Il capo degli insorti libici condannò le infermiere bulgare

Il capo degli insorti libici condannò le infermiere bulgare

Attorno a lui si è riunita l’opposizione libica anti-Gheddafi, tanto da eleggerlo presidente del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi. Il portavoce delle istanze dei ribelli, il punto di riferimento per la “nuova Libia” è Mustafa Abdel Jalil. Ricevuto e riconosciuto in modo ufficiale anche da presidenti stranieri importanti, come Erdogan in Turchia e Sarkozy in Francia, che con lui discutono la strategia per abbattere Gheddafi e la ricostruzione successiva. Catherine Ashton gli ha stretto la mano, due giorni fa, al suo arrivo a Bengasi per l’apertura di un ufficio dell’Unione Europea.

Ma chi è Mustafa Abdel Jalil? Nato ad Al Bayda, in Libia, nel 1952, ha studiato legge e a 26 anni è diventato giudice, nel 1978. Una carriera che lo ha portato, 24 anni dopo, alla presidenza della Corte d’Appello e poi della Corte di Giustizia di Al Bayda. Fino a raggiungere, quattro anni fa, la poltrona di Ministro della Giustizia. Il suo addio al colonnello è recentissimo: lo scorso febbraio, inviato da Gheddafi a Bengasi per trattare il rilascio di alcuni prigionieri presi dai ribelli, decide di abbandonare il raìs: troppa violenza contro i civili.

Nel farlo, si leva forse qualche sassolino dalla scarpa, dichiarando al settimanale svedese Expressen che Gheddafi è stato il mandante dell’attentato di Lockerbie. E da lì comincia la sua scalata dalla parte dei ribelli, fino a diventare il presidente del Cnt, e trattare con le potenze straniere.

Eppure, come ha scritto Aisha Gheddafi, figlia del colonnello, in una lettera inviata a Tunisie Numérique, non è certo uno dei “buoni”. Anche Mustafa Abdul Jalil ha i suoi scheletri nell’armadio. Fedele tra i fedeli di Gheddafi. La donna ricorda che proprio lui ha firmato, anni fa, la condanna a morte delle infermiere bulgare dell’ospedale per bambini El-Fathi di Bengasi, accusate di aver infetto 400 bambini con il virus dell’Hiv.

Si tratta della più grande epidemia di Aids nosocomiale, cioè diffusa in un ospedale, avvenuta nel 1998. Il presunto mezzo di contagio erano le trasfusioni di sangue. Di fronte all’allarme, le prime accuse del regime erano state rivolte a Mossad e Cia. Poi, nel marzo 1999, sono scattati gli arresti, che hanno colpito 23 medici interni dell’ospedale, bulgari e non. Lavoravano in Libia per conto di una compagnia privata, Expomed. Di questi, ne vennero trattenuti sei. Erano Ashraf al-Hasjouj, un medico palestinese, e cinque infermiere bulgare: Kristiyana Valtcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka, and Snezhana Dimitrova.

Il primo processo cominciò nel 2000 presso il Tribunale del Popolo. Gli imputati si dichiarano innocenti: le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Un anno dopo, il tribunale dichiarò di non avere giurisdizione sul caso, che passò alla Corte d’Appello di Bengasi, nel luglio del 2003. La sentenza arriva nel 2004, dopo un processo condotto a senso unico, che aveva coinvolto anche medici famosi in loro difesa. I sei risultano condannati a morte. E Presidente del Tribunale era proprio Mustafa Abdel Jalil. 

La reazione internazionale è durissima. Sotto pressioni dell’Unione Europea la Corte Suprema riapre il caso, e tutto torna alla Corte d’Appello. Che, nel 2006, conferma la sentenza: pena capitale attraverso la fucilazione. Il presidente è sempre Mustafa Abdel Jalil.

Nel 2007 la pena viene commutata al carcere a vita dall’Alto Consiglio Giudicante, un’autorità politica. E, infine, solo con l’impegno e la mediazione del presidente francese Nicolas Sarkozy, la Libia permette l’estradizione dei prigionieri in Bulgaria, dove vengono rilasciati. La trattativa, come emergerà dopo, ebbe anche un lato oscuro. Nelle mani di Gheddafi, i sei prigionieri divengono un mezzo di ricatto, che permette al colonnello di ottenere compensi in denaro, armi e contratti per il petrolio.

L’intera vicenda, del resto, dall’arresto al processo, risulta essere uno strumento del regime per esercitare pressioni internazionali. Come si chiarirà in seguito, la causa dell’epidemia non era un complotto, ma le scarse condizioni igieniche dell’ospedale di Bengasi. E, come dichiara lo stesso Mustafa Abdel Jalil, una volta passato con gli insorti, era proprio il regime l’unico responsabile della vicenda. Nella quale, va ricordato, anche lui ha avuto una parte importante.

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