Obama punta sull’onda araba ma lo travolgerà?

Obama punta sull'onda araba ma lo travolgerà?

La politica estera non ha mai un’unica dimensione. Quando però, tra qualche decennio, gli storici dovranno descrivere il mondo post-11 settembre, non potranno che fare riferimento per molti aspetti ad un’epoca Bush – Obama. Gli elementi di continuità nella condotta estera dei due ultimi Presidenti Usa sono apparsi chiari nella circostanza dell’uccisione di Bin Laden: utilizzo dell’intelligence, limitazione della sovranità di uno Stato formalmente alleato (il Pakistan), mancata chiusura di Guantanamo, che si è rivelata a posteriori un bacino prezioso di informazioni sensibili.

Il discorso che Barack Obama ha tenuto ieri sul Medio Oriente e sulla “primavera araba” concede però all’attuale inquilino della Casa Bianca un beneficio politico in più rispetto al predecessore. L’intervento al Dipartimento di Stato è stato il secondo tempo del celebre discorso del Cairo. Allora, però, c’era ancora Hosni Mubarak e nessuno poteva immaginare una accelerazione così forte e violenta dello scenario interno ai regimi arabi. Quel discorso, infatti, rappresentò il tentativo di sterzare rispetto alla deriva di immagine degli USA, soprattutto dopo la guerra in Iraq.

Oggi tutto è cambiato e Obama ha provato a sintetizzare e cogliere i punti di innovazione di questa primavera. Il suo è stato un discorso che ha alternato elementi valoriali a strategie diplomatiche. Non è stato uno di quegli interventi che verranno ricordati dalla storia né tantomeno la declinazione di quella che alcuni analisti definiscono la “dottrina Obama”. Il Presidente americano non ha innescato un processo ed ha riconosciuto che le rivolte arabe sono sorprendenti perché spontanee, perché guidate dal basso. Egli deve piuttosto oggi seguire ed accompagnare questo processo, sui cui si gioca buona parte della stabilità degli interessi Usa ed occidentali nella regione.

Ecco quindi la sostanziale differenza tra l’epoca di Bush e quella di Obama: il primo aveva ancora l’opportunità di sostenere le élites al potere per tutelare gli interessi americani in Medio Oriente; il secondo non può che rivolgersi ai popoli, allargare lo spazio di manovra politica anche all’utilizzo delle nuove tecnologie, minacciare i dittatori al potere e soprattutto promettere un sostanziale aiuto finanziario a quei governi che sapranno deporre le armi e negoziare con le rispettive opposizioni interne.

La mappa geopolitica disegnata da Obama ha quindi un sapore wilsoniano: da decenni non si sentiva menzionare così spesso in un unico intervento il principio dell’autodeterminazione dei popoli e quello della libertà di espressione. Nel merito, Obama ha innanzitutto confermato l’impegno americano per sostenere la difficile transizione in Tunisia e soprattutto in Egitto. Il Congresso sarà presto chiamato a votare una legge di supporto finanziario a quei paesi. Ma i dubbi rimangono su almeno due fronti: in primo luogo se saranno aiuti condizionati all’evoluzione democratica (gli Usa hanno sempre stanziato ingenti aiuti per il Cairo, ma una buona parte di quei soldi è finita in equipaggiamenti per la polizia e le forze armate) e in secondo luogo se i tagli al bilancio federale consentiranno uno stanziamento adeguato alla portata della sfida.

Obama ha però fatto almeno altri due riferimenti importanti nel suo discorso. Il primo è stato rivolto in maniera esplicita all’Iran, accusato di voler interferire con il processo di democratizzazione attraverso il supporto al terrorismo, la destabilizzazione in alcuni paesi come il Bahrein dove la frattura sunniti – sciiti si fa più pericolosa, il perseguimento del programma atomico nazionale. Un avvertimento che sembra del tutto coerente con quello del suo predecessore George W. Bush. Per Teheran non è più tempo della politica della mano tesa che pure Obama aveva tentato al Cairo, nel suo primo discorso. Le rivolte sono tutto sommato iniziate proprio nella capitale iraniane e, represse nel sangue, non hanno trovato la stessa reazione dell’Occidente. Con un malcelato imbarazzo Obama ha glissato su questo tema.

Il secondo riferimento di sostanza è stato al processo di pace israelo – palestinese. Obama non ha potuto trascurare questo punto, nonostante esso negli ultimi anni sia scivolato sempre più in basso nell’agenda delle priorità internazionali e di sicurezza della Casa Bianca. Il possibile, prossimo riconoscimento a settembre dello Stato palestinese da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU richiede una buona dose di impegno e di realismo per evitare che quell’evento si trasformi in caos geopolitico nella regione e in caos elettorale tra alcuni dei principali gruppi di pressione che potrebbero sostenere la nuova corsa alla Casa Bianca di Obama il prossimo anno.

Il Presidente Usa ha chiesto ai palestinesi di deporre le armi, di riconoscere senza condizioni l’esistenza e il diritto alla sicurezza dello Stato ebraico e di riprendere, su queste basi, immediatamente il filo del negoziato. A Israele ha chiesto di riconoscere le frontiere del 1967 e di fermare gli insediamenti in Cisgiordania. Un principio che è stato immediatamente contestato sia da Netanyahu che dal vertice di Hamas. Obama stesso ha riconosciuto che quello del ritorno al dialogo e del mutuo riconoscimento tra le parti suoni ormai come un disco rotto e che l’assenza di risultati concreti in questi anni abbia radicato disillusione e frustrazione in quell’area e nell’intera comunità internazionale. Ma evocare così nettamente il disegno di una mappa con le frontiere del 1967 rappresenta senz’altro una piccola scossa ad un processo in stallo, vedremo quanto efficace.

Politica, finanza, sicurezza, economia. Al Presidente americano non si possono che riconoscere doti di analisi e di eloquio rilevanti. La strada però è in salita e sarà difficile conciliare i singoli aspetti di una scomposizione violenta nella regione mediorientale e di una ricomposizione che, vista da Washington, dovrà comunque avere i medesimi benefici del passato ma con altri mezzi. Il richiamo così deciso poi al principio di autodeterminazione dei popoli scoperchia potenzialmente un vaso di Pandora geopolitico. Non va dimenticato che le frontiere geografiche di quest’area sono state disegnate a tavolino da Sykes e Picot ormai quasi un secolo fa. All’interno di questi perimetri oggi si confrontano distinzioni tribali (come nel caso della Libia) o religiose (in Siria o Bahrain). Il mondo dovrà forse prepararsi ad osservare una carta geografica molto più frammentata a sud; un po’ sul modello di quanto accadde nell’ex URSS dopo il 1989.

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