ha determinato una maggiore democratizzazione del Paese e, soprattutto dopo il 2001, le basi per una posizione economica forte come quella di cui gode la Turchia oggi.

La nota più interessante al riguardo, forse, l’ha scritta Abdulhamit Bilici sul quotidiano Zaman, notoriamente sostenitore del partito islamico moderato per la Giustizia e lo Sviluppo al potere (Akp), quando ha spiegato che la formazione politica guidata dal premier Erdogan «non è stata la causa ma il risultato del cambiamento sociale». Che suona come: se l’Egitto e la Tunisia vogliono il loro Erdogan prima devono passare anche da Atatürk. Ammesso che, nel loro caso, senza “un’adozione” da parte dell’Unione Europea, possa bastare. Le preoccupazioni al momento in realtà non mancano neanche nel Paese della Mezzaluna: gli scettici nei confronti del governo islamico-moderato, infatti, si chiedono quanto il modello turco possa ancora durare per la Turchia stessa.

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