Parmalat, dura vita dell’Opa nel paese che non ama il mercato

Parmalat, dura vita dell’Opa nel paese che non ama il mercato

Domani mattina alle nove il Tar del Lazio deciderà sul ricorso presentato da due associazioni di consumatori contro l’Opa volontaria che la Lactalis, la multinazionale francese dei latticini, ha lanciato sulla Parmalat. Alla base della richiesta di sospensione dell’offerta pubblica, spiega il Codacons, «la violazione dei principi del Testo unico della finanza e del Regolamento emittenti, e le carenze sul fronte della trasparenza che non consentono scelte consapevoli per nessuno dei soggetti coinvolti nell’Opa: investitori, Parmalat, parti sociali e consumatori». 

AGGIORNAMENTO 18 MAGGIO 12:50. Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva immediata dell’Opa sulla Parmalat. Se ne riparlerà in sede collegiale nell’udienza fissata per l’8 giugno (lo svolgimento dell’offerta pubblica lanciata dalla Lactalis è previsto dal 23 maggio all’8 luglio).

La tesi dei consumatori ignora un fatto: proprio ieri, al termine di un incontro con i vertici del gruppo francese, i sindacati di settore (Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil) hanno giudicato valido il progetto «sia per il futuro di Parmalat che per le prospettive dell’indotto del settore». In particolare, i sindacati «hanno convenuto che il progetto di Lactalis risponde positivamente ai criteri di valutazione condivisi tra organizzazioni sindacali e ministero dello Sviluppo». 

Il cda della Parmalat, invece, non contesta l’offerta pubblica in sé, tanto più che il relativo prospetto è stato già approvato dalla Consob, ma questo pomeriggio ha detto che il prezzo offerto – 2,60 euro per azione, per totali 3,37 miliardi,  – è inadeguato perché «non rappresenta il valore del capitale economico di Parmalat nel contesto di un’operazione di presa di controllo».

Alla mossa di mercato di Lactalis, l’amministratore delegato della Parmalat, Enrico Bondi, risponde adesso con una mossa di mercato: tenta, cioè, di alzare il prezzo, a vantaggio di tutti i soci. Fra cui ci sono molti ex piccoli risparmiatori rimasti coinvolti nel crac del 2003, e che hanno ricevuto azioni della nuova Parmalat in cambio di obbligazioni della vecchia.

L’obiettivo minimo è strappare almeno altri 20 centesimi per allinearsi almeno al prezzo (2,80 euro) che i francesi pagarono ai tre fondi esteri per acquisire un pacchetto del 15,3%, grazie al quale si sono portati a ridosso della soglia del 30 per cento. La mossa di Bondi si appoggia sul parere di una primaria banca d’affari (in questo caso la Goldman Sachs) e la consulenza di uno stuolo di legali (Shearman & Sterling, Lombardi Molinari, Legance). A giorni, e comunque prima dell’inizio dell’offerta previsto per il 23 maggio, verranno rese note le argomentazioni.

A questo punto della vicenda, Bondi fa ovviamente il suo dovere: massimizzare il ritorno finanziario per gli azionisti. Il problema oggettivo è che oggi le più che legittime ragioni finanziarie degli attuali azionisti di minoranza di Parmalat si scontrano con le ragioni industriali della Parmalat francese che verrà. La famiglia Besnier, proprietaria di Lactalis, è piuttosto restia ad esacerbare la leva finanziaria dell’operazione.

Un articolo pubblicato sabato scorso sul settimanale Milano Finanza spiega come «un ulteriore aumento dell’esborso, di almeno 350 milioni (cui corrisponderebbe un aumento del prezzo di 28 cent circa a 2,88 euro, ndr) aggraverebbe la posizione debitoria di Lactalis, che fra debito attualmente esistente (4,3 miliardi) e gli oltre 3,7 miliardi da mettere sul tavolo per Parmalat sfonderebbe la soglia dei 7 miliardi e vedrebbe schizzare il suo rapporto debito/ebitda oltre il livello di 4 volte». In breve: più cash per gli azionisti attuali significa molto più debito per il futuro gruppo Lactalis-Parmalat.  

È un trade off fra opposte esigenze e nei prossimi giorni si capirà dove verrà raggiunto il compromesso, anche se Antonio Sala, il presidente di Lactalis Italia, ha detto ieri che «il prezzo è quello» e non ci saranno ritocchi. Il prezzo di 2,60 euro corrisponde alla media con cui Lactalis ha comprato il 29% di Parmalat (oltre al 15,3% dei fondi, gli acquisti diretti e tramite contratti derivati), ha sottolineato il gruppo guidato da Emmanuel Besnier. La legge non obbliga i francesi ad allineare il prezzo offerto a quello più alto pagato, come accadrebbe se anziché di Opa volontaria si trattasse di Opa obbligatoria (che scatta quando si supera la soglia del 30%).

Tutto questo accade mentre la battaglia per l’italianità del controllo di Parmalat si combatte anche su altri due fronti: sul piano della giurisdizione amministrativa (dove, però, mercoledì 18 il Tar del Lazio ha respinto il ricorso dei consumatori), e in Procura a Milano, dove sono stati ipotizzati i reati insider trading e aggiotaggio a carico dei banchieri che hanno al rastrellamento dei titoli. Un quadro complessivo che rende bene tutta la fatica di un sistema-Paese di mantenere sul mercato una faccenda di mercato. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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