Brevetto europeo: l’Italia rischia di restare fuori

Brevetto europeo: l'Italia rischia di restare fuori

Che differenza c’è fra il brevetto di un lavandino e I Promessi Sposi? Per il nostro ministero degli Esteri, nessuna. Entrambi rappresentano il patrimonio linguistico italico, che va tutelato contro le minacce provenienti dall’Europa. È con questo ragionamento che oggi al Consiglio straordinario dei ministri Ue per la Competitività, quando si parlerà di brevetto, l’Italia sarà in aula come semplice osservatore. Insieme alla Spagna, non avrà diritto di voto quando il Consiglio adotterà due regolamenti che daranno il via al sistema europeo dei brevetti.

Sono almeno 15 anni che a Bruxelles si parla di una protezione unitaria del brevetto. La decisione storica di portare finalmente avanti il progetto – presa a marzo durante il Consiglio Competitività – è stata accolta con soddisfazione da tutti i Paesi membri. Tranne Italia e Spagna, che da poco hanno anche fatto ricorso alla Corte di giustizia europea per bloccare la procedura. Il nuovo brevetto, infatti, sarebbe redatto in tre lingue ufficiali: inglese, francese e tedesco.

L’Italia, stando alle dichiarazioni ufficiali, ha vissuto il trilinguismo come un affronto. «Riteniamo il ricorso alla cooperazione rafforzata inaccettabile e divisivo oltre che incompatibile con i principi e il funzionamento del mercato interno», ha dichiarato a dicembre il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Gli ha fatto eco Stefano Saglia, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, che ha rappresentato l’Italia al fatidico Consiglio Competitività di marzo: «Il brevetto unico sarebbe dannoso per le imprese italiane e declasserebbe il profilo dell’Italia nelle istituzioni comunitarie. L’introduzione del sistema trilinguistico, inoltre, viola il principio della pari dignità delle lingue ufficiali della UE».

Risultato: il resto d’Europa si muoverà grazie alla cooperazione rafforzata, mentre noi ne rimarremo fuori. Se andrà avanti, la proposta della Commissione europea su un brevetto unico consentirà alle imprese europee di abbattere dell’80% i costi relativi alla tutela della proprietà intellettuale. L’idea è quella di istituire uno sportello centrale che consenta di brevettare un’invenzione in 25 stati membri con una sola mossa, risparmiando il denaro ed il tempo che prima occorrevano per affrontare singolarmente le burocrazie nazionali.

Un risparmio enorme, se si considera che oggi il costo medio di brevettare un’invenzione in tutti i Paesi della Ue è di 32.000 euro (di cui 23.000 sono costi di traduzione), senza contare le spese successive di rinnovo e la trafila burocratica, diversa per ogni Paese. Se poi qualcosa va storto, tocca fare i conti con i rispettivi tribunali nazionali, a volte arrivando alla situazione di dover difendere la propria causa in parallelo, ad esempio, in un tribunale spagnolo, uno tedesco e uno inglese. Una situazione che mal si intona ad un mercato unico, e non aiuta certo la competitività dell’Europa. Soprattutto se si pensa che negli Stati Uniti il costo medio di un brevetto, secondo stime della Commissione europea, è di 1.850 dollari (circa 1.300 euro).

Quali saranno le conseguenze per l’industria italiana? Tecnicamente, «con questo sistema, si giunge alla situazione un po’ paradossale di un’impresa italiana che può comunque ottenere la protezione delle proprie invenzioni in 25 paesi con il brevetto unico, ma poi deve ripetere l’operazione di registrazione con le autorità competenti in Italia e in Spagna, i due paesi che hanno scelto di non partecipare alla cooperazione rafforzata», spiega Alberto Alemanno, Professore all’École des Hautes Études Commerciales di Parigi ed esperto di diritto europeo. «Inversamente – continua – un inventore tedesco che ottiene il brevetto unico non avrà garanzia che la sua invenzione sia protetta in Italia, per cui dovrà fare una seconda domanda al nostro ufficio nazionale brevetti».

Uno scenario che preoccupa non poco Confindustria. Il rischio più grande, spiega una fonte dell’associazione degli industriali, è quello di una progressiva marginalizzazione del mercato italiano. Allo stato attuale, per ottenere protezione negli altri Paesi Ue, l’Italia si troverà nella condizione di fare domanda ad un sistema a lei completamente estraneo, alla stregua di un’impresa cinese o americana. Molte imprese, inoltre, una volta ottenuto il brevetto a 25, potrebbero decidere di non brevettare le loro invenzioni nel nostro Paese, che poco a poco si troverebbe ai margini del mercato.

Ulteriore effetto, ancora più preoccupante, è che l’Italia diventi la patria della contraffazione. Una sorta di zona franca dove si può produrre senza rispettare i brevetti validi negli altri Paesi della Ue. Una produzione “sfasata” rispetto al resto del mercato unico, che potrebbe portare le nostre imprese a lunghe e costose trafile legali.

Le vittime per cui si teme di più, tuttavia, sono le nostre PMI, che si troverebbero a sostenere il doppio costo di brevettare in Italia e nel sistema Ue-25, e potrebbero così rinunciare a brevettare all’estero. Oppure, se scegliessero di brevettare solo con il sistema Ue, andrebbero incontro al rischio che la propria invenzione non venisse protetta nel Paese d’origine. Una zavorra che gli imprenditori italiani non si meritano.

Al colmo dell’esasperazione, un piccolo imprenditore del nord est, Stefano Cimatoribus, ha scritto al direttore di European Voice, il settimanale dell’Economist specializzato in Affari europei. “Meno bunga bunga e più brevetto europeo” era l’eloquente titolo della lettera pubblicata, in cui invitava i negoziatori italiani a dare un’occhiata ad un brevetto per capire veramente quanto fosse distante dalla nozione di letteratura.

Il fervore della lettera lascia intendere l’umore delle PMI in merito alla decisione. Concludeva il lettore: «Come italiano, non potrei essere più deluso. L’Italia ha scelto di rimanere fuori e i suoi imprenditori innovativi non trarranno beneficio da questo meccanismo».

Agli imprenditori come Cimatoribus non resta che sperare che l’Italia cambi idea. Ora la proposta continua il suo iter e passerà in parlamento, per poi arrivare al Consiglio. Siamo ancora in tempo ad aggregarci. Ed è quello che la Commissione (e non solo) si augura.