Come sedici anni fa Bossi doma la rivolta di Maroni

Come sedici anni fa Bossi doma la rivolta di Maroni

«Maroni è scontento? Peggio per lui». Dopo sedici anni Umberto Bossi torna a scontrarsi con il suo figlioccio. Ieri il ministro dell’Interno aveva fatto trapelare la propria insoddisfazione per la riconferma di Marco Reguzzoni – fedelissimo del Senatùr – nel ruolo di capogruppo alla Camera. Oggi Bossi gli ha risposto: «È la base che tiene sotto controllo la Lega, non Maroni».

La rivalità tra i due esiste da tempo. Non è un mistero. Maliziosamente, qualcuno ha osservato che lo striscione srotolato sul pratone di Pontida che inneggiava a «Maroni presidente del Consiglio» altro non fosse che la traduzione istituzionale di un sogno che l’attuale ministro degli Interni coltiva da almeno sedici anni, da quel lontanissimo tempo in cui il Bobo giovinetto progettò addirittura di fare le scarpe al suo adorato Umberto. Ci voleva fegato, allora, per sfidare il senatùr sul terreno della politica e invece Maroni possedeva soltanto l’ingenuità di un’ambizione sbagliata: uccidere simbolicamente un padre troppo ingombrante, spezzare il cordone ombelicale e librarsi a nuova vita. Al punto che per un periodo si allontanò dalla Lega. Oggi che i titoli dei quotidiani sono tornati a essere «Maroni contro Bossi» c’è soltanto da sorriderne.

Del resto, Bossi e Berlusconi convergono idealmente su un punto, forse Bossi ancora più del premier: non gli sopravviveranno delfini, tanto meno eredi, sarà un avvitamento senza fine e senza prospettiva, un autodafé dolorosa per sé e per gli altri. È il sentimento esclusivo di un’avventura che nasce, cresce e muore interamente dentro la figura del leader, che non prevede cessioni di potere se non quelle, minime, che la semplice burocrazia concede a chi resta. Per riavere in futuro un Berlusconi, per ritrovare un Bossi, dovremo aspettare molti e molti anni, forse per sempre. I nostri protagonisti ne sono perfettamente consapevoli e in fondo godono di questo straordinario egoismo.

Maroni conosce Bossi meglio di chiunque. E lo patisce, nell’inevitabile ammirazione. Quando nel ’95 avvertì che il suo leader stava portando la nave sugli scogli della sinistra, all’indomani dello “strappo” leghista che appena dopo sei mesi aveva fatto cadere il primo governo Berlusconi, pensò che il momento di staccare fosse arrivato. Diceva allora, il Bobo Maroni: «Io preferisco fare l’ala liberal in un governo di centro-destra, che l’ala conservatrice in un governo di sinistra, e questo non mi sembra in contraddizione col mio passato di militante del Movimento studentesco e di Democrazia Proletaria».

Era successo che l’Umberto, che ovviamente sapeva di politica, e ne sa, molto più del suo figlioccio, dopo aver disarcionato il Cavaliere s’inventò un’infernale triangolazione con Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione per puntellare dall’esterno il governo Dini. Invitò i due nella sua casa romana, e invece che polenta cavò dal frigo qualche scatola di sardine, accompagnate da una malinconica confezione di pancarré e irrorate da lattine di birra e coca. Quella sera venne consegnata alla storia come il «Patto delle sardine». Ancora oggi, D’Alema nega fieramente d’averle mangiate. Conoscendolo, riteniamo sia possibile.

All’epoca, lo sguardo dell’Umberto da Giussano avrebbe trafitto un cardellino a centro metri. Quando s’andò a nuove elezioni, era il 21 aprile del ’96, la Lega – sola soletta – conquistò il dieci e quattro su scala nazionale e ben 87 parlamentari. Un autentico trionfo. Cos’era successo? Semplice, che Bossi aveva giocato su più tavoli, illudendo più tifosi: gli piovvero persino molti voti da sinistra, come ringraziamento per aver fatto cadere il tiranno e come auspicio di future alleanze.

Il tenero Bobo, intanto, era già rientrato nei ranghi, dopo aver persino tentato lo scontro, il faccia a faccia, nel congresso del ‘95. Ma non lo aveva seguito nessuno e la base lo considerò come un piccolo traditore.
Oggi molto è cambiato, ma un aspetto rimane sul tappeto, ancora attuale, del tutto percepibile. L’ex giovane avvocato della Avon coltiva ancora la sua ambizione, questa volta con quindici anni di esperienza sulle spalle. L’Umberto appare come un uomo stanco e provato dalla malattia. La partita dunque si riapre, ma con le fragilità che sappiamo. La fine non è nota.