La Bpm si inchina a Draghi: aumento fino a un miliardo

La Bpm si inchina a Draghi: aumento fino a un miliardo

Le forti pressioni della Banca d’Italia, che ha imposto requisiti patrimoniali più rigidi a partire dal 30 giugno, obbligano il consiglio di amministrazione della Bpm a fare dietro front sulla ricapitalizzazione. Dopo la bocciatura del 29 marzo scorso, domani, il cda della Popolare sarà costretto a varare un aumento di capitale monstre. I consiglieri dovranno valutare le conclusioni dell’ispezione della Banca d’Italia e adottare le contromisure.

Fonti finanziarie vicine all’operazione parlano di una cifra «fino a 1,2 miliardi di euro», anche se non si esclude che potrebbe essere raggiunta una mediazione a «un miliardo». Si tratta di una somma imponente, e con un forte impatto diluitivo: ai prezzi di ieri (2,5 per azione) la Bpm capitalizza 1,1 miliardi di euro.

È comunque probabile che domani il vertice della banca indichi un range (con un minimo di 700-800 milioni), mentre l’ammontare esatto verrà definito nella delibera formale della proposta di aumento, che sarà sul tavolo cda straordinario del 12 maggio.

Nel consorzio di collocamento ci saranno Mediobanca e Banca Akros, la investment bank della Bpm, e anche Crédit Mutuel, la banca cooperativa francese che da anni è partner e socia (2% circa) della Popolare di Milano.

La ricapitalizzazione avrebbe peraltro effetti molto negativi anche sul prestito convertendo da 400 milioni emesso nel 2009 e in scadenza nel 2013. L’emissione, che paga un tasso del 6,75%, prevede la conversione obbligatoria in azioni Bpm a un prezzo compreso fra 6 e 7 euro. Valori ben lontani sia dalle quotazioni correnti del titolo (2,5 euro) sia dal probabile prezzo delle nuove azioni (in prossimità di 2 euro). Perciò, in queste ore, si sta ragionando sulla possibilità di fissare l’aumento nella parte alta della forbice (1-1,2 miliardi) e poi di provvedere o a uno scambio di titoli (nuove azioni in cambio del convertendo) o a un richiamo tout court del prestito.

Nel 2013 la Popolare presieduta da Massimo Ponzellini dovrà rimborsare al Tesoro 500 milioni di Tremonti bond. Non è ancora chiaro se l’aggressiva mossa della Banca d’Italia, che di fatto impone alla Bpm condizioni patrimoniali più rigide rispetto ad altri istituti, sia stata in qualche modo avallata da Giulio Tremonti, di cui Ponzellini è l’uomo di fiducia nel mondo finanziario e imprenditoriale (è anche presidente della società di costruzioni Impregilo). Di lui l’estate scorsa Umberto Bossi, capo della Lega Nord, ha detto che «qualche amico la Lega lo ha alla Banca popolare di Milano, Ponzellini lo abbiamo nominato noi, ha una bella testa». Inoltre, il leghista Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera e ‘mente finanziaria’ della Lega, ha svolto un ruolo di raccordo fra l’associazione dei soci-dipendenti «Amici della Bpm» e Ponzellini, quando il manager si fece avanti come candidato alla presidenza della Popolare. Giorgetti e Ponzellini sono cugini. Il 25 aprile 2009 i dipendenti lo votarono in massa e Ponzellini scalzò Roberto Mazzotta dalla presidenza.

A pochi giorni dal secondo anniversario da presidente, “l’amico della Lega alla Banca popolare di Milano”, per usare le parole di Bossi, si trova costretto a chiedere un aumento di capitale da un miliardo di euro ai soci. Vero è che tre settimane fa aveva proposto, senza successo, un aumento di capitale da 600 milioni, altrettanto vero, secondo quanto riferito da diversi consiglieri, è che non era stato in grado di fornire motivazioni adeguate al consiglio. Il comunicato del 29 marzo, afferma che «analizzata la situazione patrimoniale attuale del gruppo, il consiglio di amministrazione ha inoltre deliberato di non procedere ad alcuna operazione di aumento di capitale, non ravvisandone la necessità».  In mezzo c’è il verbale dell’ispezione e soprattutto una lettera del governatore Mario Draghi, che comunica l’applicazione di requisiti prudenziali sui crediti più severi di quelli fin qui adottati e chiede perentoriamente l’aumento. L’effetto della terapia preventiva è che il core tier 1 (il principale parametro patrimoniale di banca) scenderebbe dall’attuale 7,1% a poco meno del 6 per cento. Da qui la necessità di chiedere soldi ai soci. Il 5 aprile la banca aveva smentito ancora l’aumento, e lo stesso giorno il presidente aveva detto che «di definitivo non c’è niente, ma è una questione chiusa».  

