Senza il nucleare il mondo sarà meno “verde”

Senza il nucleare il mondo sarà meno “verde”

Si sta ripetendo, su un’altra scala, quello che già accadde dopo il referendum del 1987. Allora, quando gli italiani votarono no al nucleare, il governo girò pagina e decise di puntare sul gas (con il quale oggi produciamo quasi il 50% dell’elettricità). Era la strada più facile, quella meno avversata dal mondo ambientalista e dalle popolazioni locali. Sarebbe stato il momento di investire in ricerca nel settore delle rinnovabili, ma quella scelta non fu fatta. Il movimento ambientalista non si impegnò per imporre quella direzione strategica e nessun governo si avventurò su quella strada che fu invece percorsa dalla Spagna, dalla Germania, più tardi dalla Cina. Oggi i pannelli solari che installiamo a carissimo prezzo sul nostro territorio vengono per l’80% da quei paesi.

L’incidente di Fukushima rallenterà lo sviluppo del nucleare e lascerà ulteriore spazio al gas a livello internazionale. Una tecnologia che si è imposta negli ultimi anni (shale gas) consente di estrarre il combustibile da giacimenti fino a ieri giudicati non sfruttabili grazie a complessi processi di fratturazione della roccia (fracking), utilizzando iniezioni di acqua e altre sostanze ad alta pressione. Queste tecnologie stanno cambiando il mercato dell’energia immettendo sul mercato quantità fino a ieri inimmaginabili di combustibile gassoso. L’industria del settore ha già dato avvio un’offensiva mediatica straordinaria, magnificando il gas come l’alternativa -pulita, economica, abbondante- al petrolio, al carbone, al nucleare.

Purtroppo si tratta solo di propaganda. L’ultimo Rapporto dell’International Energy Agency (Intitolato: «Are We Entering a New Golkden Age of Gas?») mette in guardia contro i rischi di questa scelta. Se – come sembra a questo punto probabile – nel 2035 il 25% dell’energia nel mondo sarà ottenuta con il gas, la temperatura terrestre crescerà ben oltre i 2° centigradi che venivano considerati il livello massimo oltre la quale la situazione potrebbe sfuggire al controllo, per toccare i 3,5 °C. Lo “shale gas”, infatti, rischia di produrre un impatto sul riscaldamento globale ancora maggiore del carbone. Quello che può accadere è descritto con grande efficacia dagli scienziati delle agenzie dell’Onu: l’avanzata dei deserti in Africa , in Australia e in diverse aree degli Stati Uniti, un aumento del livello delle acque che sommergerà molte isole e così via.

Non mi risulta che in Italia i gruppi ambientalisti mostrino preoccupazione per questi scenari. Preferiscono alimentare la paura per i due incidenti locali provocati fino a oggi dal nucleare (Chernobyl e Fukushima) piuttosto che descrivere i terrificanti scenari globali ipotizzati dalle agenzie dell’Onu. I primi sono un’arma di propaganda che provoca un effetto choc su milioni di cittadini. I secondi sono scenari che riguardano il futuro e hanno un impatto assai minore. Non è un caso che la causa della battaglia antinucleare sia brandita da un’infinità di organizzazioni populiste, dall’estrema sinistra all’estrema destra (da Rifondazione comunista a Forza Nuova, passando per il papa).

Da molti anni gli scienziati dell’Onu (vedi Rapporto Iea 2010) spiegano che per contenere gli effetti del riscaldamento globale entro i 2 gradi sarebbe necessario ottenere il 20 per cento dell’energia elettrica dal nucleare e un altro 20 per cento dalle nuove rinnovabili (solare e eolico) entro il 2035. Ma mentre nel primo caso (fino a ieri) non si trattava di un’impresa impossibile (dal nucleare oggi proviene già il 14% dell’energia elettrica del mondo), nel secondo si tratta di uno sforzo immane perché solare ed eolico danno oggi un contributo minimo alla produzione di energia elettrica. Insieme non superano l’1% dell’energia elettrica prodotta e per salire al 20% ci vorrebbero cento miliardi di euro di incentivi pubblici all’anno, una chimera.

Questa è la ragione fondamentale (una delle molte) che mi spingerà a non ritirare la scheda del referendum sul nucleare, nella speranza che non si raggiunga il quorum. Spero in questo modo di far ripartire rapidamente il nucleare in Italia? Niente affatto. Quell’ipotesi è esclusa non solo dall’esistenza di una moratoria decisa dal governo, ma soprattutto dall’opposizione di una larga maggioranza di italiani. In Italia non si fa nulla senza un largo consenso (e infatti sono moltissimi i progetti paralizzati). Far fallire il referendum consente di lasciare aperta una fessura perché non si ripeta quello che accadde dopo il referendum del 1987, quando sul nucleare calò una cortina di silenzio. Da allora l’informazione sull’argomento è sparita dai media, i finanziamenti per la ricerca sono stati quasi cancellati, l’Italia ha perso peso nelle agenzie internazionali che decidono sulla sicurezza delle centrali e sulla proliferazione. Nonostante Fukushima – se si eccettuano Germania e Svizzera – una trentina di paesi ha deciso di continuare a produrre energia con l’atomo, specie in Asia. Tra qualche anno, se gli italiani decideranno di rientrare nel nucleare, forse dovranno comprare tecnologie cinesi.