Arrivano armi e mercenari: e la Libia sembra Kabul

Arrivano armi e mercenari: e la Libia sembra Kabul

La sola pronuncia delle parole “armiamo i ribelli” evoca fallimenti che vanno dal fiasco della Baia dei Porci (gli anti-castristi armati dalla CIA all’inizio degli anni ’60) fino alla fornitura di Stinger ai Mujaheddin (i combattenti afgani che usarono le armi americane prima contro i Russi e poi contro la NATO). La Libia ci pone nuovamente dinnanzi a questo dilemma, in verità senza che l’Occidente possegga informazioni tali da facilitare la scelta. Il vero problema è che nessuno davvero sa chi sono i ribelli anti-Gheddafi, non sappiamo quale sia il loro programma politico, non ne conosciamo i veri legami con l’integralismo islamico e neanche sappiamo esattamente come sia composta la variegata galassia di piccoli movimenti, tribù e partiti politici il cui unico denominatore comune pare essere la generica definizione di “ribelli” o “insorti”.

Notiamo però tra le loro fila volti noti del regime di Gheddafi e grazie ai cellulari sono state messe in circolo immagini orrende di insorti che decapitano crudelmente un prigioniero lealista, non un gran bel biglietto da visita per chi in queste ore vaga per l’Europa in cerca di consenso e armi. Non vi è dubbio che la nostra intelligence, tradizionalmente ben inserita in Libia, possegga informazioni tali da fornire una più precisa immagine di questa rivoluzione e un migliore profilo degli attori coinvolti, ma a livello di macro-strategia nessuno può sentenziare con la necessaria serenità che fornire armi agli insorti sia la cosa giusta da fare. Eppure rischia di diventare l’unica cosa da fare. Il sogno tecnocratico di vincere le battaglie solo con il bombardamento aereo resta la teoria mai dimostrata di Giulio Douhet, Generale della Regia Aeronautica che già nel ‘21 teorizzò il bombardamento strategico come arma risolutiva dei conflitti. Almeno convenzionali. I fatti però smentiscono questa dottrina: i bombardamenti a tappeto non hanno fatto vincere gli USA in Vietnam e le bombe intelligenti non hanno annientato il nemico afgano e neanche iracheno. Alla fine l’unica sacrosanta verità strategica è che le guerre le vince la fanteria: finché il soldato sul terreno non giunge fisicamente a contatto col nemico, la sorte della battaglia non è certa.

Tant’è che in Libia, dove l’aviazione NATO combatte con poco impegno e minimo dispiegamento di aerei, si è raggiunta una situazione di stallo dovuta alla assenza di esercito ribelle degno di questo nome. Ma poiché nessuno in Occidente può o vuole far sbarcare a rinforzo reparti armati, l’unico succedaneo, il palliativo che in certa misura rasserena anche la nostra coscienza è fornire alla scalcagnata armata anti-Rais perlomeno le armi necessarie, ci auguriamo, ad uscire dall’impasse. Così nessun soldato europeo o americano rischia la pelle e la faccenda mantiene, almeno all’apparenza, quasi le caratteristiche di vicenda interna libica. Alcuni giorni fa il nostro Ministro degli Esteri Frattini ha dichiarato “non escludiamo di fornire armi al popolo libico”, quindi questa opzione è diventata di fatto la strada da seguire. Potrebbe rivelarsi un piano do difficile attuazione, ma è un rischio che siamo costretti a correre, se vogliamo che la Libia esca dalla attuale situazione di stallo. È infatti lo stallo il destino di ogni campagna aerea a cui non segua una adeguata azione di fanteria. Speriamo che la fornitura di armi sia risolutiva in tempi brevi, incrementando in maniera esponenziale la capacità offensiva sul terreno degli avversari del Colonnello, ma ne dubitiamo. Gli scontri tra lealisti e ribelli potrebbero continuare più cruenti, mentre dall’alto gli equipaggi degli aerei NATO volteggeranno senza riuscire a distinguere tra milizie ribelli e esercito regolare libico.

Se le armi occidentali non riusciranno trasformare i confusi ribelli in una fanteria ben organizzata e comandata, aspettiamoci un conflitto lungo e cruento. Più prudente sarebbe lasciar perdere questi discorsi e dedicare maggiori risorse e tempo ad erodere in consenso attorno a Gheddafi, specialmente all’interno del suo entourage. Sembra un indirizzo che nei giorni scorsi anche l’amministrazione Obama voglia seguire: il Segretario alla Difesa Clark ha detto “abbiamo nella nostra cassetta altri attrezzi, oltre al martello”, a significare che oltre al bombardamento altre vie sono esaminate, mentre la Clinton ha ammesso senza giri di parole che gli Usa stanno cercando di convincere membri dell’attuale governo libico ad abbandonare il Rais. Siamo convinti che questa sia la strada giusta da seguire, lasciando la fornitura d’armi come ultima, disperata, opzione.

*Università di Trieste