Una settimana dopo, però, gli ispettori della Banca d’Italia, parlando al cda del 13 aprile, hanno riaperto la questione. Del tutto inaspettata è stata l’applicazione di parametri tecnici più rigidi, cosa che rientra nella discrezionalità del regolatore. La Bpm non è una banca di importanza sistemica e per questa ragione non parteciperà agli stress test annunciati dall’Autorità bancaria europea (Eba), l’organismo europeo di coordinamento della vigilanza sulle banche. Scopo degli stress test è verificare, tramite ipotetiche simulazioni, la resistenza di un’istituzione finanziaria sviluppi avversi del mercato. 

Non è chiaro se dietro gli aumenti di capitale delle banche come Intesa Sanpaolo, Mps e Ubi Banca ci siano le stesse prescrizioni di carattere tecnico date alla Bpm. Dove qualcuno, fra i dipendenti-soci si interroga se questo sia un modo per diluire il peso dei soci-dipendenti sul capitale, creando le condizioni perché nel medio termine la banca si trasformi in società per azioni. C’è chi se lo augura perché scompaia dalla Borsa l’unica società dove il soggetto economico principale non è il socio di capitale ma il socio dipendente. Altri è preoccupato dalla tempistica. In un momento in cui Intesa sta andando sul mercato a chiedere 5 miliardi di euro, Mps 2 miliardi e Ubi un altro miliardo, Bpm arriverebbe ultima. E rischierebbe di pagare pegno a un mercato ingolfato, a danno dei vecchi azionisti.

Ponzellini ha sempre difeso il ruolo dei dipendenti. Una volta, della banca disse che «è “chiccamente demodé”, la migliore che c’è». I risultati degli ultimi due anni, che coincidono con l’arrivo alla direzione generale di Fiorenzo Dalu, sono stati deludenti. L’ultimo anno si è chiuso in utile per 106 milioni (+2,3%), grazie all’effetto contabile (220 milioni) della fusione fra una società del gruppo (Anima sgr) e Prima sgr (di proprietà del gruppo Mps e del fondo Clessidra). L’istituto sconta anche un’alta incidenza delle spese operative, pari al 74% dei ricavi. 

Da parte dei dipendenti e fra gli stessi consiglieri di amministrazione, inclusi alcuni storici esponenti dei soci non dipendenti, c’è una forte spinta a un radicale rinnovamento del management, tramite una tornata di prepensionamenti nella prima linea, Dalu incluso. Domani se ne dovrebbe parlare informalmente, ma qualche decisione andrà presa o a ridosso dell’assemblea ordinaria del 30 aprile, o anche nel cda straordinario del 12 maggio.

La convinzione è che il manager che dovrà mettere la faccia sull’aumento miliardario dovrà anche poter contare su pieni poteri e su una linea di comando univoca. Al momento, accanto a Dalu, c’è un condirettore con delega alla finanza, Enzo Chiesa, che viene indicato come futuro direttore generale. Intanto, si sta lavorando a un aggiornamento del piano industriale per accompagnare la richiesta di nuove risorse ai soci con indicazioni sugli obiettivi. Nel budget adottato per il 2011 è indicato un taglio dei costi del 10 per cento.

Un elemento delicato della vicenda è rappresentato dalla negoziazione che andrà condotta con gli investitori istituzionali sull’assetto di governo. In contropartita alla sottoscrizione dell’aumento è probabile che chiedano qualche contropartita sulla governance. Non sarebbe una novità per la Popolare di Piazza Meda: già nel 2003 nel consiglio della banca c’è stato un rappresentate del fondo Amber Capital.  Stavolta il nome che circola è quello del banchiere Matteo Arpe di Banca Profilo, del fondo Tpg e dello stesso Amber.  

lorenzo.dilena@linkiesta.it