La nevrosi “popolare” che Draghi ci lascia in eredità

La nevrosi “popolare” che Draghi ci lascia in eredità

Nella complessa eredità che il governatore Mario Draghi si lascia alle spalle – oggi è arrivata la sua nomina ufficiale alla presidenza della Bce – c’è la spinosa questione della riforma banche popolari. Una questione irrisolta e sempre più incancrenita che tocca un centinaio di banche di tipo cooperativo (dove si vota “democraticamente” per testa, una testa un voto, e non per quote di capitale possedute) con un milione e 200mila soci, 11 milioni di clienti e una quota del mercato bancario nazionale pari a circa un quarto del totale.

Di riforma delle Popolari, specialmente di quelle che negli ultimi quindici anni da piccole banche locali sono cresciute fino diventate grandi gruppi nazionali, si discute da un decennio. Tutto è stato bloccato dalla potentissima resistenza lobbistica della categoria ma anche dall’inerzia/incapacità del legislatore (il Parlamento) e del regolatore (la Banca d’Italia) di avviare un serio dibattito sulle finalità strategiche di questo tipo di banche, prima ancora che sulle regole di governo. Su questo si è creato un grande equivoco che confonde una riforma di rinnovamento, concepita per ritrovare la “mission” storica di banche popolari al servizio al territorio e ai clienti-soci, con una riforma di trasformazione, pensata per accompagnare in modo più o meno graduale l’evoluzione verso il modello della banca-società per azioni.

Draghi è stato per sei anni governatore della Banca d’Italia. Non è pignoleria ricordare che gli scandali che bancari che avevano investito l’istituzione prima del suo arrivo, a fine 2005, vedevano come protagoniste una banca popolare, la Popolare di Lodi, e una ex popolare che era stata trasformata in società per azioni pochi anni prima, la Antonveneta. Questo per dire della centralità che la questione aveva, o avrebbe dovuto avere, nel mandato del neo banchiere centrale chiamato a succedere ad Antonio Fazio.

A conclusione del mandato, però, il lascito di Draghi assomiglia a una nevrosi collettiva per inerzia da riforme. Parafrasando Freud, si può dire che l’incapacità di trovare uno sbocco alle pulsioni di sviluppo ha generato alcune fissazioni, di cui il regolatore sembra soffrire quanto i regolati. Per la rilevanza istituzionale e mediatica che ha assunto in questi giorni, la più infantile di queste fissazioni è quella delle deleghe di voto: siccome la gran parte dei soci non va in assemblea, e questo comporta un insano consolidamento delle posizioni di potere esistenti, si pensa che la cura stia nell’aumentare i voti che ciascun socio può esercitare a nome di altri soci. 

Sul questo tema si è incancrenito il confronto fra la Banca d’Italia e la Popolare di Milano, la più “popolare” delle Popolari, dove la partecipazione organizzata dei dipendenti-soci alle assemblee, a fronte del ridotto interesse di altre categorie di soci, ha fatto sì che, ormai da molti decenni, siano i soci ad eleggere la maggioranza del consiglio di amministrazione. 

Ad aprile la Bpm aveva già innalzato il numero di deleghe da due a tre per ciascun socio non lavoratore (i dipendenti non possono avere deleghe). Negli stessi giorni, a conclusione dell’ispezione condotta, Bankitalia ha chiesto di portare le deleghe a cinque: in Via Nazionale, evidentemente, si pensa così di agevolare la possibilità di un ribaltone che metta in minoranza di soci-dipendenti.

Messo sotto scacco dalla richiesta imperativa di rafforzare il patrimonio (fino a 1,2 miliardi di aumento), sotto minaccia di un inasprimento dei parametri di vigilanza che spianerebbe la strada al commissariamento, il cda ha approvato la proposta di aumento delle deleghe e questo sabato la sottoporrà all’assemblea dei soci. I dipendenti (circa 6mila) sono contrari e si sono organizzati per votare in massa no, le associazioni di ex dipendenti (i pensionati) e soci non dipendenti sono orientati per il sì. In assemblea, alla vecchia fiera di Milano, sono attesi 6mila soci, di cui una metà potrebbero essere rappresentati per delega. 

Al di là di quello che succederà domani in Bpm (gli esiti sono aperti), pensare che le deleghe saranno la panacea di tutti i mali è un’illusione. Per certi versi potrebbero persino peggiorare la situazione, aumentando la conflittualità e l’instabilità, senza per questo arrivare a un ricambio nelle stanze del potere. Il caso della Bper è emblematico. La Popolare emiliana è quella che ha adottato le norme più aperte in fatto di partecipazione della base sociale: quattro deleghe per socio e piena accessibilità ai recapiti dei soci. All’ultima assemblea del 16 aprile, nonostante la mobilitazione di 12mila soci, nulla è cambiato. Il gruppo dirigente storico guidato dal presidente Ettore Caselli è riuscito a impedire che i soci “ribelli” organizzati da Gianpiero Samorì riuscissero a ottenere anche un solo posto in cda. Una provvidenziale lista amica, che ha trovato voti soprattutto al Sud, dove la banca ha una discreta presenza, ha ottenuto il posto riservato alla minoranza. Il risultato è stato dunque la moltiplicazione delle truppe cammellate: migliaia di soci intruppati a votare secondo indicazioni calate dall’alto. 

Nelle altre grandi popolari, la situazione non è diversa: al Credito Valtellinese sono ammesse fino a cinque deleghe, ma anche qui gli assetti di potere consolidati proseguono senza scosse. All’opposto, nel Banco Popolare «ogni socio può rappresentare soltanto un altro socio» (articolo 23 dello statuto), e non risulta che Bankitalia abbia intrapreso una battaglia campale per l’aumento delle deleghe, nonostante l’inamovibilità del gruppo dirigente guidato dal presidente Carlo Fratta Pasini, sotto il cui mandato si sono verificati operazioni infelici (l’acquisizione della Popolare di Lodi) e scandali (Italease) ben più gravi degli incidenti in cui è incorsa Bpm. 

Con questa fissazione sulle deleghe, insomma, non si va lontano. Anziché risolvere i problemi di governo delle Popolari si rischia di moltiplicarlo e ingigantirlo fino a trasformare le banche in territorio di caccia per movimenti più o meno politici organizzati. Ma c’è di più, e di peggio. Mentre Draghi si avvia alla Bce, in una situazione che rasenta la tempesta perfetta sulle grandi banche italiane, sul tavolo resta aperto il dilemma strategico delle banche popolari, di cui il voto capitario è (era in origine) una caratteristica strumentale ma non la finalità. La crisi di “mission” sociale che tocca le grandi Popolari, diventate sempre più simili alle banche commerciali, è ancora tutta lì. Irrisolta.

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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