Nessun effetto Fukushima, l’India tira dritto col nucleare

Nessun effetto Fukushima, l'India tira dritto col nucleare

Dopo la protesta di decine di migliaia di manifestanti in tutto il paese, il 30 maggio la Germania, prima economia industrializzata d’Europa ha annunciato la fine anticipata dell’era nucleare. Anche il governo svizzero ha deciso di abbandonare entro il 2034 l’atomo che noi italiani abbiamo respinto per la seconda volta con un referendum. Intanto però lontano, lontano, da qualche parte in Oriente, Fukushima sembra non essere mai accaduta. Se tutto andrà come previsto, a Jaitapur, nello stato del Maharashtra, India, nascerà presto il più grande parco nucleare al mondo: 9.900 MW prodotti da 6 reattori di terza generazione, a cui si oppongono da più di 4 anni gruppi organizzati della società civile.

Dunque l’India non rinuncia al suo ambizioso programma nucleare e Prithviraj Chavan, governatore dello stato di Mumbai, non poteva scegliere giorno migliore per ribadirlo. Il 26 aprile scorso, 25esimo anniversario del disastro nucleare di Chernobyl, il governo federale conferma per il 2012 la realizzazione dei primi due reattori, 1.650 MW ciascuno, e promette misure di sicurezza aggiuntive insieme ad “un nuovo generoso pacchetto di compensazioni” per le comunità affette.
Chi fornirà al paese asiatico tecnologia e risorse necessarie a farlo diventare una superpotenza nucleare? Ma i francesi, bien sûr. L’accordo sull’impianto di Jaitapur siglato a dicembre tra il Presidente Sarkozy e il Primo Ministro Singh rappresenta il punto più alto delle rinnovate relazioni franco-indiane.

Il colosso dell’industria nucleare Areva assisterà la Nuclear Power Corporation of India nella costruzione dei 6 Reattori Europei ad Acqua Pressurizzata (Epr), nuovissimi prototipi mai sperimentati congiuntamente prima d’ora alimentati da uranio arricchito che l’Eliseo si impegna a procurare al governo di Delhi per i prossimi 25 anni.
Quanto ai finanziamenti, lo stato carente delle infrastrutture nel Subcontinente è la dimostrazione che, a differenza di quanto accade in Cina, l’erario, da solo, non può sostenere la realizzazione di grandi opere pubbliche.  Infatti le opere da realizzare sarebbero molte ma lo Stato non ha i fondi per realizzarle tutte. 

Ecco allora correre in aiuto gli amici francesi. Bnp-Paribas a capo di un consorzio di istituzioni finanziarie assieme al colosso inglese Hsbc, concorderanno un prestito all’India di cui ancora non si conosce l’ammontare. Ciò che è noto, invece, è il costo complessivo del progetto: 25,86 miliardi di dollari statunitensi che rischiano di sestuplicarsi se Areva non avrà imparato la lezione in Finlandia, a Olkiluoto, dove è in corso la costruzione del primo Epr con due anni di ritardo accumulati rispetto alle previsioni e ingentissimi costi aggiuntivi.

Per molti, la questione nucleare in India è anzitutto un affare politico e poi economico. Infatti, sull’appoggio interno alla firma del Trattato India-Usa sul nucleare civile del 2008, il premier Singh allora scommise la poltrona e vinse, secondo Wikileaks, grazie alla compravendita di voti dei molti membri del Parlamento, soprattutto tra i nazionalisti indù, che interpretavano l’accordo come una pericolosa ingerenza esterna nella politica energetica nazionale. Dal lato americano, i sostenitori dell’accordo riuscirono a battere le resistenze nel Congresso e rompere con la tradizionale osservanza del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), puntando sull’ormai riconosciuta democraticità delle istituzioni e la ragionevolezza dei politici indiani. L’India, che dispone di armamenti nucleari, non è fra le firmatarie del Tnp ma per queste ragioni gli Usa  hanno deciso di chiudere un occhio.    

Tuttavia, oggi, guardando le immagini degli scontri violenti tra la polizia locale e le migliaia di oppositori all’impianto di Jaitapur nell’intero distretto di Ratnagiri, che conta già la prima vittima, il pescatore Tabrez Sayekar, è lecito muovere qualche dubbio sui metodi di Delhi.