Moody’s fa prima della Ue: taglio drastico al rating greco

Moody’s fa prima della Ue: taglio drastico al rating greco

Moody’s ha abbassato il rating della Grecia da B1 a Caa1. Una riduzione di tre gradi del giudizio sull’affidabilità creditizia del governo di Atene. Nella scala di Moody’s, il livello Caa1 indica un debitore di scarsa affidabilità e soggetto «a un rischio molto alto». E per di più con prospettive di evoluzione (il cosidetto outlook) negative. La crisi europea dei debiti sovrani entra quindi in una nuova fase, quella del rating di classe C, destinato alle entità insolventi. 

Mentre a Bruxelles si discute ancora, anche se l’orientamento prevalente è di concedere ad Atene nuovi aiuti per 60-70 miliardi di euro, l’agenzia internazionale ha dunque bruciato i tempi, segnalando un aggravamento della situazione in direzione di un’insolvenza, default, da intendere come un mancato rispetto degli impegni pattuiti (interessi, rimborsi) sul debito esistente. Nonostante Bruxelles continui a evitare di parlare di fallimento, preferendo disquisire di ristrutturazione, riscadenzamento o riprogrammazione dei termini, il concetto è uno solo: default. Atene non può né onorare i suoi debiti né accedere ai mercati per il rifinanziamento di cui necessita.  La troika composta dagli emissari di Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Unione europea ha cercato oggi di trovare, insieme al governo di Atene, una quadratura del cerchio sul fronte del programma di consolidamento fiscale necessario all’erogazione della quinta tranche (12 miliardi di euro) del piano da 110 miliardi varato un anno fa. Eppure, l’accordo è arrivato per il rotto della cuffia e solo perché la Grecia non può permettersi di condurre una trattativa come parte forte.

Secondo Moody’s lo scenario del default si avvicina (50% di probabilità), tenuto conto «delle difficoltà crescenti che il governo deve affrontare nell’attuazione dei tagli, delle crescenti incertezze sulle prospettive di crescita e un record negativo sul fronte degli obiettivi di consolidamento dei conti pubblici». La posizione della società di rating newyorkese ricalca quella degli istituti di credito come Citigroup o Ubs, che da mesi sottolineano l’esigenza di un giro di vite sulla gestione delle criticità ellenica per evitare un’epidemia ancora più estesa di quella odierna. Del resto, basta osservare l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stati dei Paesi periferici per rendersi conto della gravità della situazione nell’eurozona. I decennali greci, dopo rendimento massimo di oltre 17 punti percentuali, ora sono a quota 16% sulle piattaforme Thomson-Reuters. Di riflesso, l’incertezza sta colpendo anche Irlanda, i cui bond registrano rendimenti superiori all’11%, e Portogallo, coi titoli di Stato a ridosso del 10 per cento. Per quanto tempo potrà continuare così, prima che venga chiesta una ristrutturazione?

Proprio oggi, però, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha detto che la ristrutturazione «non rientra» nel progetto dell’Unione europea: «Ristrutturare non risolve i problemi della Grecia». Un modo per dire che gli aiuti arriveranno, e così il governo di Atene potrà onorare i suoi impegni sulle obbligazioni esistenti, ma non è chiaro in che modo questo aiuterà davvero il Pireo a uscire dai guai. 

A questo punto gli operatori di mercato si stanno chiedendo se questa è la linea ufficiale che l’Unione europea manterrà anche in futuro, costi quel che costi, oppure l’ennesima mossa dilatoria aspettando che arrivi un’idea buona o che almeno sembri tale. Ancora oggi è giunta una nuova ipotesi per il destino di Atene. Dopo la ristrutturazione (hard o soft che sia), il reprofiling, la via promossa da Rehn, potrebbe arrivare l’utilizzo degli eurobond. Peter Bofinger, consulente economico del governo tedesco, ha ufficialmente aperto all’uso di tali prodotti finanziari, come anche avevano suggerito il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. «Prima o poi dovremo arrivare agli eurobond», ha detto Bofinger, perché «non c’è assolutamente alcuna alternativa a questo strumento, che migliorerebbe considerevolmente la situazione».

Anche in Europa, dunque, la situazione è diventata grave, ma non seria. E offre spunti di tragicomicità. In concreto le istituzioni europee stanno finanziando un debitore incapace di onorare il debito, sostituendosi agli obbligazionisti esistenti, a mano a mano che i prestiti giungono in scadenza. Se anziché dell’Unione europea e di uno stato membro, di mezzo ci fossero delle banche e un’impresa (tecnicamente fallita), sarebbe lo schema tipo, quanto meno, di una bancarotta preferenziale pubblicamente organizzata.

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