Il Libano ora ha un governo, ma in Siria c’è l’ombra di Al-Qaeda

Il Libano ora ha un governo, ma in Siria c'è l'ombra di Al-Qaeda

Sembra che le cose stiano cambiando, in Medio Oriente, ma la situazione è sempre di stallo. La Siria di Bashar al Assad continua a sgretolarsi, mentre il vicino Libano sta recuperando stabilità.

È di oggi l’annuncio del nuovo governo: una maggioranza di Hezbollah, che con l’alleanza di Michel Aoun, leader cristiano maronita, sostiene il primo ministro Najib Mikati. Al governo ci sono anche anche altre forze, cioè i sostenitori di Michel Sleimane, presidente della Repubblica, e del capo druso Walid Joumblatt. All’opposizione, Saad Hariri, ex-primo ministro, crollato il 12 gennaio scorso proprio su iniziativa di Hezbollah.

«È un governo che guarda alla Siria con grande favore», spiega Antonino Pellitteri, professore di orientalistica all’Università di Palermo, «vogliono seppellire le antiche controversie. Amici della Siria e del governo siriano. E sono molto preoccupati per quello che sta accadendo». 

Il riferimento non è, in generale, alle rivolte che da mesi stanno indebolendo Bashar al Assad, ma al ritrovamento dei 120 soldati uccisi a Jisr al Shughur, al confine con la Turchia. «Un fatto preoccupante. Per il numero, per la modalità. Per la crudeltà. Nessun movimento avrebbe fatto una cosa del genere. È opera di terroristi, forse di Al Qaeda». Non si tratta di una ritorsione del governo nei confronti di soldati passati con gli insorti? «No, non è possibile. Qui si tratta di terroristi. Magari sono passati attraverso l’Iraq».

Il quadro diventa più complesso: anche la Turchia, di fronte ai disordini, è preoccupata. Il presidente rieletto Recep Tayyip Erdogan ha espresso toni più duri con Bashar al Assad, ma mostra di mantenere la prudenza «Sente di avere più autorevolezza, grazie alla riconferma. Il rapporto con la Siria, per lui, è il rapporto con tutto il mondo arabo», spiega Pellitteri.

Se da un lato Erdogan mostra il pugno e condanna la repressione operata dal regime, dall’altro Ankara cerca di tenere lontano dalla stampa i quasi settemila profughi che dal nord della Siria hanno attraversato il confine, ospitati nei campi di Yayladagi e Alkinazu, come racconta il quotidiano israeliano Haaretz. In questo modo, non possono raccontare le violenze subite in Siria.

Che continuano. Secondo i siti dei manifestanti su Facebook, il presidente avrebbe inviato carri armati diretti a Est, a Der Azzur e el Bukamal, dove sarebbero sorte altre proteste. Un fronte che si apre in ogni direzione, e che rende tutto più caotico. Secondo gli attivisti, i soldati obbediscono solo perché il regime li terrebbe all’oscuro della reale situazione del Paese, e dell’identità delle persone che combattono. Una battaglia che passa anche attraverso la confusione delle informazioni, tale che anche un blog fasullo come quello di Amina, la lesbica attivista che sfidava il potere, ha potuto sembrare credibile.

Intanto, la Casa Bianca ribadisce la necessità della transizione, e anche la Lega Araba, con le parole di Amr Moussa, sostiene che ormai il livello non sia più accettabile. E tutto fa credere che, comunque, il destino del presidente Assad sia già scritto.

Secondo un ufficiale della difesa israeliano, ormai è questione di pochi mesi, meno di un anno. Le proteste, all’interno del Paese, stanno assumendo una forma più concreta. I Comitati di Coordinamento Locale, che organizzano le manifestazioni, hanno emesso il loro primo documento programmatico: per la transizione verso un nuovo governo, più democratico.

«Ma tutti questi attori devono stare attenti. Occorre una chiara posizione contro il terrorismo», aggiunge Pellitteri, «altrimenti gli attentati finiranno per aiutare Assad». E, di conseguenza, l’instabilità.

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