Unicredit ha salvato il soldato Ligresti

Unicredit ha salvato il soldato Ligresti

Più dei numeri, più delle argomentazioni e della reputazione ha potuto il pressing del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il clima di assedio del sistema Italia da parte del capitalismo francese è stato il vero asso nella manica della famiglia Ligresti. Salvata, pochi minuti fa, da amministratori e sindaci di Unicredit. Al termine della riunione, sono state accettate le dimissioni che «l’ingegnere Salvatore Ligresti, amministratore non esecutivo e indipendente, ha ritenuto di rassegnare in relazione all’evolversi delle relazioni di affari» fra il suo gruppo e la banca. Un addio che è probabilmente il prezzo simbolico che il costruttore ha dovuto pagare a fronte del via libero dell’istituto.

Tutti i presenti al cda di oggi hanno votato a favore del piano di intervento ideato da Piazza Cordusio a sostegno di Fondiaria-Sai. E soprattutto in aiuto della famiglia di immobiliaristi che, via Premafin, controlla il 41% del gruppo assicurativo, ridotto a mal partito da una gestione che dura dal 2002. La presenza nel cda della banca del 79enne patriarca della dinastia, ha imposto la speciale procedura prevista dall’articolo 136 del Testo unico bancario, che rende necessario il voto favorevole di tutti i consiglieri di amministrazione e i sindaci.

Sommersa dai debiti, oltre 2 miliardi di cui 400 milioni verso Unicredit, e dalle perdite (per il 2010 si attende un rosso nell’ordine di un miliardo, Fondiaria-Sai ha bisogno di un aumento di capitale da 450 milioni. L’operazione congegnata da Piazza Cordusio punta a conservare il controllo del gruppo assicurativo (v. comunicato) nelle mani della famiglia Ligresti, e più esattamente della loro holding quotata Premafin, che post-aumento avrà una quota del 35 per cento. La banca impegnerà 170 milioni in gran parte (circa 110 milioni, la cifra esatta si conoscerà solo dopo che sarà definito il prezzo di emissione delle nuove azioni) per acquistare da Premafin i diritti d’opzione sufficienti a sottoscrivere una quota pari al 6,6% della Fondiara-Sai. Poiché di fatto la banca si troverà a pagare per ogni nuova azioni il doppio circa del suo valore, è previsto un meccanismo di compensazione (earn out) al 31 dicembre 2016, che si attiverà solo in caso di rivalutazione delle quotazioni di Borsa.

Questa mattina, del resto, il vicepresidente della banca, Fabrizio Palenzona, aveva anticipato la conclusione: «È una buona operazione – ha dichiarato alla Reuters – dobbiamo tutelare i nostri interessi e quelli dei nostri clienti». Nelle considerazioni di “sistema” – espressione in questo caso da leggere come intreccio di partecipazioni e patti di sindacati che reggono gli assetti di controllo – in favore dei Ligresti hanno giocato le quote detenute dalla filiera in Mediobanca, Pirelli, Generali, Rcs (la casa editrice del Corriere della Sera) e anche lo 0,32% che Fon-Sai possiede in Unicredit.

È previsto inoltre un patto di sindacato, con l’obiettivo «del mantenimento dell’influenza dominante di Premafin» sulla compagnia e, si legge testualmente, «il conferimento alla banca di diritti e prerogative tipici del socio finanziario di minoranza». Solo che, di solito, a un singolo socio di minoranza non vengono garantiti a tavolino tre posti nel consiglio di amministrazione, «di cui due entreranno a far parte del comitato esecutivo», e il terzo destinato a presiedere ogni comitato (governance, controllo interno, remunerazioni) per cui è prevista una componente indipendente. Inoltre, la banca avrà il diritto di veto su alcune operazioni straordinarie (aumenti di capitale con esclusione del diritto di opzione, dismissioni rilevanti). L’istituto guidato da Ghizzoni avrà anche un diritto di co-vendita qualora Premafin ceda una quota superiore al 10% della propria partecipazione in Fon-Sai. 

L’intero accordo è subordinato all’esenzione dall’Opa. Resta da vedere se la Consob, che meno di un mese fa ha bocciato un’operazione simile condotta da Groupama con Premafin, concederà il via libera. Fonti vicine all’operazione riferiscono che i legali di Unicredit hanno studiato attentamente le motivazioni formulate in quell’occasione dall’autorità di vigilanza per trovare una strada praticabile senza incorrere nell’obbligo di offerta pubblica. L’esame del nuovo patto sarà comunque un passaggio decisivo per testare indipendenza e coerenza della commissione di vigilanza presieduta da Giuseppe Vegas.

Il cda presieduto da Dieter Rampl ha anche approvato i conti 2010. Alla vigilia, la media delle previsioni degli analisti finanziari stimava ricavi per 26,25 miliardi, un utile lordo di 2,6 miliardi e profitti netti per 1,2 miliardi. Leggermente superiore è stato il risultato effettivo: 1,3 miliardi (in calo del 22% rispetto al 2009). A Piazza Affari, alla fine della seduta il titolo Unicredit è rimasto invariato a 1,756 euro, mentre Fondiaria-Sai ha continuato a perdere (-2,14%) e la controllata Milano Assicurazioni è crollata dell’8,6%, dopo l’approvazione del bilancio.

L’esercizio 2010 della Milano Assicurazioni è stato invece chiuso con una perdita lorda di 754 milioni, frutto sia del cattivo risultato della gestione assicurativa (in particolare il ramo danni ha perso 730 milioni) sia delle svalutazioni sulle azioni detenute nelle controllante Fon-Sai e sia sulle quote in Generali (93,7 milioni) e in Unicredit (89 milioni). Il risultato consolidato netto è invece negativo per 668,7 milioni.

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