Silvio, buon diciassettesimo! Firmato Micromega (e altri)

Silvio, buon diciassettesimo! Firmato Micromega (e altri)

Prima che dalla stanza dei bottoni de Linkiesta mi richiamassero opportunamente alla memoria il diciassettesimo genetliaco dall’esordio elettorale di Silvio Berlusconi – quel 27 marzo del ’94 – stavo sfogliando distrattamente Repubblica, lettura amena ancorché dolorosa per argomenti poco inclini al dì di festa. Giunto a pagina 17, dove si narrava dei 300mila in piazza a Londra contro i tagli, ho avuto come un blocco, fermando lo sguardo su un riquadro basso pubblicitario. 

«In occasione dell’uscita del secondo volume speciale dedicato a “berlusconismo e fascismo” – così raccontava la premessa – COME LIBERARE L’ITALIA?», questo il titolone. Un convegno sotto l’egida di Micromega, che non m’avrebbe mosso a pensieri men che banali, conoscendone l’esigua lietezza nei confronti del Cavaliere, se non fosse che la lista dei partecipanti era riuscita nell’impresa di rovinarmi il caffè.

Due colleghi, Barbacetto e Gomez, e fin qui passi perché c’è sempre qualcuno di noi che ha voglia di dire la sua (come peraltro sto facendo anch’io), e poi Giancarlo Caselli, l’autorevolissimo giudice che già guidò la Procura di Palermo in tempi estremamente delicati. Se possibile, la presenza di Caselli al convegno di cui sopra, offriva la spiegazione scientifica del perché Silvio Berlusconi è tra noi, povere anime sofferenti, da ben diciassette anni.

Ho per il mestiere del magistrato autentica venerazione, nel senso più alto della missione a cui viene chiamato l’uomo che può decidere della vita e della morte di altri cittadini. Non è come fare il dentista e, se permettete, non è neanche come fare il politico. Ragazzo, mi piaceva passare lunghe mattinate a Palazzo di Giustizia di Milano, marinando la scuola. Entravo nelle aule dei processi, scegliendo in base alle umanità dolenti che ne componevano il parterre, imputati, parenti, facce d’avvocati e poi loro, i giudici, con quella terribilità che la giustizia fa incombere sugli umani. Credevo, e credo ancora, che il rovello di chi detiene quel potere assoluto abbia parentela con quasi nessuna delle altre attività del creato. Credevo, e credo ancora, che sia il dubbio a generare ogni decisione responsabile. Ed è esattamente per questo che sono rimasto assai colpito nel vedere che Giancarlo Caselli aveva scelto di partecipare a quel convegno.

Se date ancora un’occhiata alla premessa e poi al titolo che Micromega ha voluto dare alla discussione (tra l’altro è martedì 29 a Milano, andateci per capire meglio), potrete notare come il dubbio manchi proprio alla radice. Berlusconismo e fascismo sono in perfetto parallelo e COME LIBERARE L’ITALIA potrebbe tranquillamente diventare COME LIBERARE LA LIBIA, il Laos, la Cambogia, tanto sempre di dittatori senza cuore stiamo parlando.

No, giudice Caselli, lei a quel convegno non dovrebbe partecipare perché c’è spazio solo per il pensiero unico e lei sa bene, dal momento che accusa per professione, che la costruzione di un’accusa nasce da indizi, sospetti, ragionamenti, intrecci su intrecci, e mai da certezze assolute. E fosse anche certo che Berlusconi è veramente un tiranno, perché ragionare ancora e non scendere in piazza con le armi? Si rende conto, giudice Caselli, che è proprio lei a mantenerlo in vita?

Il berlusconismo è finito ormai, questo lo capisce anche un bambino, è finito quel modo di ragionare, quell’accumulare egoismo su egoismo, quel pensare che ce ne si può fottere degli altri, quell’idea che l’Italia che vogliamo si possa costruire sui condoni, che il decoro personale e politico sia un soprammobile da moralisti, che l’arraffo di cadreghe e denari sia la misura di una nazione per male, che non c’è mai scandalo che possa condurti a un’ammissione di responsabilità. Berlusconi quanto ancora può resistere a se stesso, un anno, due, due e mezzo, tirare la legislatura e poi morire?

Ci ragioni, giudice Caselli, e con lei quella parte (molta) della sinistra che lo tiene in vita, vivendo solo di ossessioni. Noi cittadini, sfibrati da diciassette anni di un improbabile pampurio, vi chiediamo di smetterla. Così, la smetterà anche lui.  

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