Ipotesi (realistiche) per riportare l’acqua a Milano

Ipotesi (realistiche) per riportare l’acqua a Milano

Spesso si è tentati di ridefinire e di raccontare come Milano sia una città d’acqua, come dall’acqua, in passato, abbia tratto parte della sua ricchezza, della sua cultura, della sua attuale forma urbana che ne ricalca i tracciati divenuti con il tempo elementi generatori per il disegno e la programmazione della crescita della città.

Lo spazio urbano nel tempo si è modificato e da città dell’acqua si è trasformata in città della macchina, reagendo agli impulsi della modernità e adottando con rapidità i progressi della tecnica. La città influenzata dalle avanguardie artistiche, e in particolare dal movimento futurista che proiettava su tele e plasmava nei metalli forme e immagini di una città in movimento, si è adeguata al nuovo uso della modernità, con incredibile velocità, senza preoccuparsi di perdere frammenti e storie del suo passato e sostituendoli con altrettanti nuovi, per conquistarsi un posto nel mondo.

La città, in questi ultimi anni, sembra non aver saputo cogliere con la stessa rapidità di allora gli elementi e i percorsi di rinnovamento e i processi di ammodernamento che coinvolgono i complessi sistemi urbani europei con i quali Milano si confronta.

Se è vero che Milano è una città d’acqua è altrettanto vero che questo importante elemento è invisibile, interrato, insomma nascosto alla vista e indifferente alla vita pubblica della città e dei suoi cittadini. In passato, e soprattutto oggi il tema dell’acqua viene intensamente dibattuto ma sempre slegato dalle relazioni che tale elemento potrebbe costruire con lo spazio pubblico e gli edifici che i cittadini abitano usano e nei quali si riconoscono come parte di una comunità.
Seminari di riflessione sull’uso e il valore intrinseco dell’acqua, esercizi di progettazione di oggetti legati all’acqua o al recupero e conservazione del prezioso liquido, mostre didattiche itineranti attivano vivaci dibattiti senza però dare nessuna indicazione su come re-inventare e ricostruire, tra storia, presente e futuro, le relazioni tra acqua e spazio pubblico, tra acqua e cittadini all’interno delle nostre città.

In particolare ci pare di poter affermare che i temi di progetto e di ricerca che vedono come oggetto l’acqua siano stati fino ad ora trattati come sistemi chiusi, riferiti e relazionati di volta in volta a una sola disciplina, a un luogo specifico e limitato; è necessario invece intraprendere un lavoro che guardi al complesso della città, che metta a sistema i singoli e isolati progetti e che li estende a tutta la città, costruendo prima ancora che una collezione di azioni, un manifesto dal quale trarre un programma di governo e progetto per l’acqua da attuarsi nel territorio esteso della città.

Ci sembra necessario, quindi, ragionare su Milano per una nuova antropologia dell’acqua, tramite un insieme ragionato di progetti e di azioni che si interroghi sulla complessità della natura dell’elemento acqueo. Un manifesto ancora aperto che possa raggruppare intorno a sé idee, discipline e saperi diversi, gruppi di ricerca compositi e complessi in grado di trattare il tema su più livelli; un manifesto che, tramite l’acqua, determini una rinascita dello spazio urbano contemporaneamente articolata sul piano di una riscrittura storica, tecnica ed estetica, di un importante condensatore sociale qual’è e deve tornare ad essere lo spazi pubblico.

0. Mappe_ disegnare la mappa urbana dell’acqua 

Nel corso del tempo le mappe hanno rappresentato e fissato sulla carta l’immagine di un luogo in un determinato tempo. Sono state usate come strumenti di conoscenza e lavoro e nel tempo si sono moltiplicate, a volte hanno integrato nel loro disegno sempre un maggior numero di informazioni, ma soprattutto si sono specializzate, inevitabilmente irrigidendosi e spesso perdendo quella dimensione fantastica e quella capacità di rappresentare l’interezza di un luogo e non solo una sua specifica parte. Mappe dell’acqua ne esistono molte, storiche e moderne ma per determinare una nuova relazione tra acqua spazio pubblico edifici e cittadini non sono sufficienti, non sono integrate e difficilmente integrabili al disegno della città e ai sui flussi.

