L’onestà intellettuale di chi sa cambiare idea

L’onestà intellettuale di chi sa cambiare idea

C’è qualcosa di irripetibile nei fatti, ma anche di molto trasmissibile, perché ogni fatto diventa presente nel racconto. Quando ti racconto un fatto vero, tu quel fatto lo conosci e diventa tua esperienza di vita attraverso il racconto. La parola di una persona ti rende presente la persona che parla, se a te interessa; se no, la escludi.

D’altronde tutta la nostra cultura è fondata sulla testimonianza altrui. Quello che ho imparato, l’ho imparato da altri; se non credo a quello che loro hanno sperimentato, non lo sperimenterò mai. Se invece mi affido a ciò che dicono, posso io stesso vedere che è vero in prima persona. Attraverso la parola faccio la stessa esperienza di chi l’ha fatta prima di me, che me la comunica con la sua parola.

[Per la lectio sul Vangelo di oggi, domenica di Pentecoste, si rimanda alla lettura pubblicata domenica 1 maggio. Di seguito il racconto sull’incredulità di Tommaso]

Giovanni 20, 24-31 (leggi qui il testo integrale

Questo racconto fa da anello di congiunzione tra i primi discepoli che hanno visto il Risorto perché c’erano e noi che non l’abbiamo visto perché non c’eravamo. Dobbiamo credere alla testimonianza altrui? Tommaso per principio non crede, vuol vedere e toccare di persona. Quindi rappresenta l’incredulità della testimonianza.

Ora Tommaso, uno dei dodici, quello detto Didimo, gemello, non era assieme a loro quando venne Gesù.

L’evangelista Giovanni non usa mai la parola “i dodici”, se non rarissime volte – dopo il dono dei pani e qui. In genere preferisce il termine “discepoli”, che è più ampio. Quando dice “uno dei dodici”, parla solo di Giuda e di Tommaso.  “Uno dei dodici” è il prototipo sempre di tutti e dodici: quindi Giuda e Tommaso sono il prototipo degli apostoli e dei discepoli successivi, cioè di noi.

Tommaso è chiamato Didimo, che vuol dire “gemello”. Tommaso, innanzitutto, è gemello di Giuda: uno dei dodici come lui, che non era con gli altri quando Gesù è risorto. Giuda era uscito nella notte, dopo che Gesù aveva donato il suo pane, e anche Tommaso è fuori nella notte, forse perché aveva avuto il coraggio di uscire. Tommaso è gemello di Giuda, cioè, perché vive il suo limite come luogo di divisione dagli altri invece che come luogo di comunione.

Tommaso è anche gemello di tutti noi. Noi non c’eravamo allora, e anche lui non c’era, ma è giunto alla fede. Anche noi dobbiamo giungere alla fede. Quindi rappresenta un po’ tutti noi e giungiamo alla fede, e il nostro travaglio per giungere alla fede.

Tommaso è gemello anche di Gesù. È la sua anima gemella, il suo alter ego. Di fatti è disposto a morire a fianco di Gesù, l’unico. Quando Gesù va a Gerusalemme per resuscitare Lazzaro, e gli dicono: «Ma lì ti vogliono uccidere», lui risponde: «Andiamo anche noi a morire al suo fianco». È coraggioso. Sfida anche la morte. Ama davvero Gesù. Però lo ama senza speranza. E l’amore senza speranza si chiama anche inferno.

Cioè lui pensa che la morte sia la parola definitiva. Pensa che Gesù appunto vada verso la morte, che la morte sia il destino comune dell’uomo. Invece Gesù non va verso la morte, Gesù torna al Padre, proprio facendosi solidale con i fratelli fino alla morte. E facendo della morte il luogo della comunione con il Padre e coi fratelli. 

Tommaso vedrà la via che percorre Gesù e la toccherà proprio attraverso le ferite. Deve imparare a conoscere che c’è un amore più forte della morte, per cui riceve senso anche il nostro morire e il nostro vivere. Lui invece è disposto anche a morire: ma vive nell’orizzonte della morte, dove tutto è finito. 

Questo discepolo è molto vicino alla sensibilità dell’uomo moderno, e per principio non crede alla testimonianza. Tra l’altro, l’errore non è non credere alla testimonianza – bisogna essere anche critici con la testimonianza altrui – però se per principio non credi alla testimonianza, vuol dire che per te nessuna parola ha valore. Quindi devi cancellare la parola in tutti i rapporti umani. Se cancelli la parola, cancelli tutti i rapporti umani, tutta la storia, la cultura, l’arte, la filosofia, la politica, l’economia – è poco male in certi campi, in altri invece è molto male! – perché tutta la nostra esistenza è sul rapporto di fiducia nella parola.  Tommaso nega per principio che la parola abbia valore.

