I cristiani provano ad unirsi ma in Libano

I cristiani provano ad unirsi ma in Libano

L’incontro di qualche giorno fa a Bkerké tra i quattro massimi esponenti politici cristiano-maroniti, Amine Gemayel, Michel Aoun, Sleimane Frangié e Samir Geagea, rappresenta il coronamento dell’intenso sforzo diplomatico di monsignor Bechara Rahi, neo-eletto patriarca maronita. Egli è, infatti, riuscito a riunire presso la sede patriarcale uomini tra loro molto lontani, divisi da odi antichi, apparentemente inestinguibili (Geagea, per esempio è considerato uno dei principali responsabili del massacro della famiglia di Frangié, avvenuto nel lontano 1978).

Eletto al seggio patriarcale da poco più di un mese, in sostituzione del cardinale Nasrallah Boutros Sfeir, ritiratosi dalla carica alla soglia dei novantadue anni, Bechara Rahi con questo incontro ha ottenuto un primo importante risultato, nel non facile tentativo di ricucire la comunità maronita libanese che appare oggi profondamente divisa. Negli ultimi decenni essa, pur rimanendo la più rilevante delle numerose denominazioni cristiane presenti nel paese dei cedri, ha perso la propria tradizionale egemonia politica sullo Stato, costruita durante il mandato francese. Ancor oggi fortissima nella zona del monte Libano e nel litorale tra Beirut e Tripoli essa ha, infatti, perso, a partire dagli anni Settanta, le proprie posizioni nel sud del paese e nelle zone druse. Tale evoluzione è stata dovuta alle dinamiche demografiche e emigratorie (che hanno visto un aumento della popolazione musulmana, soprattutto sciita, e una drastica contrazione di tutte le componenti cristiane) e agli esiti della ventennale guerra civile.

Anche le divisioni politiche e le rivalità personali presenti nella leadership cristiana e, in particolare, nella componente maronita hanno, però, giocato un importante ruolo. Questa frammentazione è tanto più evidente oggi: l’elettorato maronita è, infatti, spaccato quasi a metà tra le due contrapposte coalizioni che si contendono la guida del paese. Il Kataëb dell’ex presidente Gemayel e le Forze Libanesi di Geagea, eredi diretti del movimento falangista, sono schierati con la coalizione “filo-occidentale” del 14 marzo, mentre il Movimento Patriottico Libero del generale Aoun e il partito Marada di Frangié sono alleati delle formazioni sciite Hezbollah e Amal, nella coalizione dell’8 marzo.

Da questa situazione di estrema polarizzazione e dalla conseguente irrilevanza politica della comunità maronita, nasce la volontà di Bechara Rahi di promuovere un riavvicinamento tra i principali esponenti politici, attraverso un incontro che, per quanto probabilmente privo di risultati immediati, potrà avere sensibili conseguenze nel medio periodo. Come sottolinea L’Orient Le Jour, tradizionale voce dei maroniti francofoni, l’incontro ha rappresentato un primo riavvicinamento, reso tanto più necessario dalla complessiva situazione mediorientale che appare in piena ebollizione. Molti sono stati i temi affrontati, con una netta preferenza per le questioni comunitarie e generali, come per esempio il problema dell’emigrazione e il riconoscimento della nazionalità alla vastissima diaspora libanese all’estero (prevalentemente cristiana), piuttosto che immediatamente politico-parlamentari. Appare evidente, tuttavia, come l’incontro, significativamente svoltosi durante la settimana santa e alla presenza di numerosi esponenti dell’episcopato, rappresenti di per sé un avvenimento, dopo le feroci contrapposizioni degli ultimi anni.

Molti elementi hanno giocato a favore di una simile “distensione”, favorita dal clima nuovo che si è affermato con l’avvento di Bechara Rahi alla guida della Chiesa maronita. Egli, infatti, negli anni scorsi è riuscito a mantenersi estraneo alle polemiche politiche, al contrario del suo predecessore Nasrallah Boutros Sfeir, molto vicino ai settori più conservatori dell’establishment maronita. Le veementi polemiche antisiriane, i frequenti appelli per il disarmo di Hezbollah e i pronunciamenti a favore del tribunale internazionale incaricato di indagare sull’assassinio dell’ex-premier Hariri, hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo patriarcale. Tale interventismo politico ha finito per alienare al patriarca le simpatie di buona parte dei suoi stessi fedeli e, in particolare, dei numerosi seguaci del generala Aoun, a fine anni Ottanta capo di un governo fortemente antisiriano, divenuto oggi il principale perno dell’alleanza con i partiti sciiti Hezbollah e Amal.

L’elezione del nuovo patriarca, avvenuta con singolare rapidità il 16 marzo a opera del conclave maronita, ha suscitato non poche speranze, in Libano e presso la Santa Sede, nei molti che ritenevano necessario un radicale mutamento di stile a Bkerké. Le prime mosse del nuovo patriarca paiono confermare simili auspici. Non appena rientrato in Libano da Roma, dove secondo tradizione è venuto a riaffermare la comunione ecclesiastica della Chiesa maronita con la Sede Apostolica, il neoletto patriarca ha annunciato due importanti iniziative: la proposta di un dialogo tra i leader politici maroniti, che ha trovato nell’incontro di ieri una prima realizzazione, e l’idea di un colloquio faccia a faccia con il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah. Rispondendo ai giornalisti che lo intervistavano al suo ritorno dall’Italia il capo della Chiesa maronita si è detto, infatti, pronto a dialogare con tutti, nel tentativo di favorire la pacificazione e la tranquillità del paese.

Le due iniziative intraprese mirano evidentemente a stabilizzare il quadro politico libanese, da un lato portando a un riallineamento dei leader maroniti, dall’altro contribuendo alla distensione intercomunitaria. Restano, però, da valutare gli esiti delle due mosse del patriarca, prese all’indomani degli incontri romani, in particolare per quanto riguarda i possibili riverberi internazionali. Certo è che la Santa Sede segue con grande attenzione la situazione del Libano: un paese che da tempo rappresenta l’architrave della la politica mediorientale vaticana, ancor più importante oggi, di fronte all’incessante esodo di cristiani negli altri paesi della regione.
 

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