Necessitiamo quindi di un loro completo ripensamento e del disegno di nuove mappe. Sul piano orizzontale, appoggiate al suolo tombini, vedovelle ecc, cosi come su quello verticale, caditoie, pluviali, ecc, rappresentano i nuovi elementi da mappare e integrare con la natura fluida dell’acqua, che disegna paesaggi cangianti e mutevoli difficilmente fissabili all’interno di un supporto statico. Necessitiamo di mappe che integrino il sotto e il sopra, il piano orizzontale e quello verticale, e che ospitino al loro interno tutti quegli elementi capaci di trasportare contenere e rilasciare l’acqua nello spazio della città in cui viviamo.
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1. Strumenti_ l’acqua, una nuova dimensione per gli standard urbanistici

Nelle varie forme che le amministrazioni si danno per normare e programmare lo sviluppo delle nostre città esistono i piani del commercio, quelli per il traffico, ancora quelli per i servizi e poi gli standard urbanistici per il verde e le urbanizzazioni, e sicuramente in qualche meno noto documento anche qualche cosa a proposito dei servizi per l’erogazione dell’acqua.
Anche negli ultimi documenti di pianificazione redatti dall’amministrazione, non ci sono specifici documenti che normino in maniera strutturata il tema dell’acqua nella sua relazione con lo spazio pubblico della città:
Non c’è scritto per esempio quanti mq di superficie di acqua minimo si debba far affiorare o introdurre in un parco, o quante fontane, giochi d’acqua o macchine idrauliche si debbano o si possano installate nelle piazze urbane; o ancora non vi è scritto soprattutto quanti mq o litri pro capite debbano essere ragionevolmente realizzati per ottenere una maggiore qualità urbana.
La quantità non è mai stata per forza sinonimo di qualità e aver detto che ogni abitante doveva disporre di 18 mq di verde a persona non ha certo garantito la qualità urbana di cui avremmo bisogno. Indicare però dei numeri, delle quantità minime sarebbe un inizio, un segno per sperimentare nella città che effetto avrebbe disporre e sostituire, per esempio, asfalto con acqua. Forse, da subito, basterebbe cambiare la pelle orizzontale delle nostre città, basterebbe scorticare l’asfalto di alcuni slarghi e piazze e lasciare che il terreno traspiri, assorba la pioggia o che la trattenga laddove la sua composizione lo permette, ridisegnando così un pavimento e una dimensione urbana cangiante e più morbida.

2. Depurazione_ l’acqua come elemento rigenerazione del paesaggio
Tante piccole azioni sommate non è detto che producano un grande ed efficace effetto. Sarebbe più opportuno un unico grande progetto di programma e di intervento che affronti il problema con la necessaria ampiezza. Ciò sarebbe possibile forse in un terreno vergine e in una condizione in cui istituzioni del territorio e soggetti privati potessero e riuscissero a coordinarsi e a lavorare insieme. Ma la struttura del territorio della regione milanese intensamente urbanizzata, e la moltitudine di soggetti che controlla a diverso titolo le acque, non soddisfano certo le condizioni di cui si accennava. Un obbiettivo unitario si può raggiungere oggi, solo se la moltitudine di possibili operazioni e interventi parcellizzati sul territorio vengano messi a sistema tra loro.

Dal Ticino all’Adda, dall’Olona al Lambro attraverso il Seveso, i tratti urbani di questi corsi d’acqua dovrebbero riappropriarsi dei loro argini, degli spazi non edificati e abbandonati presenti lungo il loro corso, delle aree industriali dimesse per trasformarli in aree per la riqualificazione e rigenerazione delle acque, realizzando implicitamente lungo il loro corso un laboratorio naturale di buone pratiche di depurazione.

3. Storia_ una riscoperta discreta
In tutti i contesti urbani complessi l’acqua nella storia ha sempre ricoperto un importanza strategica. L’acqua ha spesso definito la forma e la struttura delle città e delle sue architetture. Insieme all’orografia, spesso risultato della sua azione, l’acqua ha prodotto città che per lungo tempo si sono sviluppate in simbiosi con essa.
Con il tempo la tecnica e il progresso scientifico hanno introdotto nuovi sistemi per il controllo, la conservazione e l’uso dell’acqua, distaccandoci dalla sua natura originaria abbiamo violato alcune sue regole comportamentali e abbiamo perduto ambienti e spazi urbani che nell’acqua e con l’acqua trovavano la loro ragione d’essere.
Tra storia e visione si potrebbero certamente riscoprire relazioni perdute, i fiumi e i laghi sotterranei, le cave abbandonate o dimesse, i navigli tombati, rappresentano una possibilità di riscatto per lo spazi pubblico e l’occasione per rigenerare parte di quella intensa e fantastica rete che strutturava e disegnava la forma della città.

