Per cacciare Gheddafi ci vogliono truppe arabe

Per cacciare Gheddafi ci vogliono truppe arabe

In queste ore le diplomazie occidentali sperano freneticamente di trovare una linea comune circa un intervento armato in Libia a tutela degli oppositori del regime di Gheddafi. Russia e Cina hanno già fatto sapere di non volerne sentir parlare ed il loro veto in sede di Consiglio di Sicurezza priverebbe una eventuale azione militare multinazionale del “cappello” Onu, delegittimandola.

In particolare Usa e Londra insistono per la risoluzione del caos libico in termini militari, pensando di affiancare i combattenti per la democrazia con supporto aereo, con l’istituzione di una no-fly zone o probabilmente con lo sbarco dei 2000 Marines in attesa a 50 miglia dalla costa a bordo della nave appoggio operazioni anfibie Kearsage. Dello stesso gruppo navale fa parte la portaerei Entreprise, che da sola ha il potenziale per radere al suolo la Libia. Ma l’intervento militare, solo di supporto aereo o con lo sbarco di truppe, è una opzione piena di rischi. Gli ultimi interventi militari sotto egida Onu o Nato lo provano drammaticamente e la presenza di soldati occidentali su suolo libico verosimilmente finirebbe per coalizzare le fazioni in lotta in una jihad contro “l’invasore”, secondo un automatismo già visto in Somalia.

Quello che fa riflettere, è che tra gli alfieri della linea dell’intervento militare ci siano proprio gli inglesi, sebbene in queste ore stiano tentando di rimediare alla figuraccia fatta pochi giorni fa da un team di otto soldati dello Special Air Service e dell’MI 6 che goffamente tentavano di allacciare rapporti con i rivoltosi: atterrati con un elicottero senza essere preannunciati nei campi attorno a Bengasi, armati fino ai denti, dotati di sofisticati equipaggiamenti atti allo spionaggio e con 5 falsi passaporti ciascuno, sono stati intercettati, scambiati per mercenari al soldo del Colonnello e imprigionati da coloro con cui dovevano parlamentare.

Un fiasco colossale che ha messo in grave imbarazzo i vertici militari di Sua Maestà, scatenato il sarcasmo della stampa britannica e la perplessità della comunità internazionale. Infatti, mentre discutiamo una linea comune europea e atlantica, i prodi soldati della Regina sono andati di soppiatto e senza consultare nessuno a farsi arrestare da milizie dell’opposizione nient’affatto felici di vedere sbarcare a casa loro un drappello di europei armati di tutto punto senza che nessuno si fosse preoccupato di preannunciare questa bizzarra “missione diplomatica”. Una sconcertante iniziativa unilaterale e dai contorni ancora un po’ fumosi che fa pensare: se questi signori sono i geni strategici che guideranno le operazioni militari in Libia mettiamoci l’animo in pace: sarà un disastro. Più volte ed in diverse sedi abbiamo sostenuto l’inopportunità di un intervento militare, inclusa la creazione di una no-fly zone, che non solo presuppone il bombardamento preventivo delle installazioni aeroportuali (piste, stazioni radar, centri di comunicazione e controllo, depositi di carburante, hangar) ma soprattutto prevede ad un certo punto anche l’abbattimento di velivoli che transitino senza autorizzazione in questa porzione di cielo.

Se questo dovesse accadere possiamo restare certi di due cose: primo, il Colonnello griderà che gli americani ed i loro servi hanno abbattuto un aereo civile causando la strage di chissà quanti innocenti e, secondo, metà Islam insorgerà davanti all’interferenza dei “crociati” in vicende interne di un paese musulmano. Questa non può essere la linea d’azione che l’Italia dovrebbe appoggiare ed in questo senso occorre condividere quanto già espresso in merito dal ministro Maroni, che ha più volte messo in guardia contro le proposte di quelli che lui ha chiamato “guerrafondai”. È piuttosto un problema di risposta congrua, commisurata alle esigenze dei rivoltosi, che vedrebbero di mal’occhio la presenza di soldati occidentali, che pare non abbiano bisogno di armi perché stanno saccheggiando i magazzini dell’esercito (abbiamo visto carri armati, pezzi di artiglieria, mitragliere contraeree, casse di munizioni, armi individuali di vario tipo in mano ai volontari anti-Gheddafi) e ai quali invece occorre dare credibilità politica e diplomatica. La risoluzione pacifica deve essere l’obbiettivo prioritario e se guerra deve esserci questa non può coinvolgere l’Occidente, oltretutto mentre il silenzio della stessa Lega Araba e dell’Unione Africana è assordante. Se qualcuno deve infilare le mani nel ginepraio libico lo facciano loro, visto che la Libia è membro di ambedue le organizzazioni.

Noi invece dobbiamo evitare di trasformare una rivoluzione interna in un bagno di sangue internazionale, per poi doverci occupare di un paese in macerie, iniziando il solito calvario del peace-keeping e del nation-building secondo meccanismi di assistenza alla ricostruzione che sono già falliti in Iraq ed in Afghanistan. In particolare l’esperienza irachena avrebbe dovuto insegnarci che la fase bellica vera e propria è la parte più facile e più breve del progetto di democratizzazione di un paese, la parte difficile inizia quando i cannoni tacciono e ci sono da ricostruire infrastrutture, case, tessuto sociale ed economico e soprattutto l’architettura amministrativa e politica di nazioni dove, soprattutto nei paesi musulmani, finiscono per emergere spinte nazionaliste o fondamentaliste che non condividono i progetti di ricostruzione di governi che finiscono regolarmente per essere tacciati di essere fantoccio degli americani.

*Professore di Studi Strategici, Università di Trieste

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