Gheddafi è scomparso ma comanda sempre lui

Gheddafi è scomparso ma comanda sempre lui

Gli aerei continuano a volare su Tripoli. Ieri i bombardamenti sono cominciati alle 6.30 (ora italiana) del mattino, e sono continuati in modo sporadico durante tutto il giorno. Esplosioni e spari sono stati sentiti in tutta la zona est della città. Le incursioni aeree condotte finora dall’inizio della missione, cioè dal 31 marzo, sono state circa 6.000, di cui 1.500 destinate a colpire.

«Tutti gli obiettivi della Nato sono militari e strategici. Questo significa che colpiamo depositi di armi, televisioni e stazioni radio», ha spiegato altroieri il brigadiere generale Claudio Gabellini. Secondo fonti dell’Alleanza, «l’intento non è mirare a Gheddafi», anche se il governo libico ha fatto notare che tra gli obiettivi colpiti ci fosse anche l’Alta commissione dell’infanzia, molto vicina al bunker del raìs. Ma anche il ministro degli esteri Franco Frattini ripete che uccidere il dittatore non è mai stato l’obiettivo della missione. Tutt’altro: «occorre proteggere i civili evitando un bagno di sangue».

Ma nemmeno lui sa dove sia, ora, Gheddafi. Non a Tripoli. Sembra sia cosa di dominio pubblico che il raìs, accompagnato dal suo quartier generale, si sia allontanato dalla città dal 1 maggio, dopo che un bombardamento ha colpito e ucciso il figlio. Secondo quanto sostiene il sito “17 febbraio”, che accompagna i rivoltosi, Gheddafi si sarebbe rifugiato nel suo bunker ad Ash Shurayf, nel deserto, a 400 kilometri a sud della capitale. Forse, dicono nel sito, si starebbe preparando per una fuga in Ciad. «Sembra un’ipotesi poco credibile», sostiene Arturo Varvelli, esperto di Libia dell’Ispi. «Gheddafi era già andato in quel rifugio, all’inizio della rivolta. Non è un uomo che cerca la fuga, se non come ritirata strategica per preparare una controffensiva», spiega.

Come persona, aggiunge, non è tale da rinunciare a nessuna battaglia. Anche perché non ha ancora perso la guerra. Se anche la Libia ora sembra divisa in due, ancora gran parte della popolazione guarda con favore al vecchio regime, anche perché graziata da quarant’anni di donativi redistribuiti. «La sua morte avrebbe poco rilievo dal punto di vista militare», aggiunge «ora i suoi figli governano quanto e anche più di lui». Certo, non esclude che, dal punto di vista simbolico sarebbe significativo: renderebbe chiara la fine del vecchio regime.

Nel frattempo, a Misurata, le forze dei rivoltosi stanno avendo la meglio. Le truppe di Gheddafi sarebbero state allontanate dalla città fino a Dafnia, a 15 kilometri a est e di stanno dirigendo a Zliten, sulla via di Tripoli. Non solo: i ribelli avrebbero anche ripreso il controllo dell’aeroporto. E allora, da Ginevra, il segretario generale delle nazioni unite Ban Ki-Moon chiede di sospendere le ostilità per permettere l’arrivo di aiuti alla popolazione civile. Ma i ribelli non sarebbero d’accordo: «Non ci fidiamo di Gheddafi: non rispetta mai gli accordi», risponde Zintan Abdulrahman, portavoce degli insorti.

L’Onu comunque instituirà a giorni un suo ufficio a Bengasi, per coordinare meglio l’arrivo e la distribuzione degli aiuti ai civili. Intanto la città, liberata da Gheddafi, cerca di organizzarsi. Le librerie vengono prese d’assalto, per poter leggere, finalmente, i libri proibiti o censurati dal regime. Le scuole, invece, restano chiuse. Chi ha 18 anni viene convocato dal Consiglio nazionale transitorio per partecipare ai combattimenti. I più giovani aiutano in città. Sia nella distribuzione del cibo nelle mense, sia – e questo è più bizzarro – facendo i vigili del traffico.

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