Non i costi, non la complessa trama di infrastrutture e sottoservizi che corrono nel sottosuolo e neanche il timore di incrementare insetti ci dovrebbe indurre a rifiutare una possibile riapertura dei navigli; piuttosto occorre allontanare il rischio di attivare un processo di carattere romantico e decadente volto a ripristinare un passato che non ha forse più senso ripistinare.
Al centro quindi non le infrastrutture dell’acqua, i manufatti antichi e recenti ma l’acqua stessa e la sua potenzialità come motore per nuovi ecosistemi, come moderna protagonista della rigenerazione urbana, come linea di connessione sistemi e luoghi urbani apparentemente lontani tra loro.
Soluzioni puntuali di riscoperta dell’acqua come veicolo per riscoprire la storia della città, ma soprattutto come dispositivo per connettere e collegare: Conca del Naviglio, l’ultimo tratto della Martesana, così come quello della Vettabbia dal parco del Ticinello alla Darsena, potrebbero attivare nuove inaspettate connessioni all’interno del contesto urbano.

4. codici_ per una nuova estetica dell’acqua
Guardando indietro, il rapporto tra insediamento umano ed elemento acqueo ha generato uno sviluppo dell’architettura e del disegno urbano parallelamente allo sviluppo delle tecniche costruttive e dei movimenti architettonici. Fontane e giochi d’acqua, percorsi, vasche e peschiere hanno rappresentato e sono divenuti elementi ee estetica dello spazio pubblico, in grado di anticipare e di innovare i codici estetici a cavallo tra architettura e scultura, tra opera d’arte e arredo urbano. Molto interessante resta comunque la storia di questi elementi, che nelle nostre città hanno conosciuto un continuo alternarsi di momenti di successo e lunghi periodi di abbandono.
Oggi, dentro un contesto urbano bisognoso di qualità, nuovi dispositivi di riqualificazione e interazione tra spazio pubblico e cittadini che usino l’acqua come elemento di relazione, crediamo possano attivare un percorso di rinnovamento e sperimentazione che mette al centro l’acqua.

Lontano da qualsiasi approccio nostalgico, lungo la cerchia delle mura spagnole, dentro i parchi urbani o ancora sulla cerchia dei navigli, all’interno di un progetto olistico, una serie di nuovi dispositivi acquei espressione dell’unione tra storia tecnica e d estetica potrebbero essere in grado di rinnovare e di sperimentare su di sè nuovi codici estetici e innovativi rapporti tra la città e il suo sistema idrico.

5. energia_ l’acqua come risorsa
Sopraffati dalla necessità di consumare meno energia, e dalla evidente necessità di reperirne o produrne sempre maggiori quantità per soddisfare i nostri crescenti bisogni, l’acqua può passivamente aiutarci in questo obiettivo. All’interno degli edifici l’acqua è una presenza tanto nascosta e discreta quanto importante, e rappresenta per essi quello che è per il corpo umano il sistema venoso. Indispensabile per il funzionamento degli edifici, ha però perso da molto tempo il ruolo che gli era stato attribuito di rappresentare e aumentare la qualità estetica e climatica di alcuni spazi.
Impluvium e giochi d’acqua sono spariti dalle nostre abitazioni e con essi anche gli effetti benefici dei microclimi che costruivano.
L’acqua dentro e sulla pelle dei nostri edifici potrebbe tornare a ricoprire un ruolo centrale sia sul piano estetico e linguistico sia su quello energetico e ambientale. L’acqua potrebbe partecipare così al rinnovamento delle nostre città immaginando rivestimenti degli edifici in grado di trattenere l’acqua e di preservare termicamente gli interni.

Rivestimenti in grado di trattenere l’acqua, facciate ventilate, superfici drenanti sono in grado di proteggere gli spazi interni e mitigare l’aria circostante attivando flussi di circolazione della stessa. Estensioni deboli di veli d’acqua orizzontali e verticali sui suoli, sui tetti e soprattutto lungo le facciate sono in grado di costruire un sofisticato ecosistema dentro la città, in grado di riaprire la discussione anche sul piano delle relazioni estetiche e tipologiche tra architettura e acqua. 

*Architetto,  Master in Urban Vision and Architectural Design di Domus Academy

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