«Noi poliziotti a Lampedusa non sappiamo che fare»

«Noi poliziotti a Lampedusa non sappiamo che fare»

REPORTAGE DA LAMPEDUSA – A Lampedusa, una storia che corre veloce, lungo i binari paralleli all’emergenza, è quella delle Forze dell’Ordine. I residenti locali ci convivono e i migranti devono necessariamente relazionarvisi. Eppure, per comprendere davvero cosa significhi gestire un’emergenza che non è parossistico definire epocale, occorre partire da qui. Dai loro volti, dalle divise, dalle storie che raccontano (mal volentieri), e dal piccolo aereo Meridiana che da Catania ha portato qui carabinieri, finanzieri e uomini della Guardia Costiera. A irrobustire le centinaia di uomini che hanno fronteggiato i 50 giorni di arrivi a Lampedusa sono giunti da tutta Italia: un migliaio di forze fresche. Dalle caserme di Catania, Palermo, Roma perlopiù. Giusto in tempo per dare corpo alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di ieri.

Ma è bizzarro che già in aereo nessuno abbia con precisione in mente quale sia il suo ruolo. Siamo stati alla caserma aeronautica, alla casa della Fraternità Maria Immacolata che accoglie un centinaio di minori, all’ex base militare della Nato Loran che ne ospita altri duecento (numero che varia fino agli 80 di oggi). Abbiamo chiesto ai presìdi di carabinieri al vecchio molo, battuto dagli sbarchi degli ultimi mesi, e poi al capo della Digos di Milano, arrivato qui ieri. Fino a coloro che hanno gestito e stanno gestendo i reimbarchi, al molo nuovo di cala Pisana, con i traghetti (due, fino ad ora) giunti per liberare l’isola dai restanti 4500clandestini. La risposta è molto simile, nonostante i reparti siano diversi: «Eseguiamo gli ordini, non sappiamo che faremo da qui a sei ore. È il governo, il ministero degli Interni che ci coordina, non dipende da noi». Molti rispondono che «è colpa del resto dell’Europa, che non ci aiuta, né vuole farsi carico degli sbarchi. Smorzano la responsabilità del governo italiano. Pochi si lamentano».

I turni, a essere sinceri, sono massacranti. Ma sotto le divise, spirito e forze reggono con modeste querimonie. I mezzi non sono eccellenti: una mascherina per fronteggiare condizioni igieniche spaventose con cui stanno a stretto contatto tutto il giorno, guanti e pochi pullman per le procedure di identificazione e reimbarco. Gli episodi di violenza, raccontano, sono contenuti, nonostante il numero dei profughi. Qualcuno ringrazia per la notizia, quando li informiamo che da ieri sono arrivati i rinforzi. Nei centri di accoglienza, i nuovi reparti nessuno li ha visti, né è a conoscenza del loro arrivo. Però, a scavare e insistere, qualcuno, in un momento di relax in albergo, ha voglia di parlare.

Andrea ha una quarant’anni. È nato a Cagliari ma è trapiantano da una vita a Palermo. Fa il poliziotto e ne è orgoglioso. Ha tre figli e una moglie che non lavora. La figlia maggiore, 20 anni, ha rinunciato a frequentare l’Università di ingegneria chimica, pur di far risparmiare alla famiglia dei soldi. «Quando va bene», racconta, «si arriva a 1800 euro. Sono in rosso tutte le settimane del mese. Ma sarei disposto a rubare, pur di non privare mia figlia degli studi. Si fa per dire, naturalmente. Se continua così finisce che si verifica un altro episodio come quello della Uno Bianca». Due anni fa l’agente era ancora a Lampedusa: stessa emergenza, anche se i numeri erano assai inferiori ai 20mila arrivi degli ultimi due mesi. Al centro di accoglienza principale, il CIE di Contrada Imbricola, quello da 800 posti che oggi contiene 2200 persone, all’epoca erano circa un migliaio di clandestini. Troppi funzionari a coordinare la polizia, e la situazione era ancora più confusa di quella attuale. «Avevamo l’ordine di non caricare i clandestini nelle navette per portarli al centro, ma di “invitarli”. Proprio così, ha capito bene. Li dovevamo invitare a salire o coi tunisini sarebbe successo un casino».

Qualcuno dei trattenuti ha perfino volontariamente sbattuto la testa contro uno dei pali interni alla struttura di accoglienza, in segno di protesta. Voleva andarsene. «Poi, c’è stato un brutto sciopero della fame. Distribuivamo i pasti, ma si rifiutavano di mangiare. C’erano anche i bambini, non sapevamo come fare. A un nostro collega hanno tirato un copertone sul ginocchio, spaccandoglielo. Si è ripreso solo qualche giorno fa dallo shock. Ed è di nuovo qui». La situazione, paradossalmente, era più ingestibile di oggi. «Al municipio, mentre parlava Berlusconi, due anni fa, uno di loro si è gettato sotto un camion che passava sulla strada prospiciente. Non ci avrei mai creduto, se non l’avessi visto con i miei occhi, ma si è attaccato alla marmitta. Voleva scappare al Nord, e poi in Francia, in questo modo. Attaccato alla marmitta dell’autocarro, pensava che avrebbe resistito da Lampedusa fin lungo lo stivale». Una cosa, però, ci tiene a precisarla. «Sono tornato volentieri qui, quando mi hanno chiamato ieri dalla caserma di Palermo. Non mi importava dei turni massacranti, della disorganizzazione, delle dichiarazioni politiche vuote. Però, ho fatto un giro lungo l’isola e mi sono intristito, pensando a due anni fa». Perché?
«Perché siamo partiti daccapo. Il problema non sono i 5mila da far ripartire. Il problema sono quelli che continueranno ad arrivare».

paola.bacchiddu@linkiesta.it

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