Internet, in Italia il pericolo sono le leggi stupide

Internet, in Italia il pericolo sono le leggi stupide

Bisognerebbe chiederlo a Carlo Ruta, quanto è libero il web italiano. La vicenda giudiziaria di questo giornalista siciliano è diventata un caso internazionale. A oggi, Ruta è l’unico blogger italiano a essere stato condannato per stampa clandestina. Il suo blog “Accade in Sicilia” non era stato registrato come testata al tribunale di Modica e veniva aggiornato periodicamente. Questo è bastato a condannare Ruta – l’8 maggio 2008 – a 150 euro di multa più spese processuali.

La sentenza emessa a Modica ha creato un precedente pericoloso. Seguendo la logica del giudice siciliano, infatti, qualsiasi blog aggiornato periodicamente potrebbe essere chiuso d’imperio. E il suo autore condannato, come se si trattasse di un professionista sottoposto alla legge sulla stampa del 1948.

Oppure chiedere a Roberto Mancini – un giornalista, non l’allenatore del Manchester City – condannato per diffamazione dal tribunale di Aosta per alcuni post e altri commenti anonimi sul suo blog “Generale Zuckov”. Nella sentenza, il gestore di un blog veniva equiparato a quello di un direttore responsabile.

Due storie vecchie, non proprio notizie dell’ultima ora. Eppure l’eco non si è ancora spenta. Tanto che il Freedom House, la celebre associazione newyorchese che sostiene i diritti civili nel mondo dal 1941, ha citato proprio i casi Ruta e Mancini nel suo report “Freedom of the net 2011”, nel capitolo dedicato all’Italia.

Il Freedom of the press, giunto alla seconda edizione, fa le pulci all’ecosistema internet di mezzo mondo. E assegna un punteggio sulla base di tre parametri: ostacoli all’accesso; limitazioni di contenuti; violazioni dei diritti degli utenti. Più basso è il numero totale, più il web di quel paese è considerato libero. L’Italia è sesta con 26 punti dietro Estonia, Stati Uniti, Germania, Australia e Regno Unito. E il punteggio più alto è proprio quello relativo alle violazioni dei diritti degli utenti.

«Le autorità italiane non applicano censura politica sulle discussioni online e nessun blogger è stato incarcerato fino ad oggi» concede il report, «ma negli ultimi anni il governo ha introdotto una serie di leggi o decreti che potrebbero mettere a serio rischio la libertà di espressione online». Anche se il dissenso non è stato limitato e, anzi, è molto più libero sul web che sui giornali o in televisione.

Di esempi ce ne sono diversi. Solo cinque paesi nel mondo hanno superato l’Italia in numero di richieste ufficiali a Google per rimuovere un contenuto dalla rete: 65 tra gennaio e giugno 2010. La maggior parte di queste si sono rivolte a YouTube, con il caso più celebre del ragazzo disabile maltrattato dai compagni di classe. Un video rimasto su YouTube un paio di mesi prima di essere rimosso. E che, soprattutto, portò alla sbarra quattro dirigenti di Google per diffamazione e violazione della privacy.

Ma il documento di Freedom House è una cronaca-riassunto di dodici mesi di assalti alla web-diligenza. Dalla legge bavaglio, che voleva estendere l’obbligo di rettifica (pena la sanzione di 12.500 euro) anche ai blog, all’equiparazione tra web-tv ed emittenti tradizionali, con tutte le rogne burocratiche e le spese – spesso proibitive per un privato cittadino – che ciò comporta. Tutti tentativi stupidi, fortunatamente abortiti, che hanno messo in allarme anche gli osservatori esterni. C’è spazio anche per il decreto Pisanu, quello che fino a oggi ha tarpato le ali al wi-fi libero nei locali pubblici e che il governo dovrebbe ora modificare.

Lo studio americano fa anche una radiografia di costi e modalità di accesso alla rete nel nostro paese. I prezzi al consumatore medio sono l’ultimo dei problemi: tra i 20 e i 40 euro al mese. L’Adsl è disponibile nell’86% del territorio eppure il tasso di abbonamenti è fermo al 20%. Segno che ancora molti italiani navigano con il vecchio 56k e ancora di più navigano esclusivamente da telefonino: a dicembre 2009 il 9% dei navigatori accedeva al web con il proprio smartphone.

Se l’Adsl c’è, la fibra ottica è ancora latitante. Il Freedom House ricorda i 2,5 miliardi di euro di investimenti comuni effettuati da Fastweb, Wind e Vodafone per portare la fibra in 15 città italiane in cinque anni e quello annunciato da Telecom Italia: 9 miliardi di euro per connettere all’alta velocità il 50% degli italiani entro il 2018.
 

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