Per lui l’unica parola sicura è che si crepa. È disposto anche a fare anche quello, quindi è anche un uomo eroico, titanico: ma disperato. In questo probabilmente è gemello nella parte più profonda di noi, quella che sotto sotto, anche rimuovendola, cerchiamo come unico orizzonte. Poi però, tutto sommato, siamo fatti per qualcosa di buono, siamo disposti anche a dare la vita per certi valori, però in modo disperato. È una figura molto grande questo Tommaso. È nostro gemello.

Lui non era “con”. Questo suo non essere “con” è importante… [vuol dire] non essere tra gli altri. E gli altri erano lì ammucchiati dalla paura. Lui invece riesce anche a rimuovere la sua paura e dice: voi siete vigliacchi… E se ne va da solo. Cioè non accetta neanche la condizione naturale di tutti gli uomini, rimuove questo fatto. Vive la sua solitudine mortale in modo eroico e tragico. È l’incredulità assoluta sulla possibilità di una vita di amore che possa essere la parola definitiva.

Se non è insieme ai fratelli, non può incontrare il Figlio, perché Dio, che è amore e relazione, lo incontri stando con i fratelli. Anche condividendo il limite e la paura e la morte. Ma facendo di questo il luogo di simpatia e di comunione, non di rimozione.

Dissero allora a lui gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore». Ora egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non getto il mio dito nel segno dei chiodi e getto la mia mano nel suo fianco, non crederò affatto». 

Tommaso non crede per principio né alla comunità, né alla novità di esperienza, né alla possibilità di una vita nella riconciliazione, nella gioia, nell’amore, nel perdono. Non crede alle parole, non crede nemmeno a ciò a cui corrispondono le parole, cioè la comunità che vive la vita. Perché il luogo dell’esperienza di Dio è sempre la comunità.

La testimonianza cristiana non è andare in giro ad annunciare Gesù a tutti. Se andiamo in giro ad annunciarlo con certe facce, lo screditiamo. O se andiamo in giro ad annunciare Gesù per fare delle crociate, è meglio non farlo. La testimonianza cristiana è la nostra vita trasformata che vive nell’amore per i fratelli. Allora, come dice Pietro nella sua lettera, «rendi conto della bella speranza che è in te».

«Se non vedo nelle sue mani l’impronta». Impronta in greco significa “impressione”, “colpo”, ma anche “sigillo”. Quel buco dei chiodi che ha colpito il Signore è il sigillo della sua identità divina, è l’autenticazione che Lui è Dio. Proprio nelle sue ferite d’amore si rivela Dio.

Tommaso vuole mettere dentro il dito, mettere la mano nel fianco trafitto. È segno di incredulità, perché dice “voglio toccare e vedere di persona”, ma è anche desiderio di comunione profonda. Far l’esperienza del Risorto è proprio immergersi, battezzarsi. È da questa ferita che nasciamo ed è entrando lì che trovi l’amore di Dio che è principio della vita, è lì che respiri la vita! Quindi è giusta la sua esigenza.

E dopo otto giorni, di nuovo erano dentro i suoi discepoli, e Tommaso con loro. Viene Gesù a porte sprangate, stette in piedi nel mezzo e disse: «Pace a voi».

Siamo nella domenica dopo la domenica di Pasqua, dopo quel giorno che è il giorno del Signore. Quando la comunità si trova riunita la domenica, nella memoria della Passione del Signore, ecco che ha davanti le sue ferite, le sue piaghe, il suo amore estremo e lì attinge la propria vita.

E Gesù sta nel mezzo. Come la volta precedente. Cioè ogni volta che celebriamo l’Eucaristia facciamo l’esperienza del Cristo Risorto con tutti i doni della pace, della gioia, della missione, dello Spirito e del perdono. È ciò che ci fa uomini nuovi. Ogni otto giorni torna sempre.

Poi dice a Tommaso: «Continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani. E continua a portare la tua mano e a gettarla nel mio fianco».

Tommaso ha una grande onestà intellettuale: non crede per principio, e lo dice, però è disposto a cambiare parere, se i fatti sono evidentemente contrari. Un’onestà molto rara, perché noi ci teniamo le nostre certezze qualunque siano i fatti. Lui è pronto a essere smentito dai fatti, ma solo dai fatti. E tra l’altro è un’esortazione al lettore. Anche noi “otto giorni dopo” siamo invitati a vedere e a toccare queste ferite.  

