E a Lampedusa si chiedono: «Ma dov’è Bertolaso?»

E a Lampedusa si chiedono: «Ma dov’è Bertolaso?»

LAMPEDUSA – Sulle banchine del porto vecchio, tra le dichiarazioni a denti stretti delle Forze dell’Ordine e negli interrogativi dei lampedusani, aleggia un interrogativo: «Ma la Protezione civile, dov’è?». C’eravamo abituati all’ubiquità dell’ex capo Guido Bertolaso, col suo inconfondibile giubbotto blu, sparato sugli schermi tra i disastri di tutta Italia. Ma il suo sostituto, Franco Gabrielli – fresco di nomina (dicembre 2010) – e i suoi volontari dove sono? In questi giorni, la kermesse dell’assistenza sull’isola ha visto un poco di tutto: la Croce Rossa, le tende del Ministero dell’Interno, i carabinieri, la Polizia e Guardia di Finanza, quella Costiera, gli operatori umanitari, Amnesty International, Save the Children.

Nei discorsi, però, s’evoca il consueto convitato di pietra. Proviamo a domandare al sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis che ci dice: «Se ci fosse ancora Bertolaso sarebbe qui. Ma è colpa del prefetto di Palermo Caruso. A lui sono stati conferiti poteri speciali, è lui che doveva chiederne l’intervento al Governo, e ora sono fatti suoi». La Polizia ci confida che pure loro si chiedono dove siano finiti i volontari. Qualcuno avanza un’ipotesi che assomiglia più a un sospetto: «Non è che l’emergenza di 20mila clandestini in 50 giorni, in un’isola grande poco più di un fazzoletto, non viene considerata affare italiano?». Qualche uomo della Protezione civile della Regione Sicilia, in realtà, qui è arrivato. Quindici giorni fa un gruppo è stato chiamato per le procedure di pulizia dell’ex base militare della Nato Loran: quella riaperta per ospitare donne e minori (le donne ora sono state trasferite a Mineo, in provincia di Catania, mentre i minori sono rimasti in 80 circa, all’interno della struttura). Lunedì scorso, invece, sono arrivati 5 volontari della Protezione Civile regionale dalla provincia di Agrigento e 7 da quella di Siracusa.

Ne abbiamo intervistato uno, Salvatore Mangiaracina, 35 anni, di Sambuca, che ci spiega la beffa della loro presenza: «Siamo arrivati con il traghetto da Porto Empedocle, principalmente per un motivo: occuparci della cucina da campo. Due tir con l’attrezzatura e la struttura dei fornelli più due carrelli per contenere le pentole e le stoviglie. Dovevamo preparare e distribuire i pasti agli immigrati rimasti sull’isola». C’è un problema, però. La cucina e i volontari sono rimasti al camping La Roccia, qui a Lampedusa., in attesa di un’autorizzazione che non è mai arrivata, nessuno sa spiegare bene perché. Che hanno fatto? «Niente, abbiamo cercato di renderci utili, ma il nostro ruolo era quello di avviare la cucina. Avevamo portato anche le tende per ospitare i migranti rimasti a dormire all’addiaccio, ma la cittadinanza locale non ha voluto che le montassimo e siamo rimasti fermi». Il loro trasporto è stato pagato dalla Regione Sicilia per un via libera che non è mai arrivato.

Nel frattempo, a Roma, l’esecutivo non ha ritenuto opportuno dichiarare lo stato d’emergenza per 20mila arrivi in poco più di un mese. Perché? Se è vero che questa scelta è stata adottata dal Ministero dell’Interno, occorre spiegare una cosa. L’associazione Lampedusa Accoglienza, quella che dipende dal Viminale e si occupa di distribuire i pasti, incassa a piè di lista circa 40 euro per ogni sacchetto di cibo consegnato. Dentro, per ciascun migrante, il pranzo: due cucchiai di riso freddo al sugo, due panini vuoti, una mela e due bottiglie d’acqua da un litro e mezzo (per cinque persone). A testa, poi, 4 sigarette. «Io avrei lasciato perdere le cicche e avrei utilizzato quella spesa per integrare il pasto», ci dice il volontario Mangiaracina. In effetti, a integrare un sacchetto frugale, è intervenuta la solidarietà locale, regalando panini, tonno, salumi, dolci, zuppe calde.

Ci si chiede perché, allora, trattenerein un campeggio un’attrezzatura professionale, in grado di preparare 1000 pasti al giorno, dopo averla trasportata sull’isola. Stamane, l’associazione del Ministero degli Interni ha distribuito il kit igienico: una minuscola saponetta e una bustina di shampoo a testa. Tanto che, nei prossimi giorni, Medici senza Frontiere assegnerà 2500 pacchetti con sapone, coperte, asciugamani, spazzolino e dentifricio per integrare. Oggi, in conferenza stampa, Amnesty International ha denunciato le «intollerabili condizioni di accoglienza» riservate ai clandestini. Appena sedici bagni chimici e 4 medici (come denuncia anche Medici senza Frontiere) per oltre 3mila immigrati trattenuti sull’isola a causa delle cattive condizioni meteo che non hanno consentito di effettuare i reimbarchi.Un litro e mezzo d’acqua potabile al giorno, a testa. Intanto, poiché le procedure di identificazione non sono state completate e gli animi cominciano a essere stremati, la Polizia ha comunicato che saranno reimbarcati anche coloro che non sono stati ancora schedati. Se ne occuperanno i luoghi di destinazione.

paola.bacchiddu@linkiesta.it