Quando Craxi e Andreotti salvarono la vita al Raìs

Quando Craxi e Andreotti salvarono la vita al Raìs

Potremmo essere alla vigilia di un attacco alla Libia – almeno l’atmosfera induce a pensarlo – e forse è utile uno sforzo di memoria. Superiamo, è appena il caso, la classifica di chi gli è stato più prono, al Colonnello. Abbiamo compreso, anche lucidamente, che sotto il giogo degli interessi, i governi italiani si sono troppo spesso allineati ai voleri di Gheddafi. Non è mai stata una partita equilibrata, soprattutto mai regolata da organismi esterni che ne definissero i confini. Adesso, a buoi ampiamente in fuga, chiudere la stalla avrebbe solo il sapore della beffa.

C’è un episodio del nostro passato che racchiude impeccabilmente il nodo gordiano di quella triangolazione sempre “sensibile” tra Usa, Libia e Italia e che può spiegare, oggi, il paradosso di comportamenti che rischiano di apparire, di volta in volta, schizofrenici. Un episodio che è stato spesso evocato, ma che ha visto luce piena soltanto un paio d’anni e mezzo fa, grazie alla rivelazione esaustiva del ministro degli Esteri libico, Mohammed Abdel-Rahman Shalgam, il quale nel 2008, in un’occasione tutta italiana come un convegno alla Farnesina, alla presenza di Andreotti, di Frattini e di tutti i massimi dirigenti delle nostre aziende più legate alla Libia, confermò in via definitiva che noi italiani, sì proprio noi italiani, un bel giorno salvammo la vita a Gheddafi da un pesantissimo attacco americano. Era, quell’Italia dell’86, governata da Bettino Craxi e vantava un Giulio Andreotti al dicastero degli Esteri.

Quando si racconta della politica filo-araba dei nostri governi, non si può prescindere dalla figura decisiva di Craxi e Andreotti. Proprio il leader socialista aveva intrapreso un glorioso braccio di ferro con gli Usa, quando un anno prima, nell’85 a Sigonella, vietò ai nostri militari di consegnare in mani americane il dirottatore dell’Achille Lauro, Abu Abbas. Gli Usa, in realtà, erano più diffidenti nei confronti di Andreotti, che consideravano come la vera personalità filo-libica della politica italiana. Lo raccontò diffusamente al Corriere della Sera, Vincent Cannistraro, ex uomo Cia a Roma, e allora membro del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca.

A sette mesi da Sigonella, la presidenza Reagan decise che era arrivato il momento di colpire a morte il colonnello Gheddafi, considerato un vero e proprio sponsor del terrorismo. Si trattava di rispondere a un attentato che il Raìs aveva organizzato a Berlino, quando era saltata in aria la discoteca La Belle, in cui persero la vita alcuni militari americani. Il 15 aprile dell’86 ci fu l’attacco: dalle basi britanniche in Scozia si levarono in volo 45 aerei che in 12 minuti sganciarono 232 bombe e 48 missili. Incredibilmente Gheddafi si salvò, ma morì una sua figlia adottiva, oltre a una decina di civili.

«Non credo di svelare un segreto – ha poi rivelato nel 2008 alla Farnesina Abdel-Rahman Shalgam – se annuncio che il 14 aprile dell’86 l’Italia ci informò che ci sarebbe stata un’aggressione americana contro la Libia».
E’ utile fermarsi e ragionarci su. Bettino Craxi, e con lui Andreotti, ma si potrebbe dire tranquillamente il governo italiano, in quell’occasione salvarono la vita a Gheddafi. Al dittatore sanguinario dell’oggi. Era lecito, in quel tempo, considerarlo un interlocutore “democratico” o la realpolitik degli stati esula totalmente dall’etica e dalla morale di noi poveri umani?
Di fronte a un moderno e patetico baciamano di un premier italiano senza approdi culturali, capite che la vera storia dei rapporti tra stati ha certamente una sua grandezza e una sua complessità.  

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