Un Dio morto in croce per amore è davvero la morte di ogni dio che noi pensiamo, affermiamo e di ogni dio che noi neghiamo. Chi l’avrebbe mai pensato un Dio così? È un Dio che fa vedere che c’è un amore più forte della morte. Ed allora ha senso il nostro esistere, il nostro morire, come luogo di immersione in un amore più grande di tutto.

«E non continuare a essere incredulo, ma credente».

Credenti o non credenti non è che si nasce, si diventa. In tutti noi c’è il seme della fiducia, che è il seme del Figlio, e c’è anche il seme della sfiducia, del divisore. Se stiamo da soli coltiviamo il seme della morte. Se siamo con gli altri, in qualunque modo, impariamo a coltivare quello della fiducia. Per questo, quel giorno che era con gli altri, Tommaso può diventare credente. Tutti però partiamo dall’abisso della non credenza, perché tutti sperimentiamo una solitudine radicale che, o cerchiamo di superare stando con gli altri, oppure ci chiude nella tomba.

Questa scena del gettare il dito, del gettare la mano nel fianco, è ripetuta due volte: prima come desiderio di Tommaso e poi come affermazione e incoraggiamento di Gesù. È proprio così che si  smetti di diventare increduli, perché è proprio così che si vede l’unico Dio che può essere Dio che è il Crocifisso. Le altre sono nostre invenzioni su Dio: a chi piace se le inventa e ci crede e a chi non piace le nega e diventa ateo. Non è quello Dio.  

Rispose Tommaso e gli disse: il Signore mio, e il Dio mio!

Tommaso, che era incredulo per principio, proprio mettendo la mano in queste ferite vede che c’è un amore più grande della morte. E allora conosce chi è Dio e conosce che Dio è “suo”, come lui è di Dio, perché Dio è la vita, il principio di tutto. Quindi ha trovato la sorgente della vita e dell’amore in queste ferite. E questa è l’espressione di fede definitiva. 

Gli dice Gesù: «Poiché mi hai visto, hai creduto! Beati quelli che, non avendo visto, credono».

Il discepolo amato “vide” il sepolcro vuoto e i lenzuoli stesi e “credette” che Gesù è risorto. Allo stesso modo, noi oggi non possiamo vedere il Risorto, perché non c’eravamo quando si è fatto vedere.

Tommaso crede perché ha visto, ma Gesù lo rimprovera, perché c’è qualcosa di più grande: è la beatitudine riservata a noi che veniamo dopo, noi che crediamo sulla testimonianza della comunità. Attraverso questa testimonianza e la fede nella Parola, facciamo la stessa esperienza dei primi, cioè noi stessi risorgiamo a vita nuova. Anche senza vedere il Signore, ma ascoltando la sua Parola, credendo alla testimonianza, facciamo l’incontro con il Risorto, entriamo in quelle ferite, e accogliamo il suo Spirito.

Certo molti altri segni fece Gesù di fronte ai suoi discepoli, che non sono scritti in questo libro; questi però sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Giovanni giustifica perché ha scritto un Vangeloperché crediate. Esce qui il “voi” dei lettori. Lo scrittore non nomina se stesso, perché non è l’inventore dei fatti, lui li ha visti, li ha sentiti raccontare, li ha sperimentati. Quando uno scrive una cosa è per comunicarci le sue stesse sensazioni perché noi le viviamo. L’esperienza altrui la conosciamo attraverso il racconto dell’altro. Non sappiamo chi sono questi “voi” originari: se siano dei giudei, dei pagani o dei cristiani da confermare nella fede. Una volta che il libro è licenziato, si indirizza a chi lo legge, e chiunque può leggerlo. Quindi tra questi “voi” ci siamo noi. 

L’autore dice che Gesù ha fatto molti altri segni, il che vuol dire che lui conosce gli altri Vangeli, le altre tradizioni. Attraverso questi segni, i discepoli di Gesù hanno capito la gloria. E credendo – questo è il fine della fede – hanno avuto la vita, la pienezza di vita.  Noi oggi non possiamo vedere quei segni ma, attraverso il racconto, possiamo avere vita nel nome di Cristo. Aderendo a Gesù il Figlio, abbiamo la vita stessa di Dio, che è amore più forte della morte, che è comunione eterna col Padre. Ed è una comunione progressiva con tutti i fratelli fino a quando ci sarà il Figlio totale che è l’umanità intera.

*biblista e scrittore

Il testo è una sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano nel corso di vari anni. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Ettore Moschetti, «Soffio», acrilico su carta, 90 x 120 cm, 2011 – per gentile concessione di Galleria Blanchaert

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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