Non sono i giornalisti che devono rispettare la legge

Non sono i giornalisti che devono rispettare la legge

Qui si vorrebbe parlare di privacy e di intercettazioni, sfrondando un po’. Sfrondando da ipocrisie, dai soliti lamenti, da garantismi pelosetti. E se possibile, far luce su un mestiere, il nostro, che sulla (presunta) violazione della privacy e sulle intercettazioni ci campicchia anche un po’.

Ieri due quotidiani, Corriere e Giornale, hanno pubblicato “cose” sensibili. A via Solferino avevano la lista delle spese del Cavaliere per il 2010, una trentina di milioni sparsi tra divertimento e lavoro, fanciulle e costituzionalisti, sapido mix di sentimenti variamente istituzionali. Alla voce Ghedini, per esempio, c’era accanto un bel 400mila e subito il Niccolò avvocato/parlamentare, protestando per la «grave violazione della privacy», ha precisato che non di sé medesimo si doveva parlare, ma delle di lui sorelle, la Vittoria Nicoletta e la Luisa Ippolita, che in quel di Padova curano amorevolmente il divorzio del premier. Pure il senatore Quagliariello ha invocato il Garante perché la stampa ha osato offrire «la radiografia del cittadino Berlusconi, dalle cravatte, all’arredamento, alla beneficenza, fino ai regali di nozze». A tutti i lamentosi, il Corriere ha risposto semplicemente che gli atti erano pubblici, arrivederci e grazie.

Altra storia, altrettanto istruttiva, al Giornale. I cronisti di Sallusti sono entrati nelle mail private di alcuni magistrati, pubblicandole con grande rilievo. Tutto ciò che è segreto, diventa automaticamente scandalo, ma da un punto di vista della conoscenza sociale l’operazione giornalistica era impeccabile. Semmai, si poteva provare un cicinin di delusione per la “pochezza rivoluzionaria” di quelle mail, che avrebbero dovuto disvelare il complotto ai danni del Cav. e che invece si perdevano in menosissimi sofismi. «Sistemiamo zietto Silvio e i suoi fan», era l’unica gemma internettiana e infatti anche il titolone di apertura. Naturalmente l’Anm ha parlato di aggressione e di leggi violate, mentre Sallusti ha replicato con un editoriale dal titolo esaustivo: «La coda di paglia degli spioni». Finito lì. 

A questo punto, vorremmo timidamente parlare di noi. I due esempi appena citati sono diversi nello sviluppo cronistico, epperò identici nel loro finale: un giornale ha attinto da atti pubblici, un altro da mail private, ma i soggetti interessati hanno protestato tutti, indistintamente. La storia ha una sua morale: che i giornalisti, per fare le loro indagini, non possono guardare alle leggi. Per la notizia, il giornalista ha quasi il dovere di violare la legge. Rischierà il carcere, perfetto, ma è nel gioco delle parti. Vi pare che un bravo cronista, se si imbatte in una mail compromettente se la lascia scappare? Ma allora che vada a scopare il mare.

Per quanto riguarda le intercettazioni, siamo lì. C’è la pretesa, diffusa, che a misurare il tono etico di un Paese debbano essere i giornali. Che giudicare cos’è buono e cosa no sia materia per un direttore. Il direttore pubblica (il pubblicabile?). Sarebbe così, se un quotidiano detenesse le intercettazioni all’origine, se ne fosse l’unico e solo dispensatore, ma sappiamo che così non è. Chi ne ha il possesso giudiziario sono i magistrati e per tutta una prima fase solo i magistrati. A decidere cosa è attinente a un’indagine sono loro, non i giornalisti. Per cui, se esce qualcosa del tutto estraneo a un contesto giudiziario a chi bisogna rivolgersi, chi bisogna punire? La risposta è nelle cose. Ma anche su questo problema, troppi strilli nel pollaio. Qui c’è gente che si lamenta perché escono le spese del presidente del Consiglio, che sono parte attiva in un’indagine giudiziaria. Questo è ri-di-co-lo. Giusto per non essere fumosi, facciamo un esempio di carattere opposto. Nell’inchiesta che ha riguardato la cricca, a un certo punto sono diventate pubbliche le attitudini sessuali, molto particolari, di un imputato. Ciò è incivile ed è incivile, di conseguenza, che un giornale le abbia potute pubblicare.
Insomma, come vedete la materia è delicata. Ma su un punto è meglio mettersi d’accordo subito: non chiedeteci di sopperire a manchevolezze altrui.